RITANNA ARMENI.

UNA DONNA PU TUTTO.


1941: volano le streghe della notte. Con la collaborazione di Eleonora Mancini.
2018 Adriano Salani Editore, Milano.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
...
.
...
Presentazione.
.
Le chiamavano Streghe della notte.
.
Nel 1941, un gruppo di ragazze
sovietiche riesce a conquistare un
ruolo di primo piano nella battaglia
contro il Terzo Reich. Rifiutando ogni
presenza maschile, su fragili ma duttili
biplani, mostrano l'audacia, il coraggio
di una guerra che pu avere anche
il volto delle donne.
La loro battaglia comincia ben prima
di alzarsi in volo e continua dopo
la vittoria. Prende avvio nei corridoi
del Cremlino, prosegue nei duri mesi
di addestramento, esplode nei cieli
del Caucaso, si conclude con l'ostinata
riproposizione di una memoria che la
Storia al maschile vorrebbe cancellare.
Il loro vero obiettivo  l'emancipazione,
la parit a tutti i costi con gli uomini.
Il loro nemico, prima ancora dei
tedeschi, il pregiudizio, la diffidenza
dei loro compagni, l'oblio in cui
vorrebbero confinarle.
Contro questo oblio scrive Ritanna
Armeni, che sfida tutti i net della
nomenclatura fino a trovare l'ultima
strega ancora in vita e ricostruisce
insieme a lei la loro incredibile storia.
 Irina Rakobolskaja, 96 anni, la vice
comandante del 588 reggimento, a
raccontarci il discorso, ardito e folle,
con cui l'eroina nazionale Marina
Raskova convince Stalin in persona
a costituire i reggimenti di sole
aviatrici.  lei a descriverci il freddo e
la paura, il coraggio e perfino l'amore
dietro i 23000 voli e le 1100 notti di
combattimento. E a narrare la guerra
come solo una donna potrebbe fare:
Ci sono i sentimenti, la sofferenza
e il lutto, ma c' anche la patria,
il socialismo, la disciplina e la vittoria.
C' il patriottismo ma anche l'ironia;
la rabbia insieme alla saggezza.
C' l'amicizia. E c' - fortissima - la
spinta alla conquista della parit con
l'uomo, desiderata talmente tanto -
e questa non  retorica - da scegliere
di morire pur di ottenerla.
.
L'AUTRICE.
.
Ritanna Armeni  giornalista e scrittrice.  stata caporedattrice di Noi donne, ha lavorato a Rinascita, il manifesto, l'Unit, Liberazione. Portavoce di Fausto Bertinotti,  stata per tre anni conduttrice di Otto e mezzo insieme a Giuliano Ferrara. Ha pubblicato Di questo amore non si deve sapere, vincitore del Premio Comisso.
...
.
...
A Costanza, la mia streghetta.
...
.
...
ALCUNI GIUDIZI.
.
Possibile siano donne?
Cos brave, abili, precise, spietate?
Cos incuranti del pericolo?
Arrivano la notte all'improvviso,
seminano il terrore e poi toccano di nuovo il cielo.
Misteriose, sfuggenti, inafferrabili. Sembrano streghe.
Nachthexen, streghe della notte.
Fine del primo capitolo.
...
.
...
Sono donne, quelle raccontate da Ritanna Armeni, che hanno sconfitto il nazismo, che hanno vinto la Seconda guerra mondiale.
Aldo Cazzullo.
...
.
...
L'avventura delle donne sovietiche alla guida
degli aerei militari che sganciavano bombe
alla fine della Seconda guerra mondiale.
Una testimone racconta la storia appassionante
delle streghe, ragazze che volevano sfidare
e superare i loro colleghi uomini, con tutte
le contraddizioni e le umiliazioni di ieri e di oggi.
Si legge di corsa e si ama fin dalle prime righe.
Sono entusiasta.
Barbara Palombelli.
...
.
...
CITAZIONE.
.
No, non sotto un cielo straniero,
non al riparo di ali straniere,
io ero allora col mio popolo
l dove, per sventura, il mio popolo era.
Anna Achmatova.
...
.
...
Maledetti piccoli aerei.
.
Quei maledetti piccoli aerei. Arrivano solo di notte,
scendono silenziosi, lanciano il loro carico di fuoco e tornano
rapidi fra le nuvole. In una manciata di minuti seminano
terrore e distruzione. Dal campo hanno provato a imprigionarli
nella rete dei riflettori, ma loro sfuggono alla
contraerea. Quando inizia a sparare  troppo tardi, sono
gi risaliti in alto, oltre la coltre di nubi.
Alfred guida un cacciabombardiere Junker ad altissima
tecnologia, il meglio della Luftwaffe. Durante il giorno
sfreccia nei cieli e scende in picchiata con una sirena
che fa ancora pi paura del crepitio delle mitragliatrici,
del fragore delle bombe, del boato per il crollo degli edifici
colpiti. Ora, dopo una notte insonne, guarda il cielo
che lentamente si rischiara e si accende una sigaretta.
Con l'arrivo della luce, nel campo torner la calma,
si cureranno i feriti, si seppelliranno i morti, si valuteranno
i danni per poi riprendere i preparativi in vista
della nuova giornata. L'ordine e la disciplina non riusciranno
tuttavia a placare l'inquietudine che si respira da
ogni parte. Nessuno sa chi produce l'inferno di fuoco.
Chi lancia quelle bombe? Vengono - Alfred ha fatto in
tempo a vederlo - da aerei piccoli, molto agili, che la
contraerea ha difficolt a colpire perch silenziosi, che
sfuggono ai raggi dei riflettori perch osano manovre temerarie,
virate estreme, zig-zag improvvisi. Che si tratti
di un corpo speciale?
Non sa ancora dare una risposta. N, a quanto pare,
la sanno dare gli alti vertici. Sono giorni duri; la Wehrmacht
vuole avvicinarsi al Caucaso, i soldati combattono
con il fango prima di affrontare, fra qualche settimana,
la neve ed il gelo; il terreno si fa ogni giorno pi insidioso,
i tempi della guerra pi lunghi, gli ordini del comando
contraddittori. Credevano di essere diretti al nord a
portare rinforzi alle truppe pronte a entrare a Mosca e a
Leningrado. Si sentivano sul punto di prendere la capitale
che neppure Napoleone era riuscito a farsi consegnare,
invece, all'improvviso,  giunta la disposizione di virare a
sud per conquistare gli oleodotti del Caucaso. Devono rifornire
il Paese e l'esercito del petrolio di cui hanno bisogno;
ne occorre molto per far camminare gli automezzi, i
carri armati, le navi, gli aerei, i sommergibili.
 andata bene fino a un certo punto, pensa Alfred,
mentre butta via il mozzicone di sigaretta; fino all'estate
erano convinti di poter raggiungere l'obiettivo, ma da un
po' di tempo qualcosa ha cominciato a non funzionare. Il
nemico  in ritirata ma non in rotta. Stalingrado, circondata,
colpita, bombardata, resiste. Raggiungere i pozzi 
pi difficile del previsto.
Ora si sono aggiunti quei maledetti piccoli aerei. Sono
loro che alimentano un presentimento fastidioso. La fanteria,
con le sue pesanti attrezzature, deve coprire oltre
quaranta chilometri al giorno. Quando si fermano, i soldati
sono distrutti e aspettano la notte come una benedizione,
per potersi finalmente sdraiare e chiudere gli occhi
qualche ora. Invece, al calare del buio, mentre cominciano
ad assaporare un po' di quiete, quei piccoli aerei
maledetti piombano dal cielo all'improvviso e lasciano
cadere su di loro una bomba dopo l'altra. Fino all'alba, a
ritmo regolare.
Quel che destabilizza le truppe, affaticate dalle lunghe
marce, non sono solo i morti e i feriti provocati dai raid
notturni. A turbarli  piuttosto la sorpresa, l'incertezza,
la stanchezza per il mancato sonno, la domanda cui nessuno
 riuscito a dare una risposta: chi provoca quella
pioggia di bombe?
Alfred per sa una cosa che altri non sanno e che le
alte sfere del comando hanno voluto tacere. Qualche
tempo prima, uno dei piccoli aerei  caduto. A causa
della nebbia, o perch ha perso la rotta, si  schiantato
al suolo. Quando i soldati della Wehrmacht si sono avvicinati,
hanno scoperto che nell'abitacolo c'erano due
donne. Morte sul colpo, ancora al posto di guida. Hanno
cercato qualcosa che le identificasse o che facesse capire
da dove venissero e a quale reggimento appartenessero.
Non hanno trovato nulla. Chi guidava doveva aver preso
tutte le precauzioni perch niente d'importante cadesse
in mano al nemico. I soldati si sono allontanati, lasciando
che quei corpi fossero seppelliti dai contadini del luogo,
poi hanno riferito ai comandanti.
Possibile che quei biplani, che sembrano giocattoli ma
spargono tanto scompiglio, siano pilotati da donne?
Possibile che siano loro a provocare ogni notte tanto sconquasso?
Il comando preferisce non diffondere la notizia;
gli uomini non devono sapere che sono tenuti in scacco
da ragazze sovietiche alla guida di aerei giocattolo. Per
loro sarebbe insopportabile. Anche Alfred fa fatica ad
accettarlo. Possibile siano donne? Cos brave, abili, precise,
spietate? Cos incuranti del pericolo? Arrivano la
notte all'improvviso, seminano il terrore e poi toccano di
nuovo il cielo. Misteriose, sfuggenti, inafferrabili.
Sembrano streghe. Nachthexen, streghe della notte.
...
.
...
Volevo conoscere una strega.
.
Volevo conoscere una strega e - mi avevano detto - a
Mosca ce n'erano ancora.
Il primo tentativo era fallito, si era arenato in un gentile
e deciso net. L'appuntamento era impossibile per
motivi banali ma in quel momento insormontabili: non
c'era tempo, le streghe non erano sempre disponibili e
chi doveva organizzare l'incontro era a sua volta molto
impegnato.
Avevo capito che era inutile insistere. Il net veniva
dalla direttrice del Museo della Grande guerra patriottica
(cos i russi chiamano la Seconda guerra mondiale),
che non  un museo qualsiasi.
Le immense sale straripanti di memorie, l'esposizione
di armi, cannoni, missili, uniformi, ritratti, manifesti,
bandiere, la ricostruzione delle battaglie, stellette e mostrine
nelle teche di cristallo, e poi i volti dei generali, le
riprese delle parate sulla piazza Rossa, ovunque il profilo
di Iosif Stalin, non sono l solo per rendere omaggio a
una storia gloriosa, non esaltano soltanto l'eroica risposta
del popolo russo all'invasione tedesca. In quelle sale si
celebra la Russia di oggi, l'importanza della guerra nel
suo destino, la forza del suo passato che continua ad ispirare
il suo presente. Un'esposizione imponente, che fin
dalla prima volta mi ha emozionata, impressionata, e a
tratti mi ha lasciata sgomenta.
La direttrice, alla quale mi ero rivolta, era una donna importante,
faceva parte - si sarebbe detto un tempo - della
nomenclatura ed era una sorta di sacerdotessa della memoria.
Da lei passavano le iniziative in cui ancora oggi
sono coinvolti i veterani della Seconda guerra mondiale,
rispettati nella Russia di Putin come in nessun altro Paese.
Da lei era gestita gran parte dei progetti che testimoniano
nelle scuole l'eroismo di chi ha combattuto contro il
nemico tedesco. Era ancora lei che aveva con le streghe
rapporti quotidiani, gestiva le relazioni con la stampa,
decideva chi poteva incontrarle.
Alla custode della memoria ero arrivata attraverso il
veterano Ivan Martynuskin, uno dei primi militari sovietici
a entrare ad Auschwitz, che avevo intervistato a lungo
e che, del tutto casualmente, mi aveva rivelato l'esistenza
delle streghe della notte. C'erano state giovani donne
- mi aveva raccontato - che, durante la guerra, su aerei
piccoli e fragili, aggredivano i tedeschi dal buio del cielo
ed erano state tanto temute da guadagnarsi appunto il
soprannome di Nachthexen. A quel racconto dovevo
aver fatto una faccia cos stupita e interessata che il veterano
Ivan aveva subito aggiunto che, se volevo, potevo
conoscerne qualcuna. Mi avrebbe dato lui il contatto giusto.
Il contatto non aveva funzionato.
La mia amica Eleonora aveva cercato di consolarmi.
Quel net non doveva deprimermi.  una sorta di riflesso
condizionato, fa parte dello spirito e del carattere
nazionale. Se si rimane fermi e gentili - aveva insistito
Eleonora - i russi di solito si trasformano, diventano
cortesi, ospitali e persino collaborativi. Persistendo nei
nostri propositi, insomma, in un modo od in un altro, saremmo
arrivate alle streghe.
Eleonora aveva certamente ragione e io, d'altronde,
non avevo alcuna intenzione di demordere. Anzi, dopo
quel diniego, come di fronte al frutto proibito, la curiosit
nei confronti di queste donne combattive e misteriose
era cresciuta. Se i soldati della Wehrmacht - che avevano
occupato buona parte della Russia, assediato Mosca e
Leningrado, stretto in una morsa Stalingrado e depredato
il Caucaso - avevano avuto paura di un gruppo di giovani
che guidavano piccoli aerei di legno e tela, quelle donne
dovevano essere davvero fuori dal comune. Conoscerne
una sarebbe stata un'esperienza irrinunciabile.
In attesa che quel no si mutasse in s, avevo deciso di
rivolgermi, almeno per il momento, ai libri. Il maestoso
ingresso della Biblioteca Lenin, dominato dallo sguardo
pensoso di Fdor Dostoevskij, era l, a due passi dalla
piazza Rossa; fra i suoi quarantaquattro milioni di volumi
avrei trovato sicuramente informazioni su quelle che ormai
Eleonora e io chiamavamo familiarmente le nostre
streghe.
Dopo qualche net - ma questa volta davvero di
poco conto - la grande biblioteca ci aveva aperto le sue
porte. Impiegate gentili ed efficienti si erano mostrate
molto disponibili verso le due stravaganti signore italiane
che volevano sapere delle Nachthexen. Ci avevano fornito
molta documentazione: biografie, poesie, racconti,
manuali di storia e, persino, libri per ragazzi. Le streghe
- avevamo appreso con sorpresa passando freneticamente
da un volume all'altro - facevano parte di reggimenti
solo femminili. I loro capi erano donne. E cos le meccaniche
e le addette agli armamenti. Com'era possibile?
In piena guerra l'Armata Rossa aveva osato formare reggimenti
di aviazione di sole donne? Addirittura di pilote
bombardiere? Lo aveva deciso Stalin nell'ottobre del
1941, leggiamo. Questa poi! Quel noto femminista di
Iosif Stalin, che durante la guerra affidava i suoi aerei a
giovani donne ed accettava che nessun uomo le dirigesse.
La storia ci sembrava sempre pi incredibile, mentre la
curiosit si mescolava all'emozione di chi sente che si sta
avvicinando a una vicenda unica e in Italia in gran parte
sconosciuta. Uscite dalla biblioteca cariche di appunti e
fotocopie, Fdor Dostoevskij dall'alto del suo piedistallo
ci era apparso meno pensieroso e pi sorridente. E
quella sera, per festeggiare l'inizio della nostra avventura
e confermare a noi stesse che i net non ci avrebbero
fermato, avevamo cenato al caff Puskin.
A Roma, a Villa Borghese, di fronte alla Galleria nazionale
d'arte moderna, c' una statua di Gogol' scolpita
da Zurab Tsereteli. Incisa nel marmo una sua frase: Io
posso scrivere della Russia solo stando a Roma. Solo da
l essa si erge dinnanzi in tutta la sua interezza, in tutta la
sua vastit. Me l'aveva indicata un amico quando aveva
saputo che mi rifugiavo nella caffetteria della Gnam per
leggere quel che avevo trovato sulle streghe. Gogol' si era
innamorato della Roma ottocentesca e aveva cominciato
a scrivere qui Le anime morte. La scritta mi era sembrata
un segno. Seduta ad un tavolino del bar che affaccia sul
grande parco romano, mentre leggevo e prendevo appunti,
avevo pensato che sarei tornata di nuovo a Mosca
e poi, una volta a casa, avrei scritto delle streghe, una storia
russa che a molti era apparsa minore, ma che proprio
da Roma mi appariva in tutta la sua grandezza. Oramai
su di loro avevo scoperto molte cose, avevo letto, avevo
visto tante foto. Ero rimasta affascinata da quelle giovani
facce sorridenti, dai corpi imbacuccati nelle divise maschili.
Di fronte all'ingenuit e all'innocenza di quei volti,
le domande si erano moltiplicate. Volevo capire quale
convinzione le avesse spinte a partecipare con tanta
determinazione al conflitto e a pretendere un ruolo che
prima di loro nessuna donna aveva mai avuto. Volevo arrivare
al fondo di quella emancipazione di cui intuivo gli
aspetti di durezza, di grandezza, di unicit.
In Unione Sovietica, almeno un milione di donne
erano scese in guerra al fianco degli uomini: infermiere,
telefoniste, cuoche ed anche soldate, tiratrici scelte. Ne
svela l'anima Svetlana Aleksievich, una scrittrice che amo
molto, nel libro La guerra non ha un volto di donna. Se
lo leggerete sarete sopraffatti, come lo sono stata io, dai
sentimenti, dalle emozioni, dai ricordi, dalle angosce che
animavano le donne durante il conflitto. Un'esperienza
tanto pi tragica in quanto a loro sostanzialmente estranea,
imposta da una grande Storia nella quale, a differenza
di molti uomini, non s'identificavano del tutto e a cui,
anzi, contrapponevano con ostinazione il loro carico di
dolore. Quelle raccontate da Svetlana Aleksievich apparivano
con tutta evidenza donne violentate, oppresse da un
obiettivo, un destino non loro.
Nelle mie letture stavo scoprendo invece, che c'era
un volto femminile della guerra, che le donne non erano
state solo le vittime dei disastri materiali e morali del
conflitto, che per loro non c'erano state solo sofferenza,
costrizione, obbedienza. Le streghe - cos mi pareva dai
libri che raccoglievano le loro memorie, dai filmati con le
interviste - non avevano subto la Storia, all'opposto, le
avevano chiesto un ruolo di primo piano; avevano fatto
della guerra un'occasione di emancipazione, avevano colto
nel conflitto l'opportunit di allargare la propria sfera
di libert. Non era bastata loro l'eguaglianza a scuola o
sul lavoro promessa dalla patria socialista, non erano stati
sufficienti i manifesti che sui muri delle citt e dei paesi
annunciavano che le donne potevano salire sui trattori,
andare nei cantieri e sugli aerei. Avevano preteso anche
la parit tragica e feroce delle bombe e della morte. Per
averla si erano scontrate con chi non intendevano riconoscere
la loro scelta. A quanto pareva, dallo scontro erano
uscite vincitrici. Tutte le streghe, quando raccontavano la
loro avventura, ripetevano con orgoglio di aver dimostrato
di valere pi degli uomini.
A Mosca torno qualche mese dopo, solo per pochi giorni.
Anche se non ho rinunciato al sogno di incontrare
una strega, dubito di riuscirci proprio in questa occasione.
Meglio - penso - mettere da parte per il momento
ogni proposito e godersi una citt vivace e luminosa che
si prepara alle feste di fine anno nel cuore di un inverno
pi mite del solito.
 una strega a trovare me. Mentre passeggio nel mercato
di Izmajlovo, fra matrioske, centrini ricamati, tonnellate
di cimeli, medaglie, bandiere, libri, suppellettili,
ritratti, armi, ricordi della Grande guerra patriottica
e cianfrusaglie varie, in un banchetto di francobolli ne
vedo uno che attira la mia curiosit. Non vi figurano i
soliti Lenin e Stalin, cordiali e sorridenti, ma una giovane
donna con gli occhiali e il casco da pilota. Chi era quel
volto femminile che nell'Urss di Stalin meritava un francobollo?
Non ho fatto in tempo a formulare la domanda.
 Marina Raskova mi risponde il venditore un po' stupito
che non l'avessi riconosciuta. In effetti non c' libro
sulle streghe che non la nomini, non c' racconto che non
parli di lei.  la donna che convince Stalin a costituire i
reggimenti di sole aviatrici. Ora  di fronte a me, sia pure
su un francobollo. Lo compero, lo sistemo con cura in un
quadernetto e, ancora una volta, provo la stretta del rimpianto.
Le streghe questa volta mi stanno mandando un
messaggio e io non riesco a rispondere. Mi suona come
un'inadempienza di cui potrei pentirmi.
In quel momento di scoramento, non tengo conto, nel
mio pessimismo, della caparbiet di Eleonora che, con il
suo russo fluente ed il suo scassatissimo cellulare, ha deciso
di scavalcare la direttrice del museo e tempesta di
mail, di messaggi e di telefonate le associazioni dei veterani
e i funzionari del ministero della Difesa. Loro lo
devono sapere, dove si trovano le ultime streghe. La osservo
distrattamente, pensando che stia collezionando i
soliti net; invece un pomeriggio mi annuncia trionfante.
Sono riuscita a parlare con Vladimir Aleksandrovich
Naumkin. E chi ?  la mia prima diffidente reazione.
 uno dei responsabili dei veterani presso il ministero
della Difesa, un signore gentile, ma un po' all'antica - mi
informa Eleonora - che non usa n gli sms, n le mail e,
per questo, l'ha fatta penare, ma che, alla fine, ha risposto
al telefono. Gli ho chiesto di farci conoscere una strega
prosegue Eleonora. Net? Macch, questa volta la
risposta  stata choroso, benissimo.
Incontriamo Vladimir Aleksandrovich Naumkin alla stazione
della metropolitana di Universitet. Col suo pesante cappotto
nero, la sciarpa ben ripiegata stretta attorno al collo,
l'imponente colbacco e gli occhi chiari, seri e penetranti,
ha l'aspetto solenne dei militari in pensione ed i modi cortesi
e a tratti austeri dei russi di una volta. La busta di plastica
che contiene due libri sulla Grande guerra patriottica
rivela che a quella guerra  rimasto strettamente legato.
In un caff vicino alla fermata ci presentiamo. Lui racconta
della sua passione per il volo, di quando a diciassette
anni si era iscritto a uno dei tanti aeroclub del Paese
e poi aveva proseguito gli studi all'Istituto di aviazione
militare di Groznyj divenendo pilota militare e specializzandosi
nella guida degli elicotteri. Aveva lavorato per
molti anni nella squadra responsabile del recupero di
cosmonauti e navicelle spaziali di rientro dai voli cosmici.
Nel '69 - ci racconta con orgoglio - aveva recuperato
l'astronauta Volynov in condizioni limite di temperatura
(-38) e poi l'equipaggio della navicella sovietico-americana
Sojuz-Apollo.
Ci parla della sua partecipazione alla guerra russo-afgana
come consigliere per l'aviazione presso il comando
generale, di quando aveva rischiato la vita ed era stato
decorato, mentre molti suoi compagni erano morti. Fino
a qualche anno prima era stato vicedirettore della Casa
centrale dell'aviazione, il museo moscovita dedicato ai
pi celebri piloti e cosmonauti sovietici. Conosce dunque
ogni eroe o eroina che abbia reso grande la Russia nei
cieli, in ogni tempo e situazione e, quindi, anche l'ultima
strega ancora vivente: si chiama Irina Rakobolskaja - ci
informa - e ha novantasei anni.  stata la vicecomandante
del reggimento 588, il capo dello staff.
Ci parla di lei con assoluta ammirazione e reverenza,
usando nei suoi confronti parole ed espressioni ormai desuete.
Se vogliamo conoscerla - ci dice - sarebbe felice di
farcela incontrare, ci pu accompagnare nel suo appartamento
il pomeriggio seguente. Se vogliamo? Eleonora e
io siamo al settimo cielo. Annulliamo un appuntamento,
rinunciamo alla banja, la tipica sauna russa, siamo pronte
in qualunque momento per la strega - rispondiamo - e ci
portiamo dietro un lungo elenco di domande. Abbiamo
letto molto, ci sono tantissime cose che ancora vogliamo
sapere.
Irina abita nel quartiere dell'universit, in un palazzo che
confina col grattacielo della Mgu (Moskovskij gosudarstvennyj
universitet, l'universit statale di Mosca), una delle
sette sorelle, costruzioni simbolo dell'architettura staliniana.
Congedatasi dopo quattro anni di guerra, aveva
ripreso gli studi, poi aveva insegnato fisica, era diventata
un'importante accademica proprio in quel mastodontico e
solenne fabbricato e, come gran parte degli insegnanti, era
rimasta a vivere nell'appartamento assegnatole.
La sede dell'Mgu  davvero maestosa, con la grande
scalinata, le colonne, i pinnacoli, i simboli del regime durante
il quale  stata costruita. Sono affascinata dai due
gruppi scultorei ai lati della grande scalinata d'ingresso
che rappresentano l'inscindibile rapporto fra popolo e
cultura e la parit fra uomini e donne che lo stalinismo affermava
di perseguire. Da un lato un operaio edile con la
cazzuola  scolpito insieme a una studentessa. Dall'altro
uno studente con il libro  raffigurato con una colcosiana
con la falce e le spighe.
Quando entriamo nell'atrio del palazzo dove abita Irina
- grandioso e trasandato con l'inconfondibile odore
di zuppa, la moquette e i muri scrostati - mi accorgo di
essere emozionata e, nello scorgere dietro un lungo tavolo
una portiera arcigna che sembra uscita direttamente
dalle pagine di Buio a mezzogiorno, temo un nuovo net
che annulli l'appuntamento. Ma Eleonora saluta cordialmente
e Vladimir Aleksandrovich  tranchant nell'annunciare:
Andiamo da Irina Rakobolskaja. Possiamo salire
al primo piano e bussare alla sua porta.
Eccola, la strega, seduta sul suo letto-divano, con due
scialli di sottile lana di Orenburg, i capelli bianchi sotto
un cappellino di lana, gli occhiali spessi che non nascondono
lo sguardo vispo, la cordialit semplice dei russi.
Non indugia molto sui convenevoli, ci invita a sederci e
si mostra disponibile. Fa solo una premessa. Sulle streghe
- ci dice - sono state raccontate molte frottole, ma una
su tutte l'ha irritata: Hanno scritto che nel nostro reggimento
c'erano anche uomini. Non  vero, eravamo tutte
donne e siamo rimaste donne fino alla fine. Non date
retta a chi dice il contrario. Poi comincia a raccontare.
Abbiamo passato molti pomeriggi con Irina. Dopo quella
prima volta siamo tornate ancora a Mosca per parlare
con lei. E Irina ci ha dedicato il suo tempo, ci ha mostrato
libri, fotografie, carte geografiche. Ci ha offerto t, torte
e frutta. Ci ha raccontato dei suoi figli. Ci ha confessato
che alla sua et le piacciono solo i dolci e i fiori. Alla fine
degli incontri uscivo con una sensazione di pienezza che
mi prendeva la testa, il cuore e lo stomaco. Non c'era
bisogno di farle delle domande. Prima di arrivare nella
sua stanza riempivo di quesiti decine di fogli ma poi
non li guardavo mai. Era lei che decideva che cosa voleva
dirci e il momento giusto per farlo. Ed era sempre lei a
decidere quando era bene fermarsi per riprendere fiato
e andare in cucina a bere il t o quando era importante
illustrare il racconto con una foto od un documento. Allora,
con l'aiuto di un bastone, si alzava dal letto-divano,
apriva la libreria o frugava in un cassetto. Un giorno ci
ha mostrato la collezione dei suoi cappellini di lana. In
ogni incontro ne indossava uno diverso. Un altro giorno
un peluche nella cui pancia aveva nascosto una riserva
di cioccolatini. Non ce li ha mai offerti. Deve essere veramente
golosa ho pensato. E ho visto che sorrideva,
sorrideva spesso, di se stessa e dei suoi ricordi.
...
In volo.

Per fortuna non c' nebbia. Fino all'ultimo Irina ha pensato
che potesse calare all'improvviso, come capitava
spesso in quella porzione di terra sovietica racchiusa fra
tre mari. Invece, come programmato, l'aereo pu alzarsi
in volo.
Lei  la navigatrice, prima di partire ha controllato la
cartina che tiene sulle ginocchia e ora guarda gi. Ecco,
qui c' il fiume, accanto il frutteto, poi un paio di case - i
contadini sono scappati o sono stati uccisi -, quindi una
macchia larga e scura, il bosco. Secondo le indicazioni
il nemico dovrebbe essere accampato proprio accanto
alle case, il loro comando se ne sar appropriato, si vede
qualche piccola luce, probabilmente dei fal; i tedeschi,
che hanno marciato per tutto il giorno, si staranno
scaldando.
Larissa  una pilota abile, fra le pi esperte del reggimento.
Si  iscritta giovanissima all'aeroclub di Saratov e
poi, nel 1940, ancora ventenne,  andata a Mosca per frequentare
l'Istituto di aviazione. La guerra non l'ha colta
impreparata, conosceva la grande Marina Raskova,  stata
proprio lei a chiamarla. La convocazione le  sembrata
un miracolo: lei, che ha coltivato fin da piccola il sogno di
volare, ora  chiamata a farlo accanto al suo mito.
Pilota l'aereo con tranquillit, pu tirare fino a 120
chilometri all'ora, per arrivare all'obiettivo ci vorr poco
pi di mezz'ora. Irina, dietro di lei, ne osserva le mani
mentre azionano i comandi, sollevano in alto le leve e
maneggiano la cloche con disinvolta perizia. Neanche il
Caucaso sembra preoccupare Larissa, che mantiene una
sua lucida serenit perfino davanti alle montagne che si
ergono come bastioni formando barriere che sembrano
inghiottire i piccoli aerei. Non la spaventano i venti umidi
che vengono dal Mar Nero e le sballottano, le nuvole
che, in un incessante movimento, cambiano da un momento
all'altro la visibilit, la nebbia che si alza fitta e
veloce, i crepacci e le infide rocce.
Sono arrivate. Le due ragazze sono vicinissime, una
dietro l'altra; nella piccola cabina, possono toccarsi, ma
comunicano solo attraverso un tubo di gomma perch le
loro voci sono coperte dal rombo del motore.
Irina controlla ancora una volta la cartina, guarda la
bussola, non deve sbagliare. Comincia a scendere dice
dopo circa mezz'ora di volo, dobbiamo vedere meglio.
Larissa scende ancora. Sono a 700 metri, ancora un po' e
qualcuno da terra potrebbe individuarle, meglio spegnere
le luci,  inutile rischiare.
Ora le case si vedono distintamente, e cos gli alberi del
frutteto. Per non farsi sentire spengono anche i motori. I
contadini avranno fatto in tempo a raccogliere le mele?
si sorprende a pensare Irina, mentre stringe la corda che
comanda lo sgancio delle bombe sotto la pancia del biplano.
Fra qualche secondo la tirer, si aprir un cassetto e gli
ordigni piomberanno sull'accampamento nemico.
Sono quasi a 500 metri, hanno a disposizione, per
portare a termine la missione, una manciata di secondi,
giusto il tempo per lanciare delle fiaccole che possano
rischiarare il terreno. Si chiamano Sab, sono legate a piccoli
paracadute e, andando gi, illumineranno l'obiettivo.
Bisogna fare in fretta, molto in fretta. Dopo le Sab
Irina deve sganciare le bombe e, contemporaneamente,
Larissa deve essere pronta a tuffarsi in picchiata senza
scendere a meno di 400 metri, per poi riaccendere il motore,
riprendere quota e tornare verso la luna.
Ecco, la fiaccola ha illuminato il terreno, Irina riesce a
vedere distintamente,  arrivato il momento: tira la corda
che ha tenuto fino a quel momento in grembo, la cassetta
collocata sotto la pancia dell'aereo, dove ci sono le
bombe, si apre. Ancora qualche secondo, poi il fragore,
sono abbagliate da una luce, ma non vedono il fuoco e
le fiamme perch stanno gi tornando in alto. Seicento,
poi settecento metri, vanno veloci, pi veloci possibile,
devono diventare invisibili.
Fasci di luce squarciano il cielo, sulla terra il nemico ha
messo in funzione i riflettori, e se intercetta l'aereo, per
Larissa e Irina  la fine: la contraerea nemica  potente e
precisa, difficile che manchi un bersaglio cos lento. La
notte precedente, quando  entrato in azione, il biplano
 stato costretto a uno slalom fra le nuvole e loro hanno
temuto il peggio. Se venissero colpite, non riuscirebbero a
lasciare il bimotore: non hanno un paracadute, non  previsto.
Del resto, lanciarsi in territorio nemico e farsi catturare
dalla Wehrmacht  peggio che morire. Non resta
che tentare di schivare i colpi. Per fortuna il Polikarpov,
il loro aereo, non  veloce ma piccolo e maneggevole, pu
scartare con prontezza e fuggire in alto con agilit.
Sono tornate a mille metri, dove sono pi sicure. Lo
sa anche chi da terra attiva i riflettori. Ora il nemico ha
la certezza che altri aerei, altre bombe arriveranno a intervalli
regolari di cinque, dieci minuti, che il bombardamento
durer tutta la notte. E sar veloce ed instancabile.
Larissa  concentrata sulla guida; niente sul suo volto
mostra emozione o stanchezza, fa solo un cenno con
la mano per dire  fatta. Irina avverte la tensione che
attanaglia ancora il corpo dell'amica. Ripsati, Larissa.
Prendo io i comandi le dice. Una mente deve essere
concentrata e veloce per ricalcolare il percorso che le riporter
all'aerodromo. Ma stanotte il cielo  limpido e la
luna fa capolino quel tanto che basta a far brillare il nastro
del fiume che indica la direzione verso la base, verso
casa. Si pu tornare volando a vista, come non cpita di
sovente. Dopo una virata decisa, Irina identifica la ben
nota ansa del fiume, ne segue la voluta e guida il docile
Polikarpov sulla via del ritorno. Ancora venti minuti e
poi l'atterraggio, agile come il decollo, nel piccolo aeroporto
fra i campi dal quale sono partite.
Marja, l'addetta agli armamenti che ha montato le
bombe, corre loro incontro, guarda la cassetta vuota sotto
l'aereo e le saluta. Il nuovo carico  gi pronto. Mentre
Larissa e Irina scendono, sentono il rombo di un altro
biplano che sta partendo. Dentro ci sono Nadja e Valentina.
Poi sar la volta di Dina ed Evgenija gi pronte
sulla pista. Evgenija le saluta agitando la mano con un
sorriso disteso. Quando deve volare, il volto le si illumina
perch - dice - le piace avvicinarsi alle stelle. L si sente a
suo agio pi che sulla terra. Irina vede Sonja che sta caricando
le bombe sotto la pancia dell'aereo - questa volta
sono pi piccole e pi numerose - ed Ol'ga che controlla il
carburante. Irina e Larissa devono attendere il prossimo
turno e possono riposarsi un po'. Se ci riescono. La testa
rimbomba, nelle gambe vibra ancora un tremolio che
non  facile controllare, e lo stomaco  stretto come in
una morsa. Per sarebbe meglio che dormissero almeno
un'ora prima di ripartire.  autunno inoltrato, le notti
sono lunghe ed ogni aereo pu fare anche sei o sette voli.
Attorno a loro, nell'aeroporto improvvisato, i Polikarpov
in fila, uno dopo l'altro, attendono di decollare, le baracche
nelle quali le attende un letto sono invece distanti,
non vale la pena raggiungerle. Irina prende una coperta
e si stende sotto le ali di un aereo. Larissa le porge un
piccolo cuscino. Qualcuno vi ha ricamato con del filo blu
dei non ti scordar di me. Se lo mette sotto il capo e si
addormenta di botto.
Nella stanza di via Leninskie Gory  quasi buio. Irina ha
appena finito di raccontare uno dei 23000 voli compiuti
dalle streghe nei quasi quattro anni della Grande guerra
patriottica. Tra le mani ha il modellino in legno di un
Polikarpov, lo tiene sul comodino accanto al letto insieme
alle medicine ed a una bottiglia d'acqua e, come un bambino
che gioca, durante il racconto, lo ha fatto andare in su
e in gi e poi ancora in su, imitando il volo notturno, le
picchiate, le risalite.
Ha descritto nel dettaglio le notti di guerra, i suoi gesti
e quelli della sua compagna. L'ho osservata attentamente:
non ha il volto commosso di un'anziana che rievoca le sue
esperienze pi emozionanti, piuttosto quello della docente
che vuole spiegare bene non trascurando alcun dato perch
gli studenti intendano e, soprattutto, non fraintendano.
Vladimir Aleksandrovich e io siamo rimasti muti e immobili
per tutta la durata del racconto. Eleonora ha tradotto
con la voce a tratti rotta dal pathos. Non ho neanche aperto
il quaderno sul quale dovevo prendere appunti. Quando
Irina smette di parlare, ci guarda soddisfatta e divertita. Se
voleva fare colpo ci  riuscita.
...
C'era una volta...

Quando torno a Roma, posso dire di avere una bella storia
da raccontare. Una storia affascinante che, nelle parole
di Irina, si  rivelata pi stupefacente di quanto pensassi.
Ora devo decidere come trasmetterla, come scriverla,
e questo  di nuovo difficile. Devo descrivere una guerra,
un conflitto fondativo della storia sovietica. Ogni guerra
- tanto pi la Grande guerra patriottica - si pu raccontare
in due modi. Come, per esempio, hanno fatto Vasilij
Grossman in Vita e destino e Grigorij Baklanov in Una
spanna di terra o Sotto il cielo di luglio, descrivendo orrore,
sangue, sporcizia, disperazione, tradimento, ripulsa,
odio, paura, dolore, terrore; oppure, mettendo da parte
tutto questo, concentrando l'attenzione sulla disciplina,
l'ordine, le battaglie, le conquiste, il metodo, la tenacia
e, infine, naturalmente, la vittoria. Seguono questa logica
le grandi narrazioni degli uomini al comando - statisti
o militari che siano - ma anche i racconti di veterani di
guerra, gli anziani soldati che, ad anni di distanza, ricordano
la vita nell'esercito e le loro battaglie.
Nel primo caso, quando si racconta la guerra con tutti
i suoi orrori, gli uomini appaiono sottomessi a un destino
pi grande di loro, a una Storia che li domina e li
stritola cancellandone la voce. Nel secondo caso, almeno
all'apparenza, sono le loro azioni a determinare la guerra
e a guidare gli avvenimenti. Anche se non sono eroi, non
hanno ruoli di comando e soffrono o muoiono, la loro
sorte partecipa di un destino pi generale che ne illumina
il significato e li rende protagonisti della Storia. Ivan
Martynuskin, raccontandomi la sua vita nell'Armata Rossa
e il suo arrivo ad Auschwitz nel 1945, era stato minuzioso
nella narrazione della preparazione militare e della
vita quotidiana al fronte, ma aveva evitato ogni racconto
cruento e omesso il lato oscuro.
Quando, cercando una reazione emotivamente pi
forte, gli avevo chiesto dei suoi sentimenti di fronte alla
scoperta del campo di sterminio, con ammirevole sincerit
mi aveva risposto: Venivo dalla Russia, avevo attraversato
l'Ucraina, le terre che i tedeschi avevano occupato,
avevo visto scene terribili, sofferenze inaudite. In quel
campo recintato ne ho viste ancora... ho trovato l'orrore.
Ma noi eravamo soldati e, se il dolore si fosse impadronito
dei nostri pensieri, sarebbe stato impossibile andare
avanti. Avevamo un compito importante: dovevamo cacciare
dalla nostra patria i soldati di Hitler, sconfiggere i
nazisti che avevano distrutto i nostri paesi, le nostre case.
La compassione era tanta, ma non ci potevamo fermare;
il dolore era grande, ma dovevamo mantenerlo alla superficie
del cuore. Abbiamo fatto di tutto per evitare che
penetrasse in profondit.
Il racconto di Irina non rientra in nessuno dei due
schemi. A Roma mi accorgo, riguardando gli appunti e
riascoltando le registrazioni, di quanto sia controllato e
armonioso. Ci sono i sentimenti, la sofferenza e il lutto,
ma c' anche la patria, il socialismo, la disciplina e la vittoria.
C' il patriottismo ma anche l'ironia; la rabbia insieme
alla saggezza. C' l'amicizia. E c' - fortissima - la
spinta alla conquista della parit con l'uomo, desiderata
talmente tanto - e questa non  retorica - da scegliere di
morire pur di ottenerla.
Sento che, nel raccontarla,  facile rompere l'equilibrio,
intaccare la saggezza della strega e portare la sua
storia su un versante sbagliato o, almeno, non del tutto
veritiero. Ci sono tutti gli ingredienti pericolosi che
possono farne un racconto agiografico. Basta puntare
sull'eroismo e sul patriottismo, ed  fatta. Ma ci sono,
ci possono essere anche tutti gli ingredienti per una storia
di sofferenza, di lutto, di crudelt. Irina e le sue amiche
possono facilmente apparire vittime di una vicenda
dominata da altri. Vittime del caso, dell'altrui brutalit.
Donne che, non violente per natura, sono state costrette
a diventarlo. Neanche questo  vero.
Mi arrovello per un paio di mesi su una questione
che - mi rendo conto - a chi legge pu apparire secondaria.
Non lo  anche perch s'intreccia con un'altra,
altrettanto importante. Avevo ascoltato dalla viva voce di
una donna intelligente, acuta, presente a se stessa, le sue
memorie. Mentre parlava, avevo pensato che quando
fosse scomparsa non ci sarebbe stato pi nessuno a raccontarla
direttamente. Che Eleonora e io eravamo forse
le ultime a poter godere di questo privilegio. So per
che la memoria - anche la migliore - seleziona, cancella,
sovrappone.
Ancora una volta mi ammoniscono due scrittrici.
Catherine Merridale, la storica inglese che nel suo Ivan's
War ha intervistato duecento soldati dell'Armata Rossa
e ha constatato come la censura interiore, da un lato, e
l'ideologia, dall'altro, possano influenzare fortemente la
memoria che trattiene solo quel che vuole o pu. Oppure
ci che aiuta a vivere meglio. E, ancora una volta, Svetlana
Aleksievich, che cercando la memoria femminile della
guerra ne ha constatato anche lei le paure e le rimozioni.
Irina mi  parsa cos sicura dei suoi ricordi, ha saputo
intrecciare cos bene sofferenza e patriottismo, abnegazione
e comprensione dei fatti! Eppure la domanda si
pone: con quali meccanismi pi o meno consapevoli ha
operato la sua selezione? Quante cose ha taciuto o rimosso
o ritenuto non essenziali? Tocca a me - con rispetto
ed equilibrio - ricostruire parti della sua storia, indagare,
oltre l'affascinante recinto della memoria individuale, in
una vicenda che non  solo individuale ma di un intero
gruppo. Con l'aiuto di Irina devo ricostruire un'avventura
collettiva, l'avventura delle streghe della notte.
Un esercizio rischioso e difficile.
Ed ecco che arriva una telefonata.  Costanza, la mia nipotina
di quattro anni. Al telefono urla come le vecchie
signore un po' sorde che non riescono a capacitarsi del
fatto che, con lo strumento che hanno in mano, si pu
parlare a distanza senza alzare la voce. Pronto, nonna?
Allora mi racconti la storia delle streghe della notte? Il
tono  piuttosto risentito.
Lei ama le streghe, nelle favole che le racconto sono i
suoi personaggi preferiti. C' Brigitta che  piccola, maligna
e cattiva, c' Gertrude, grande, potente e malefica,
e c' Stregaccia, che fa paura pi di tutte, perch ruba i
giocattoli dei bambini. Delle streghe della notte con lei
non avevo, ovviamente, mai parlato. Per un caso strano
(nella vita ci sono anche questi), mentre passeggiava per
una strada di Roma, aveva sentito una canzone proprio
su di loro. La cantava Giampiero Milanetti, cantautore
e autore di un libro di foto, frutto di una lunga ricerca,
dedicato alle Nachthexen. Quella canzone le era piaciuta
molto e la sua mamma le aveva detto che anche la nonna
stava scrivendo sulle streghe.
Ora  un po' arrabbiata con me perch - sospetta -
devo averle nascosto una storia appassionante. S, certo,
te la racconto le rispondo, e comincio: Dunque, le
streghe della notte erano... No, no... Il tono  esasperato.
Le favole cominciano con C'era una volta...
Certo, ha ragione, cominciano cos tutte le storie che si
rispettino. Presa di sorpresa, ho dimenticato una parte
fondamentale del rito sul quale Costanza non ammette
deroghe e disattenzioni. Ricomincio.
C'era una volta un re cattivissimo che ammazzava
tutti quelli che non gli piacevano. Questo re, che si chiamava
Adolfo ed era davvero molto, molto cattivo, aveva
deciso di conquistare il Paese vicino perch voleva tutte
le sue ricchezze... Racconto delle vittorie di Adolfo,
delle sconfitte dell'altro re, Giuseppe, che per  cattivo
anche lui, dei tanti soldati che cercavano a fatica di impedire
che Adolfo si impadronisse del Paese. Racconto
che gli uomini e le donne del grande Paese diventavano
sempre pi poveri, che i bambini non avevano n cibo,
n giocattoli.
Il cattivo Adolfo - continuo mentre dall'altra parte
del telefono c' un silenzio assoluto - stava quasi per
entrare nel palazzo reale quando un gruppo di fanciulle
giovani, belle e coraggiose, visto che il re ed i soldati uomini
non bastavano, decisero di buttarsi per difendere il
loro Paese e sconfggere Adolfo. Gli uomini le derisero:
non ce la farete mai, dicevano, non sapete combattere,
siete troppo giovani. Ma loro presero di nascosto degli
aerei, tanto piccoli che sembravano giocattoli, e la notte,
quando Adolfo e i soldati dormivano, cominciarono a
colpire dall'alto. Andavano su e gi nel cielo. Adolfo e i
suoi soldati ne avevano paura, perch erano fortissime e
coraggiose. Pi dei soldati, pi degli uomini con i cannoni.
Arrivavano quando nessuno se lo aspettava. Proprio
come le streghe. Termino la storia con un lieto fine che,
per soddisfare Costanza, prevede di solito un gelato al
cioccolato per i buoni mentre i cattivi rimangono a bocca
asciutta. Ora  contenta e anch'io mi sento all'improvviso
pi tranquilla.
Non so che cosa sia successo. Potenza della adorazione
della nonna per la nipotina fantasiosa e prepotente, o
- pi banalmente - merito della semplificazione a cui Costanza
mi ha obbligato, la traccia del racconto mi diventa
chiara: ho risolto, senza rendermene conto, il problema
sul quale da giorni mi arrovellavo.
Devo raccontare la favola - dura, atroce, crudele come
tutte le favole - di un gruppo di giovani che volevano a
tutti i costi una parit che pareva impossibile, un'emancipazione
che superava ogni limite e che alla fine ce l'avevano
fatta. Al loro Paese ed alla Storia avevano mandato il
messaggio che le donne possono tutto. Erano cos forti
da diventare, nella fantasia di chi le combatteva, magiche
e misteriose come le streghe. S, ci sono arrivata, non c'
proprio altro modo di raccontare la verit di una storia se
non con C'era una volta...
...
Correte, parla Molotov!

Accendete subito la radio. Fra qualche minuto parla il
compagno Molotov.  giugno, a Mosca un mese fatato.
Scomparso il fango della primavera, ricordo ormai lontano
il ghiaccio dell'inverno, l'aria  invasa dal profumo dei
lill e dei mughetti che fioriscono dappertutto e vengono
venduti e acquistati a mazzolini agli angoli delle strade.
Le notti sono lunghe, non come nel nord del Paese, ma
abbastanza perch i moscoviti ne possano godere, alleggeriti
dagli strati di lana che li hanno oppressi durante
l'inverno.
Il giugno 1941 per Irina  un mese particolarmente felice.
Sta concludendo il triennio di fisica e prepara la sua
tesi di laurea. Manca poco alla conclusione degli studi, al
momento in cui finir di pesare sul magro bilancio della
madre. La patria socialista le offrir un lavoro e la sua vita
cambier.
Quella mattina  andata con la sua amica Elena
all'Istituto di patologia medica per proporre a un illustre
accademico un progetto di tesi sul rapporto fra fisica e
medicina. Il professore l'ha accolto benevolmente, una
tesi audace ma interessante, ha detto, e le due amiche si
sono sentite sollevate. Il colloquio sarebbe andato avanti,
il loro lavoro sarebbe stato definito con maggior precisione
se non fossero stati interrotti all'improvviso da quelle
grida nel corridoio. E poi il rumore delle porte che si
aprono e si chiudono, lo scalpiccio dei passi di corsa, le
voci che s'incrociano fuori dall'aula.  un attimo. Irina
ed Elena scambiano uno sguardo d'intesa e di scusa con
il professore, si rimettono le scarpe che avevano lasciato
sulla soglia ed escono dalla facolt per correre in via Mochovaja,
verso la sede dell'antica Universit statale voluta
dall'imperatrice Elisabetta. Quando arrivano, la via  gi
piena di studenti che si dirigono all'ingresso, sotto la statua
dello scienziato Michail Vasil'evich Lomonosov che d
il nome all'Ateneo. Qui ascolteranno dagli altoparlanti il
discorso di Molotov.
C' molta confusione nei piccoli giardini davanti
all'ingresso: Molotov  il numero due del Cremlino, l'uomo
cui Stalin ha affidato la politica estera, porta il suo
nome il patto di non belligeranza con i tedeschi firmato
solo due anni prima. Se ha deciso di parlare alla nazione,
deve essere successo qualcosa d'importante.
Puntuale si diffonde la voce di Jurij Levitan, il pi noto
degli speaker sovietici, che annuncia una comunicazione
importante del ministro degli Esteri, compagno Molotov.
Sotto la statua di Lomonosov il silenzio  assoluto e invade
come un'onda le strade e le piazze. Mosca  concentrata e
immobile, i suoi abitanti si fermano e tendono l'orecchio
all'altoparlante pi vicino, alzano il volume delle radio,
tutte sintonizzate sulla stessa frequenza.
Alle quattro di questa mattina comincia il commissario
del popolo per gli Affari esteri, senza alcuna
dichiarazione di guerra e senza che prima sia stata fatta
alcuna rimostranza all'Unione Sovietica, le truppe tedesche
hanno attaccato lungo le nostre frontiere e bombardato
dal cielo... La voce del compagno Molotov mantiene
un tono burocratico, artificiosamente pacato, ma le
parole sono pesanti. I tedeschi ci attaccano,  la guerra,
pensano i ragazzi e le ragazze riuniti a poche centinaia di
metri dalla piazza Rossa. Sono sorpresi, stupiti, sconcertati:
che fine ha fatto il patto di non aggressione?
Alla possibilit del conflitto - com' noto - Stalin e
Molotov non avevano mai creduto. Solo una settimana
prima, l'uomo che gli studenti hanno appena ascoltato
alla radio aveva pronunciato ben altro discorso. Aveva
detto - con tono rassicurante - che le voci di una rottura
del patto con la Germania erano del tutto infondate.
Fino a quell'annuncio, chi aveva messo in dubbio la lealt
del Terzo Reich era stato guardato come un traditore.
All'improvviso tutto  cambiato. Irina e i suoi compagni
sentono montare la tensione. Non sanno quanto i
massimi dirigenti dello Stato siano stati colti di sorpresa;
che all'alba del dolce giorno di giugno che segna l'arrivo
dell'estate, alle quattro del mattino, l'artiglieria tedesca
ha cominciato a colpire; che Stalin ha ordinato di contrattaccare
solo dopo quattro ore. Non sanno, infine,
che, in quel mattino in cui hanno ascoltato l'annuncio
della guerra, la Luftwaffe ha abbattuto pi di 1800 aerei,
che sta sorvolando i territori sovietici e che le truppe del
Fhrer hanno gi varcato i confini.
Lo stupore degli studenti dura poco. Se nessuno di loro
aveva mai pensato davvero a un conflitto imminente e,
tanto meno, all'invasione tedesca, fin da piccoli erano
stati educati a diffidare dei Paesi occidentali, a pensare
che la patria socialista potesse essere attaccata da un momento
all'altro; erano stati abituati all'idea di una guerra
e sono stati istruiti per farvi fronte. Quasi tutti, uomini
e donne, hanno frequentato corsi di artiglieria, di paracadutismo,
di volo, hanno imparato a caricare i fucili e a
medicare le ferite. Ora quello che pareva un possibile futuro
 diventato un concreto presente e loro non devono
far altro che organizzarsi e rispondere.
Irina guarda Elena; dalla radio non giunge pi alcuna
voce. Allora, decidono di andare nella sede del Komsomol,
la lega dei giovani comunisti, l sapranno di pi,
riceveranno istruzioni. L'estate, cominciata con un trionfante
solstizio, si  gi colorata di tinte pi cupe. E la loro
vita - Irina lo intuisce immediatamente - non seguir pi
il corso immaginato.
Non che la vita della giovane studentessa di fisica fino
a quel momento fosse stata facile, ma si poteva definire
felicemente dura, come quella di quasi tutti gli universitari
moscoviti.
Irina  figlia di un professore di fisica, morto quando
era ancora una bambina. Con lo stipendio della mamma
insegnante, per lei e sua sorella c'era appena di che vivere.
Aveva a disposizione un rublo al giorno e con quel denaro
poteva concedersi a pranzo solo un piatto di verdura.
Era stufa della verdura e se ne lamentava, ma sapeva
che sua madre non poteva permettersi di pi. Cos con la
sua amica Elena, anche lei figlia di un professore universitario,
era capace di rinunciare per un giorno al magro
pasto per concedersi un gelato il giorno dopo. Il gelato,
insieme a un paio di scarpe smesse di sua zia, bastava a
renderla soddisfatta della vita e convinta che, in un futuro
non troppo lontano, sarebbe diventata migliore.
Chiunque abbia frequentato un'assemblea di universitari
in un momento caldo della storia non far fatica ad
immaginare la riunione dei giovani del Komsomol subito
dopo l'annuncio dell'invasione. Solo il modello di
disciplina del partito riesce a moderare l'eccitazione, il
disordine, il turbamento, l'incontenibile chiamata all'azione.
Tutti gli studenti si dichiarano a disposizione,
pronti a fare quel che la patria decider. In effetti, nelle
settimane seguenti, vanno a mietere il grano al posto dei
contadini che partono per il fronte, scavano trincee, gallerie,
fossati per difendere la loro citt, alzano barriere
con terra e sabbia e seguono come possono il corso degli
avvenimenti: ci sono i responsabili del partito a informarli
e c' la radio.
Proprio un giorno di luglio, mentre Irina, con Elena
e alcune colcosiane, sta mettendo al riparo dei covoni
di grano, la radio trasmette un nuovo messaggio, questa
volta di losif Stalin. Il lavoro nei campi s'interrompe per
ascoltare la voce del piccolo padre.
Fratelli e sorelle cos Stalin si rivolge al suo popolo e
tanto basta per far capire la gravit del momento. Irina ed
Elena apprendono ci che fino allora si mormorava. La
perfida aggressione militare della Germania hitleriana
contro la nostra patria, iniziata il 22 giugno dice Stalin,
continua. Nonostante l'eroica resistenza dell'Armata
Rossa, nonostante le migliori divisioni del nemico e della
sua aviazione siano gi sconfitte e abbiano trovato la loro
tomba sui campi di battaglia, l'invasore continua a spingersi
avanti gettando nuove forze sul fronte. Le truppe
hitleriane sono riuscite a occupare la Lituania, una notevole
parte della Lettonia, la parte occidentale della Bielorussia,
una parte dell'Ucraina occidentale. L'aviazione nazista
allarga la sua sfera d'azione e bombarda Murmansk,
Orsa, Mogilv, Smolensk, Kiev, Odessa, Sebastopoli.
Sulla nostra patria pesa un grave pericolo.
Il capo del partito incita alla lotta e si dice sicuro della
vittoria, ma non nasconde l'estrema difficolt del
momento.
Con la fine dell'estate Irina, come molti suoi compagni,
ritorna a Mosca. Nella capitale si respirano agitazione
e paura. Le truppe tedesche si stanno avvicinando,
a solo tre mesi dall'inizio delle ostilit sono arrivate a
sessanta chilometri dal Cremlino e sembra che niente e
nessuno riesca a fermarle: puntano a una guerra rapida e
a una vittoria schiacciante.
Mosca organizza la resistenza. Studenti e studentesse
si addestrano all'uso delle armi, frequentano corsi per
infermieri. Irina ormai pensa sempre meno ai suoi studi.
Dal giorno in cui ha parlato della sua tesi con il professore
di patologia non sembrano passati tre mesi, ma tre
anni. Si  chiesta molte volte mentre cercava di frequentare
ancora qualche lezione: A che servono oggi i fisici
e i matematici?
Non  la sola ad avere dubbi del genere in questo inizio
di autunno in cui i tedeschi hanno gi occupato tanta
parte del territorio russo. L'inutilit degli studi diventa
convinzione diffusa fra i giovani universitari che scelgono
piuttosto di affollare i centri di arruolamento per chiedere
di andare al fronte.
Un giorno, nei pressi della biblioteca Lenin, Irina
incontra Evgenija Rudneva, una studentessa di astronomia
con la quale aveva condiviso alcuni corsi. Zenja
- cos affettuosamente  chiamata -  piccola, bionda,
ha l'aria fragile ed indifesa; i suoi compagni la prendono
in giro perch ha sempre la testa fra le nuvole - o meglio,
fra le costellazioni - e perch si ostina ad impegnarsi
nello sport senza riuscirci. Per lavora per il Komsomol,
 concreta, operosa, e non rifugge neppure dalle
attivit di propaganda pi semplici e noiose. Zenja le
dice che ha deciso di interrompere gli studi anche se le
stelle le mancheranno molto; ha gi annunciato questa
sua decisione al docente che la segue per la tesi di laurea.
Se la patria non sar libera gli ha scritto, neppure
la scienza potr esserlo. Ora far di tutto per arruolarsi
anche se, conclude con rammarico, nello sport
non valgo niente.
Il registratore continua ad andare mentre Irina parla e
noi ascoltiamo in silenzio. Non lo dice ma  chiaro che
quell'incontro con Zenja segna un punto di svolta: dopo
aver parlato con l'amica, anche lei abbandoner lo studio
della fisica. A tre quarti di secolo di distanza, la tensione,
l'inquietudine di quelle giornate d'inizio autunno
nell'appartamento di Irina si avvertono ancora. Mosca
- racconta l'anziana signora - era al buio, brillavano solo
le luci della contraerea, si svuotavano le fabbriche e l'universit,
a migliaia lasciavano la citt che era diventata insicura
e dove scarseggiavano il cibo, le medicine, la legna.
Chi rimaneva sapeva di doversi adattare a una situazione
durissima.
La radio ogni giorno invitava i moscoviti ad andarsene,
si diceva che anche Stalin avesse intenzione dipartire. E allora
che sarebbe successo? Sarebbe riuscito a Hitler quello
che non era riuscito a Napoleone?
A Irina piace la suspense. Si vede che da giovane amava
il teatro e che in noi ha trovato spettatori attenti e partecipi.
Nell'atmosfera sospesa e drammatica del suo racconto,
mi aspetto da un momento all'altro uno scarto, un cambiamento
improvviso: e in effetti la sua storia si impenna, ma
non nella direzione che avevo immaginato.
...
Truffaut a Mosca.

Irina, Dmitrij e Michail trascorrono insieme gran parte
delle loro giornate. Ricordano i tre personaggi di Jules e
Jim, il celebre film di Truffaut, se non fosse che la loro
vita non si svolge nella Montparnasse parigina, ma nei
quartieri di Mosca minacciata dalla Wehrmacht. Sono
tutti e tre colti e appassionati, fanno parte del Komsomol,
sono - o meglio sono stati - studenti di fisica. Ora
vogliono partire al pi presto per il fronte.
Dopo aver lavorato in campagna, nei cantieri cittadini,
attendono disposizioni. A Mosca nell'autunno del
1941 non manca certo il daffare. Gli studenti sono ora
impegnati nel difficile compito di camuffare la citt,
dalla mattina alla sera coprono i tetti, ridisegnano con
le barricate le strade, occultano  luoghi pi importanti,
ridipingono di grigio le cupole d'oro delle chiese. Fanno
di tutto per rendere difficile il riconoscimento degli
obiettivi pi delicati e pi facile, per gli abitanti, sfuggire
alle mitragliatrici e alle bombe della Luftwaffe.
L'amicizia fra Irina, Dmitrij e Michail non si limita
alle ore di lavoro quotidiano. Hanno molto in comune,
si piacciono e, per le vie di Mosca, parlano di tutto, ridono,
scherzano, progettano. Dotati di un discreto spirito
critico, e persino di una certa spavalderia, trovano
da ridire sull'organizzazione della difesa, sulle autorit
troppo lente nell'arruolamento dei giovani, sulle strategie
dei generali e dei dirigenti del partito. Commentano
con perplessit le notizie della guerra, confrontano i fatti
e sanno molto di pi di quello che ufficialmente viene
diffuso. Sanno per esempio - e Irina  la pi indignata -
che, quando l'Armata Rossa riesce a liberare i suoi soldati
prigionieri dei tedeschi, li manda nei gulag. Li considera
traditori solo perch sono caduti nelle mani dei nemici,
disertori solo perch non sono stati ammazzati. Chi si
comporta peggio chiede Irina ai suoi amici, i tedeschi
o noi?
Discutono, discutono, discutono e sono attratti l'uno
dall'altro. Come Jules e Jim si sono invaghiti di Catherine,
cos Dmitrij e Michail lo sono di Irina. Ammirano la
sua lunga treccia nera, gli occhi nocciola, il corpo agile
che si arrampica dappertutto, le gambe veloci che non
rinunciano alle camminate pi faticose, la sua passione
per il teatro e per il paracadutismo, il coraggio con cui
esprime anche le opinioni pi scomode, le osservazioni
ironiche che non risparmiano i professori o i dirigenti politici.
Nessuno dei due, tuttavia, ha mai osato dichiararsi.
Quanto a Irina, le piacciono entrambi, crede di essere
innamorata, ma non sa esattamente di quale dei due.
Insieme le paiono perfetti. Di Dmitrij ama gli occhi scuri
che la scrutano in silenzio, la fronte alta, la riservatezza,
la cortesia; pu ascoltarlo per ore, mentre parla con passione
delle onde radio o dello spettro elettromagnetico.
Quando tace, per,  difficile penetrarne i silenzi, e allora
le pare di non riuscire a capirlo fino in fondo, come se lui
usasse la gentilezza per preservare una parte di s, per tenergliela
nascosta. Irina, che pure non  timida, prova in
quei momenti, un certo disagio. Basta poi che lui le faccia
una confidenza e tutto passa.
Con Michail il rapporto  pi semplice. Michail  brillante,
estroverso, sferzante. Ironico fino alla perfidia, critico
senza timidezze. In quei giorni lavora con passione alle
misure di difesa di Mosca, ma non risparmia rimproveri
a nessuno, neanche ai papaveri del partito. Perch Iosif
Stalin si era fidato fino all'ultimo giorno dei tedeschi? E
che facevano quei generaloni che sembravano cos esperti?
Non avevano ascoltato - ripete continuamente Michail
ai suoi amici - chi non credeva alla parola dell'alleato tedesco
e da un pezzo aveva previsto l'invasione.
Irina  attratta dal magnetismo dei suoi occhi chiari
che, anche dietro gli spessi occhiali da miope, mostrano
un'arguzia impetuosa, ed  divertita dai giudizi implacabili.
Con lui si capisce al volo. Basta uno sguardo.
Ed  proprio Michail a rompere un equilibrio a tre che
pareva stabile ed allegro. Non - come qualcuno ingenuamente
potrebbe supporre - con una dichiarazione d'amore,
o un romantico bacio, ma con una frase di troppo,
un piccolo errore, una gaffe.
Irina e Michail camminano sulle rive della Moscova
diretti verso la Galleria Tret'jakov. I bombardamenti si
stanno intensificando e sale la preoccupazione per le meraviglie
dell'arte russa contenute in quegli edifici. Hanno
appuntamento con Dmitrij che tarda ad arrivare. Allora,
proprio per colmare il vuoto dell'attesa, Michail riferisce
a Irina che al loro comune amico non piace nessuna delle
ragazze che frequentano la facolt di Fisica. Gliel'ha proprio
detto: Non c' nessuna di cui mi innamorerei e che
vorrei sposare. Non ci sono ragazze attraenti. Neppure
Irina? gli aveva chiesto Michail.
Neanche di lei ci si pu innamorare aveva risposto
seccamente Dmitrij.
La conversazione fra Dmitrij e Michail era finita l e
finisce allo stesso punto, davanti al portone della Galleria,
anche quella fra Michail e Irina. Sembra una chiacchiera
come un'altra, forse con una punta di malizia o di
scherzosa provocazione da parte di Michail. Fra i tre c'
davvero molta confidenza e i due amici, anche in presenza
di Irina, avevano spesso scherzato sul carattere della
compagna, sulla sua indole decisa, sulle sue ostinazioni.
Avevano riso del fatto che lei digiunasse due giorni pur
di mangiare il gelato che preferiva a un insipido piatto
di verdura; avevano commentato il suo desiderio di partire
per il fronte dove - lei diceva - sarebbe stata pi
capace di tanti uomini. L'avevano guardata con stupore
ed ammirazione quando aveva chiesto al Komsomol turni
di lavoro e di sorveglianza pi duri. Avevano accettato
i suoi rimproveri di fronte a qualche loro momento di
pigrizia o di trascuratezza. Era stata lei a insistere perch
abbandonassero gli studi e si dedicassero anima e corpo
alla difesa di Mosca. Alla fine, avevano convenuto che
fosse la cosa migliore da fare.
Eppure quella conversazione leggera e scherzosa cambia
tutto e rompe la sottile armonia su cui si reggeva l'amicizia
e la spensierata ambiguit del trio.
Irina sorride al racconto di Michail, accoglie con un
abbraccio Dmitrij, ma in cuor suo si sente offesa.
Cos inizia a guardare con occhi diversi il giovane che
le cammina a fianco e che, di tanto in tanto, disinvoltamente
la prende a braccetto.
Irina sa di essere attraente; anche in quei giorni cupi,
inghiottiti dalla paura dell'invasione, sono molti i ragazzi che
le fanno il filo, cambiano i turni di lavoro per stare con lei
e le mandano messaggi, ma Irina - come Michail e Dmitrij
avevano capito ormai da tempo - non si lascia catturare da
un qualunque corteggiatore. Ha scelto l'amicizia dei due
giovani uomini che le piacciono di pi ed  con loro che
passa le sue giornate. Ora, per, si sente tradita.
L'amarezza dura poco. Irina non  tipo che si lasci
prendere dallo sconforto, semmai ama la competizione. I
due uomini, senza averne alcuna consapevolezza, hanno
aperto il campo a una sfida: Dmitrij pensa di non innamorasi?
Si vedr.
Da quel momento i rapporti cambiano. Non nella forma
- rimangono affettuosi e sempre a tre - ma nel flusso
misterioso che regola i sentimenti. Irina qualche volta
cerca di rimanere sola con Dmitrij, gli chiede consiglio
su questo o quello, parla con lui dei loro studi di fisica,
nelle riunioni del Komsomol gli siede accanto e, quando
passeggiano, gli stringe il braccio un po' pi del solito.
Insomma, civetta apertamente senza trascurare Michail
che, infatti, non si accorge di niente.
Il gioco a tre nel giro di qualche giorno diventa un'altra
cosa. Gli sguardi fra Dmitrij e Irina si intensificano e
il ruolo di Michail diventa quello dell'amico affettuoso di
una coppia affiatata.
Una notte, mentre le bombe cominciano a cadere sulla
citt buia e i tre giovani, nei sotterranei della metropolitana
trasformati in rifugio antiaereo, si chiedono quanto
durer e se sono riusciti a camuffare bene gli obiettivi a
loro assegnati, la mano di Dmitrij stringe forte quella di
Irina e lei, all'improvviso, si sente felice e gli sorride.
Sorride ancora sotto il suo buffo capellino la vecchia signora
che racconta la trama di quel Jules e Jim moscovita mentre
lo sguardo si sposta su una grande foto poggiata su una
libreria. Pi grande delle altre ritrae un uomo fra i trenta e
i quarant'anni, bruno, attraente, con lo sguardo pensoso. 
Dmitrij, ritratto qualche anno dopo la guerra, quando  gi
professore di fisica. Irina l'ha sposato e da lui ha avuto due
figli. Da dieci anni Dmitrij se n' andato. A occhio e croce
- penso - sono stati insieme pi di sessant'anni.
...
Al fronte, al fronte!

A Irina spetta un lungo pomeriggio di guardia all'universit.
Il mese di ottobre del 1941, gi freddo, annuncia un
inverno rigido oltre ogni previsione, e lei non  di buonumore.
Cerca di leggere il libro che porta sempre con s
ma non ci riesce, cammina da una stanza all'altra per impedire
che i piedi si gelino, si stringe nella sciarpa di lana,
ascolta le voci che provengono dalle aule dove ancora si
svolge qualche lezione.
Da quando il terzetto si  diviso, non riesce a liberarsi
da una sensazione di disagio e di inutilit. Dmitrij  stato
arruolato e mandato al fronte, lei non sa dove sia e non
pu neppure scrivergli. Quanto a Michail,  cambiato, i
rapporti con lui sono diventati difficili e non lo incontra
quasi pi. Alla notizia che non sarebbe potuto partire per
la guerra a causa della forte miopia, l'amico era diventato
sempre pi amaro, cinico, persino cattivo. Frequentava
solo ragazzi che, come lui, non erano stati accettati al
centro reclutamento, beveva qualche bicchiere di vodka
di troppo e le sue critiche, un tempo argute, si erano trasformate
in invettive, ingiurie, provocazioni. Un comportamento
pericoloso, che suscitava irritazione e sospetto, e
Irina a volte aveva paura per lui. Prima o poi sarebbe stato
accusato di disfattismo, con chiss quali conseguenze.
Non  solo la mancanza dei due amici ad angustiarla.
La tristezza ha un'origine pi profonda e lei la conosce
bene. Le riunioni del Komsomol, i turni di guardia, il
lavoro in difesa della citt le paiono risposte misere,
inadeguate rispetto a quanto sta avvenendo in quelle settimane,
al pericolo che si avvicina ogni giorno di pi.
Poche decine di chilometri separano ormai la Wehrmacht
da Mosca e da oltre due mesi Leningrado  sotto assedio.
Anche la citt di Pietro, la citt di Lenin, la citt
di Puskin, di Dostoevskij, di Blok, la citt della grande
cultura e del lavoro  minacciata dal nemico di morte e
di vergogna aveva detto qualche giorno prima alla radio
Anna Achmatova. Le parole della grande poetessa, il suo
accorato appello le avevano fatto salire le lacrime agli occhi.
Irina sapeva bene quanto Anna fosse invisa a Stalin,
che l'aveva costretta al silenzio e colpita nei suoi affetti
pi cari senza trovare tuttavia il coraggio di deportarla.
Deve essere stato, quindi, il segretario del partito, che
sapeva quanto i russi la amassero e quanto la sua voce
fosse popolare ed autorevole, a chiederle di parlare al popolo
di Leningrado per incoraggiarlo in uno dei momenti
pi drammatici dell'assedio. E questo era il segno di una
situazione disperata.
Anna Achmatova nel suo discorso accorato e patriottico
aveva parlato delle donne che con semplicit e coraggio
difendono Leningrado e sostengono la sua consueta
vita umana... I nostri posteri aveva detto, renderanno
omaggio e giustizia ad ogni madre della Guerra patriottica,
ma con particolare forza i loro sguardi saranno calamitati
dalla donna di Leningrado che, durante i bombardamenti,
sta sul tetto con il raffio e le pinze in mano a difendere
la citt dal fuoco; la volontaria che presta aiuto ai feriti in
mezzo alle rovine ancora brucianti degli edifici.
Tutti - pensa Irina mentre ascolta -, comprese le donne,
dovrebbero essere chiamati a uno sforzo supremo.
Lei vuole combattere, ma nessuno l'ha chiamata. Ne ha
parlato con le sue amiche, studentesse come lei, come lei
ora deluse ed arrabbiate. Erano brave all'universit, erano
pronte ad andare a lavorare. Se non fosse scoppiata la
guerra, sarebbero diventate ingegnere, fisiche, matematiche.
Anche loro, come gli uomini, hanno frequentato
i corsi per artiglieri, per paracadutisti, per piloti. Anche
alle donne hanno insegnato che il nemico era in agguato,
che poteva scoppiare la guerra, che si doveva essere
pronte alla difesa della patria. Negli ultimi mesi hanno
lavorato fianco a fianco con i loro compagni nei campi
e nelle fabbriche, sostituendo con passione ed entusiasmo
operai e contadini. Ora anche le donne dovrebbero
andare al fronte. Invece nei centri di arruolamento le
mandano via, le loro lettere non ricevono risposta, le loro
proteste cadono nel vuoto. La parit con l'uomo, che la
patria socialista ha promesso e alla quale loro hanno creduto,
si  fermata di fronte alla guerra che le vuole solo
mogli, madri, sorelle o, al massimo, infermiere e telefoniste.
Questo non  ammissibile, per Irina  impossibile da
sopportare.
Continua a camminare su e gi irrequieta, quando le
consegnano una lettera della direzione del Komsomol.
Non  indirizzata a lei, ma alla segretaria dei giovani comunisti
del quartiere di Krasnaja Presnja, che  impegnata
in una stanza dell'universit nella selezione degli
studenti da arruolare in un battaglione di sciatori. La
segretaria che non vuole essere disturbata si limita ad un
cenno: aprila tu.
Irina strappa la busta e il cuore per un attimo le si
ferma in gola. La lettera non contiene le solite raccomandazioni
di vigilanza o gli ordini per i turni di guardia. 
la convocazione di una riunione d'urgenza. Il Komsomol
comunica che l'Armata Rossa cerca volontarie da mandare
al fronte.  semplicemente strabiliante; non era mai
avvenuto che si chiedesse alle donne di andare in prima
linea. Irina sente che pu essere una di loro, vuole esserlo.
Sa usare bene la mitragliatrice, sa lanciarsi col paracadute.
Perch non dovrebbero prenderla? Quella lettera
le pare quasi una convocazione personale.
Da quel momento tutto avviene molto in fretta. Obbedisce
agli ordini della segretaria di quartiere, diffonde
il comunicato, si accinge a fare quello che il partito le
ha chiesto, ma dentro di lei tutto  in subbuglio. Non si
ferma a pensare come mai gli alti comandi siano arrivati
a quella decisione, quale gravit sottenda e neppure che
cosa vogliano esattamente. Non fa domande. In quella
lettera c' scritto che le donne possono andare a combattere.
Questo le basta.
Alla richiesta del Komsomol rispondono a centinaia.
Dopo un'accurata e rigorosa selezione, si comunica loro
che entreranno nell'aviazione in un gruppo guidato da
Marina Raskova. Possono andare a casa, preparare gli
zaini e salutare la famiglia. Irina e le sue amiche sono fra
le prescelte e la giovane fisica non ne  affatto stupita.
Non poteva che andare cos.
Il giorno dopo, decine e decine di giovani donne si
riversano sulla linea della metro che porta alla stazione
Dinamo.
Oggi, a qualche centinaia di metri da quella fermata, ci
sono enormi croci. Le avete sicuramente viste venendo
dall'aeroporto ci dice Irina, segnano il luogo in cui una
colonna di motociclisti della Wehrmacht fu aggredita e
distrutta dai moscoviti, he motociclette passavano in fila,
ognuna con sidecar, uomini vestiti di grigio che avanzavano
e mitragliavano. Il popolo di Mosca riusc a fermarli.
Alla stazione Dinamo, le nostre ragazze scendono dal treno,
risalgono in superfcie e percorrono la strada che le
separa dall'Accademia Zukovskij. La strada si snoda in
mezzo agli alberi e lascia intravedere il profilo neoclassico
del Palazzo Petrovskij che ospita l'Accademia. I passi
rallentano, le voci si abbassano.
Quando arrivano alla cancellata dell'imponente edificio,
sanno di trovarsi in un luogo speciale che ha visto la
storia del Paese e che possiede ancora l'imponenza e la
grandiosit voluta da Caterina II, che vi alloggiava prima
dell'ingresso nella citt, al termine del lungo cammino da
San Pietroburgo.
Qui nel 1812 si era rifugiato Napoleone, mentre Mosca
bruciava. Contemplando l'incendio, l'imperatore
francese aveva intuito l'inizio della fine ed ordinato alla
sua Armata di iniziare la ritirata.
Qui, infine, sulla piana Chodynka prospiciente il
palazzo, nel 1896 il regime zarista aveva inflitto al suo
popolo un oltraggio che non sarebbe stato dimenticato.
Durante i festeggiamenti per l'incoronazione di Nicola II
erano morte 1400 persone calpestate dalla folla accorsa
alla grande festa per prendersi il pane ed i doni che lo
zar aveva promesso. La strage non aveva evidentemente
colpito il nuovo zar che, con la zarina Alessandra, si era
recato lo stesso al ballo organizzato in suo onore presso
l'Ambasciata francese.
Con la Rivoluzione il grande palazzo di mattoni,
immerso in un parco a dieci chilometri dal Cremlino, era
diventato sede dell'Accademia di aeronautica militare intitolata
a Nikolaj Zukovskij, l'ingegnere e scienziato che
aveva fissato in formule matematiche le principali leggi
dell'aerodinamica e della meccanica di volo.
Con i suoi grandi spazi, il maestoso edificio  ideale
per ospitare i corsi e non  distante dall'aerodromo in cui
si svolgono le esercitazioni e si collaudano le macchine.
Le giovani donne si avvicinano insieme intimidite ed
eccitate. Sono rumorose, parlano incessantemente fra
loro, si riconoscono fra amiche, si salutano. Molte hanno
indossato i loro abiti migliori, alcune hanno persino
le scarpe con il tacco e sono tutte ben pettinate. Forse,
inconsapevolmente, si accorgono di vivere un momento
eccezionale, in cui alle donne  concesso di varcare un
confine fino ad allora invalicabile. Stanno per sostenere
un esame importante e vogliono fare una buona
impressione.
La prima neve, che comincia a cadere proprio in quelle
ore, sembra loro di buon augurio.
Nei volumi consultati nella biblioteca Lenin abbiamo ritrovato
nomi, cognomi e patronimici delle ragazze che quel
giorno di ottobre entrarono nell'Accademia Zukovskij. Ci
sono molte studenti, ma anche operaie, contadine, guardiane
di polli, commesse, pasticciere, archiviste, insegnanti;
ci sono donne gi sposate, alcune hanno anche dei figli...
In quei libri abbiamo visto anche molte foto. Volti seri,
sorridenti, imbarazzati, tutti giovani. Ci sono sicuramente
dei progetti di vita dietro quelle immagini, programmi che
si sono interrotti. Devo aver inconsapevolmente assunto
un'espressione di tristezza, devo aver fatto un commento
compassionevole. Irina ha chiuso i libri e me li ha restituiti.
Tutte noi taglia corto, volevamo partire per la guerra.
Volevamo salvare la patria. Non pensavamo ad altro. Negli
uffici dell'Accademia ci sono state domande, colloqui per
capire attitudini, capacit, ma la selezione si  svolta rapidamente,
perch il tempo stringeva.
All'ingresso trovano un soldato che ha il compito di
scortarle nel grande edificio.  solo un giovane militare,
senza gradi, pi o meno della loro et. Irina nota il suo
sguardo irridente. Compagne, dove state andando?
dice con aria insieme preoccupata e divertita. Adesso vi
metteranno gli stivali, la divisa, diventerete brutte e non
troverete pi un ragazzo che vi porti al cinema.
Nessuna di loro ribatte, neppure Irina, che ha sempre
avuto la risposta pronta. Sono prese dalla nuova avventura,
accese dall'idea di entrare in un mondo nuovo.
Devono stare attente, capire, imparare bene ed agire in modo
che nessuno possa lamentarsi o criticarle. Le parole del
giovane militare cadono nel vuoto.
Mentre si adempiono le formalit e si ricevono i primi
ordini, Irina incontra di nuovo Zenja. Ne  stupita. Sa
che  figlia unica, che i suoi genitori le sono molto attaccati.
Come ha fatto a convincerli? Ho detto una bugia
le risponde l'amica tranquilla come sempre, ho raccontato
di essermi iscritta ad un corso per imparare a usare la
mitragliatrice e loro ci hanno creduto. Irina l'abbraccia;
anche lei ha mentito. Non alla madre, che  andata a Leningrado
a trovare la sorella e alla quale avrebbe comunicato
la partenza per il fronte a cose fatte, ma allo zio con
cui vivono. Ha preparato lo zaino dicendogli che stava
andando a insegnare fisica in una scuola militare. E non
potevano trovare qualcuno pi qualificato? era stata la
sua laconica e distratta risposta.
...
Una donna d'acciaio.

Quasi non ci credono. Le giovani donne, che con i vestiti
da festa sono entrate nell'aristocratico edificio dell'Accademia
di aeronautica militare Zukovskij, non riescono
a reprimere l'entusiasmo. Gli occhi brillano, le guance
si infiammano, gli sguardi si incrociano complici:
hanno appena appreso che incontreranno Marina Raskova,
la donna pi famosa dell'aviazione sovietica.  lei che le
preparer alla vita militare.
Comunicare nel 1941 a un gruppo di ragazze russe che
stanno per incontrare Marina Raskova  come annunciare
a un gruppo di teenager americane che parleranno con
la loro diva di Hollywood preferita o, negli anni Sessanta,
a un gruppo di giovani europee che usciranno a cena con
John Lennon.
Marina  un mito e una leggenda. Anche lei, come
loro,  una figlia della Rivoluzione. Anche lei, tra i suoi
primi ricordi pu vantare i segni delle pallottole sui muri
di casa, la fame, il freddo, insieme alla convinzione di poter
fare molto e in prima persona per un mondo nuovo
di giustizia e di progresso. Anche lei vive nell'assoluta
certezza che la nuova patria socialista offrir ogni opportunit
a chi sapr dimostrare le doti giuste. Anche se povero
e di oscure origini, anche se donna.
Marina era destinata a diventare cantante lirica. Questo
sognavano per lei i suoi genitori. In effetti, l'unica
registrazione della sua voce negli archivi della radio di
Mosca giustifica le loro ambizioni. Il timbro non lascia
dubbi che sarebbe potuta divenire uno splendido soprano.
N le manca le physique du rle da palcoscenico: occhi
neri, capelli lunghi e folti, un viso dolce e regolare,
modi decisi e, allo stesso tempo, femminili. Che nascondono
grande energia, determinazione, senso pratico e
coraggio.
Quando per si trova a dover decidere del proprio
futuro, Marina inaspettatamente lascia la musica per gli
studi di chimica. Una disciplina scientifica, esatta, le 
pi congeniale, oltre al fatto che le consentirebbe di entrare
in un'azienda o in laboratorio. Viene assunta nel
laboratorio dell'Accademia dell'aviazione militare, dove
lavora a fianco di Aleksandr Beljakov e Ivan Spirin, i fondatori
della navigazione aerea sovietica, gli inventori della
moderna tecnologia di bordo.
La sfida  di quelle importanti, che richiedono e alimentano
passione. L'attivit di ricerca, febbrile e travolgente,
basta a riempire il tempo di una vita, a placare
ogni sete di ambizione. Si tratta di innovare l'aviazione
sovietica, di dotarla di tutti gli strumenti che la possano
collocare all'avanguardia. Gli aerei devono volare giorno
e notte, su rotte precise, al buio, con la nebbia o con la
neve, e per questo non sono sufficienti le capacit umane.
Occorrono bussole, anemometri, sestanti, compassi
sempre pi maneggevoli e millimetrici, tabelle di rapida
consultazione per il calcolo delle coordinate secondo la
velocit, il vento, le stelle. Marina monta e smonta meccanismi
complessi, ne disegna le parti, addestra gli studenti
a usarli con massima rapidit. Per il suo lavoro 
ammirata e apprezzata.
Poi anche lei assaggia l'amaro calice della diffidenza
maschile. Quando lascia le quattro mura del laboratorio
per frequentare i corsi di volo, gli istruttori la guardano
con sufficienza, se non con scherno. Ed  a questo punto
che la nostra eroina mostra la sua tempra.
Le ragazze che arrivano all'Accademia Zukovskij sanno
che lei, nel mondo maschilista dell'aviazione, non
ha perso il controllo e ha sempre svolto il suo lavoro in
modo impeccabile, conseguendo il brevetto di pilota e
di navigatrice. Ha preso il posto di Beljakov - quando
l'aviatore  partito per la sua ennesima impresa - come
responsabile della formazione di piloti che, pur avendo
un'anzianit di carriera, possiedono una scarsa conoscenza
delle nuove tecnologie.
Non  semplice per lei vincere la loro sfiducia ma, alla
fine, lo devono riconoscere: Marina  giovane,  donna,
ma  brava. Glielo dicono alla fine del corso con uno
splendido bouquet e con una frase che cambier la sua
vita: Dobbiamo ammettere che una donna pu pilotare
bene come un uomo. Le donne possono tutto.
Marina supera molte altre difficili prove e solo qualche
anno prima viene decorata con la massima onorificenza:
 un'eroina dell'Unione Sovietica. Le ragazze che affollano
l'Accademia quella fredda mattina d'autunno, che
assomiglia tanto all'inverno, vorrebbero essere come lei.
Quel che apprendono nelle ore passate nei corridoi
e negli uffici della Zukovskij conferma il loro amore e
la loro ammirazione. Se sono l  esclusivamente merito
suo, del suo prestigio e della sua forza. Se voleranno e
andranno al fronte, se la loro vita non sar pi la stessa,
lo dovranno solo e soltanto a lei.
Qualche settimana prima Marina ha parlato alla radio:
Donne sovietiche ha detto, voi che a centinaia e a migliaia
guidate autocarri e trattori e pilotate aerei, voi che
siete pronte in ogni istante a sedervi in una macchina di
combattimento e lanciarvi nella battaglia... Care sorelle,
 arrivata l'ora di una dura ricompensa: entrare nei ranghi
di guerrieri per la libert.
Da quelle parole le giovani sovietiche che desiderano
andare al fronte si sentono comprese e, tuttavia, non pensano
che la loro speranza si avveri cos presto. Non sanno
che Marina sta facendo di tutto per realizzare il loro
sogno. E ora, a pochi giorni di distanza, si ritrovano l ad
ascoltarla mentre, dopo averle riunite in una grande sala,
con un tono calmo e intransigente, dice loro: Le donne
che io scelgo devono comprendere oltre ogni dubbio che
vanno a combattere contro uomini e devono combattere
come uomini. Se verrete scelte, potreste anche non essere
uccise, ma essere bruciate al punto che neppure vostra
madre potrebbe riconoscervi, potreste diventare cieche,
perdere una mano o una gamba, potreste perdere i vostri
amici, potreste essere catturate dai tedeschi. Siete pronte
ad affrontare tutto questo? S, sono pronte, si sentono
disponibili a tutto e non cessano di chiedersi l'un l'altra
come abbia fatto Marina a convincere i comandanti
dell'Armata Rossa ad accoglierle. Come sia riuscita a far
accettare nientedimeno a Iosif Stalin che le donne fossero
mandate in prima linea.
Poi qualcuno all'Accademia comincia a mettere in
giro una voce, il racconto si diffonde rapidamente e viene
arricchito di particolari.
Pi o meno  andata cos.
Qualche settimana prima, la loro eroina aveva attraversato
con passo sicuro e leggero le stanze del Cremlino,
dirigendosi nello studio di Iosif Stalin. Il comandante
supremo, in genere restio a contatti e discussioni che non
rispondessero a una necessit immediata o non fossero
funzionali ai suoi ordini, non aveva potuto rifiutarle l'appuntamento.
La donna che voleva parlargli in privato
aveva ricevuto da lui personalmente la massima onorificenza
della nazione. Inoltre il capo del Cremlino sapeva
bene che Marina, oltre che essere una grande aviatrice,
era diventata un simbolo per le giovani sovietiche. Un rifiuto
sarebbe stato inopportuno. Sempre la leggenda aggiunge
che Stalin aveva una certa predilezione per questa
donna bella e decisa.
Marina non ama perdere tempo e sa che anche Stalin
 un uomo spiccio. Quando entra nell'ufficio del grande
capo, con il lungo tavolo coperto da un panno, i ritratti
di generali e le cartine geografiche che tappezzano le pareti,
argomenta subito, in poche parole, la sua proposta.
Chiede che le donne facciano parte dell'aviazione militare,
che vadano al fronte come pilote e navigatrici. Spiega
che ne sono capaci e, soprattutto, che muoiono dalla voglia
di farlo. Mostra a Stalin i fasci di lettere che ha ricevuto
in quelle settimane e che contengono tutte la stessa
richiesta e la stessa protesta: le donne si sentono escluse
dalla difesa della patria e vogliono partecipare alla lotta
contro il nemico invasore. Marina non ha paura di ricordare
al segretario del partito che nelle scuole le ragazze,
come i loro compagni, hanno frequentato gli aeroclub,
hanno imparato a volare ed a usare il paracadute e la mitragliatrice.
Perch allora - insiste - devono rimanere a
casa chiudendo nei cassetti le loro competenze? Perch
nell'Armata Rossa devono essere confinate al ruolo di infermiere
e di telefoniste?
Marina non si limita a perorare la causa delle donne.
Tocca anche un altro tasto al quale - lo sa bene - Stalin 
particolarmente sensibile. La patria socialista  in pericolo;
nei mesi precedenti il nemico non si  mai fermato e
ormai bussa alle porte di Mosca. I tedeschi hanno abbattuto
migliaia di aerei russi. Lo sfondamento  avvenuto
proprio contro l'aviazione sovietica che, infatti,  semidistrutta.
Si stanno facendo sforzi enormi per ricostruire
una flotta aerea. Le donne, con la loro abnegazione,
diventerebbero il simbolo dell'estremo sforzo che tutto il
Paese  pronto a fare.
Stalin ascolta con attenzione ma non  d'accordo.
Guarda compiaciuto il fascio di lettere che la compagna
Raskova stringe tra le mani, le fa portare una tazza di t,
poi le dice, senza brutalit ma con chiarezza, che la sua
idea  irrealizzabile. Il popolo non la prenderebbe bene,
e i generali ancora meno.
Mandare al fronte giovani donne nell'et in cui possono
essere mogli e madri? E proprio nel momento in cui
la patria perde i suoi uomini migliori? Non sarebbe pi
utile che le donne si tenessero pronte a fare figli e a sostituire
i lavoratori nelle grandi industrie? Anche in guerra
si deve continuare a produrre e la manodopera femminile,
grazie all'educazione socialista, si mostra altrettanto
forte ed efficiente di quella maschile. Forse di pi.
Poi, che cosa penserebbero gli uomini se vedessero
delle donne combattere nei cieli? Stalin invita Marina al
realismo:  vero, l'Armata Rossa sta passando un brutto
momento,  scoraggiata, sulla difensiva, il caos prevale
sull'ordine; ma le donne alla guida di aerei da combattimento,
in una posizione cos importante e delicata,
trasmetterebbero inevitabilmente un messaggio di pericolo,
confermerebbero l'idea di una disfatta imminente.
C' infine - le dice, con insolita pazienza - un terzo
motivo che Marina Raskova di certo non pu sottovalutare.
La convivenza fra uomini e donne, con ruoli simili
o addirittura uguali - lei gli ha proposto che diventino
pilote bombardiere, che guidino i caccia e gli altri potenti
aerei dell'aviazione sovietica -, sarebbe un ulteriore
motivo di disordine e di distrazione. Uomini e donne
dovrebbero vivere insieme, dividere gli stessi spazi, negli
accampamenti e negli alloggiamenti. No, non  proprio il
caso, conclude il piccolo padre, quasi dispiaciuto di doverle
dire di no. Del resto - aggiunge, pensando di convincere
definitivamente la donna che appare cos decisa
- in nessun esercito al mondo le donne combattono nei
cieli. Esistono s pilote americane, inglesi, francesi, ma il
loro compito  solo quello di collaudare gli aerei,
recapitarli al fronte, consegnarli nelle mani di piloti uomini.
Marina, le obiezioni, le conosce gi tutte. Gliele hanno
fatte anche i generali cui si  rivolta nei precedenti colloqui.
Il comandante delle forze aeree, Petrov, con cui ha
parlato prima di chiedere un colloquio a Stalin,  stato
deciso nel respingere la sua proposta. Per questo ha voluto
fare un ultimo tentativo.
 a questo punto che il racconto diventa leggenda.
La calma e composta eroina dell'Unione Sovietica - si
sussurra - ha anche lei una tempra di acciaio e, quando
vuole ottenere qualcosa, batte con fermezza il pugno sul
tavolo. Di fronte al diniego di Stalin, ripete il gesto che
le  consueto. Nessun altro lo avrebbe fatto mormorano
compiaciute le giovani donne chiamate a combattere,
mentre ripercorrono momento per momento l'epico racconto
di quel momento decisivo. Di fronte ai dubbi sulle
capacit delle donne di guidare aerei e di bombardare
il nemico, Marina esclama: Zenscina mozet vs!, una
donna pu tutto!
Ancora leggenda? Pu darsi. Sta di fatto che l'8 ottobre
del 1941, qualche giorno dopo quel colloquio, viene
promulgato l'ordine 0099. Si stabilisce la costituzione di
tre reggimenti femminili. Il primo  formato da caccia-bombardieri,
aerei in grado di compiere attacchi a terra
e di sostenere battaglie aeree; il secondo da bombardieri
e, infine, il terzo dai Polikarpov, per il bombardamento
leggero notturno.
Marina ha tenuto duro, sussurrano con orgoglio le ragazze,
e ha vinto perch ha osato, facendo quella che gli
esperti di scacchi chiamano la mossa del cavallo.
Non si vogliono donne nell'aviazione per i motivi pi
vari e, soprattutto perch si ritiene azzardata o sconveniente
la loro presenza accanto agli uomini? Bene, allora
si costituiscano stormi solo femminili, con piloti, navigatrici,
meccaniche, artigliere.
Una donna pu tutto ripete come un mantra Marina
Raskova a chiunque faccia obiezioni e alla fine la spunta.
Quel pomeriggio raccoglie le lettere, le petizioni e le
richieste che aveva sparso sul tavolo, saluta Stalin e lascia,
soddisfatta, il suo studio. Sa bene che cosa accadr
adesso e a stento reprime un sorriso. Stalin chiamer i
generali e dar ordini cui nessuno si opporr. Non li ha
mai visti mettere in discussione le decisioni del segretario
del partito. Lei andr subito all'Accademia Zukovskij. Il
lavoro da fare  tanto; si devono cercare, selezionare ed
addestrare le ragazze che piloteranno e guideranno gli
aerei; vanno mandate le lettere, bisogna mobilitare il
partito. Sa che le risposte saranno moltissime. Quando
attraversa il parco che la porta all'Accademia, il volto le
si rischiara. Quella sera di ritorno a casa racconter alla
sua bambina di undici anni che le donne voleranno nei
cieli e combatteranno il nemico come gli uomini. Anche
lei ne sar felice.
...
Nella taiga.

Devo abbandonare il racconto di Irina e la stanza di via
Leninskie Gory. Devo lasciare ai loro timori e ai loro
ingenui entusiasmi le giovani donne appena entrate
nell'Accademia Zukovskij e fare qualche passo indietro
nel tempo, fino alla met degli anni Trenta.  questo il
periodo in cui Marina diventa un mito per le donne sovietiche
e le ragazze, che oggi sono pronte a partire per il
fronte, cominciano ad amarla.
Sono gli anni delle Grandi Purghe, della repressione e
del terrore, dei processi sommari, dei colpi di pistola alla
nuca, dei gulag, della persecuzione dei cittadini socialmente
pericolosi. Anni in cui i membri pi anziani del
partito potevano essere accusati di spionaggio, allontanati
e uccisi perch cospiravano - questo si diceva -
contro lo Stato dei Soviet.
Ma sono anche gli anni di uno sviluppo industriale rapidissimo
- mai raggiunto cos velocemente da alcun Paese
- e dell'aumento straordinario dell'occupazione. In Urss
si producono enormi quantit di ferro, carbone, acciaio e
poi camion e automobili, nuove reti e stazioni ferroviarie.
La popolazione delle citt aumenta in modo esponenziale
e le famiglie, pur vivendo in case comuni e spazi ristretti,
non soffrono pi la fame e fanno studiare i figli.  questo
il periodo in cui nell'Unione delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche si raggiunge la pressoch completa alfabetizzazione;
le donne ricevono un'istruzione uguale a quella degli
uomini e cominciano a partorire negli ospedali.
Sono anche gli anni in cui l'Urss si sente minacciata
da un Occidente ostile e, fra gli obiettivi di chi esercita
un potere quasi assoluto, c' anche quello di dimostrare
ai nemici che l'ordine socialista  superiore a quello del
capitalismo.
Ed ecco che l'aviazione diventa uno strumento straordinario
per conquistare il consenso interno, per mandare
un messaggio di forza ai nemici occidentali e per mantenere
vivo quel misterioso intreccio di terrore, sviluppo e
speranza che  il ncciolo duro della fede dei sovietici in
Iosif Stalin.
La sconfinata Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche
punta sugli aerei per ridurre le distanze, per vincere
l'arretratezza e per fare della sua enorme estensione
non pi un punto di debolezza, ma di forza. E conta sui
record di volo per dare una dimostrazione di potenza, di
modernizzazione e di progresso fuori dai propri confini.
Avviene cos che i piloti, quando riescono a coprire grandi
rotte ed a superare primati fino allora impensabili,
acquistino un ruolo eccezionale, divengano le star del Paese,
riempiano le cronache dei giornali, siano i protagonisti
di romanzi, film e pice teatrali; che il regime li coccoli,
il popolo veda in loro eroi moderni (ricordate qualche
decennio pi tardi Gagarin?). Diventano insomma veri
e propri miti come del resto, sia pure in forma ridotta,
anche in altri Paesi. Con una differenza: gli aviatori sovietici
non volano per il loro personale successo, ma per
il successo collettivo di un popolo. Ogni loro record, ogni
azione ritenuta fuori dal comune viene seguita con passione,
propagandata e infine festeggiata. Al ritorno dalle
loro avventure, i piloti vengono ricevuti direttamente dai
dirigenti sovietici, coperti di fiori e portati in trionfo per le
strade di Mosca, fino al Cremlino. Anche le sconfitte sono
celebrate, perch lo Stato sovietico si mobilita comunque
per i suoi figli e fa del salvataggio dei suoi eroi un ulteriore
glorioso momento dell'epopea socialista.
Il 1938  l'anno in cui l'intreccio fra repressione e successo
dell'aviazione raggiunge il suo apice, in cui la gloria
degli aviatori e la condanna dei traditori costruiscono la
fitta trama nella quale il regime ingabbia l'opinione di
un popolo che, in un unico enfatico moto di adesione
patriottica, esalta gli uni e disprezza gli altri.
Nel febbraio si conclude la grande spedizione sovietica
al Polo nord. I sovietici rimangono nella misteriosa
Artide con la loro stazione per quasi nove mesi, nel tentativo
di scoprire l'origine dei fenomeni atmosferici.
Quando la lastra di ghiaccio sulla quale vivono si stacca dalla
banchisa, comincia a vagare nel mare e, a poco a poco, si
riduce a qualche centinaio di metri, vengono tutti tratti
in salvo con un'operazione aerea spettacolare, raccontata
momento per momento dalla radio e dai giornali.
Solo qualche giorno dopo il ritorno degH eroi dell'aria si
conclude il processo dei ventuno in cui vengono condannati
i trotskisti e la destra del partito: per Bucharin e
Rykov c' la condanna a morte. Loro, si sottintende,
contrariamente agli eroi dell'aviazione, hanno cospirato contro
la patria e tramato per rovesciare lo Stato socialista. I
giornali, cos come hanno seguito le cronache degli aviatori,
riportano giorno per giorno il processo del blocco
antisovietico della destra e dei trotskisti. Le cronache
sono piene delle udienze e delle confessioni dei nemici
del popolo e dei loro gravissimi delitti, dal tradimento allo
spionaggio fino, naturalmente, al complotto contro la vita
di Stalin.
 questo il momento in cui Marina Raskova entra nella
storia, protagonista di un volo eroico che rimane scritto
con inchiostro indelebile nelle menti e nei cuori delle
giovani donne sovietiche: nel 1938 batte il record di volo
femminile sulla lunga distanza con capacit, coraggio ed
eroismo.
Non  un'impresa facile. Con due compagne, Polina
Osipenko e Valentina Grizodubova, si  impegnata a
percorrere 6500 chilometri, attraversando tutta la grande
Russia, compresa l'interminabile, gelata Siberia, da
Mosca a Komsomolsk-na-Amure, un'impresa mai tentata
prima e tanto pi importante perch realizzata da tre
donne.
Il volo  lungamente preparato. Stalin ha bisogno del
record femminile. Negli Stati Uniti, alcuni anni prima,
Amelia Earhart ha trasvolato l'Atlantico ed  divenuta
una leggenda. Le donne sovietiche faranno meglio delle
americane. Non solo batteranno il record di distanza di
Amelia Earhart, ma dimostreranno che nello Stato socialista
le loro capacit non sono l'eccezione, bens la regola.
Anche la meta, Komsomolsk-na-Amure, ha un grande
valore simbolico. La citt  nuova di zecca; solo nel 1932
 stato firmato il decreto per la sua costruzione nel luogo
dove fino allora c'era stato un piccolo villaggio popolato
da una trib Nanaj, di origine manci.
Il capo dell'Urss ha i suoi buoni motivi per volere una
citt in una terra cos lontana e desolata, abitata solo da
condannati ai lavori forzati.
I giapponesi da tempo hanno delle mire sulla Manciria,
territorio al confine con l'Unione Sovietica, separata
dalla ricchissima Siberia solo dal fiume Amur. La Siberia,
la terra che dorme, il gigante inospitale ma necessario
per le sue straordinarie risorse, va difesa ad ogni costo.
Cos il capo dell'Urss decide di creare un'industria che
assicuri carri armati, navi e, soprattutto, aerei pronti a
rispondere all'attacco nemico. Il luogo per la produzione
deve avere caratteristiche di sicurezza, garantire i collegamenti,
deve poter contare su un porto fluviale per ricevere
i rifornimenti e il petrolio proveniente dai pozzi
dell'isola di Sachalin. Rimane il problema della manodopera
disposta a trasferirsi in un territorio cos inospitale
e funestato dalla presenza sinistra di molti campi di detenzione.
Stalin fa appello ai giovani sovietici e battezza
il nuovo insediamento con il nome seducente di
Komsomolsk.
Vieni a costruire Komsomolsk - canta la propaganda
di regime - la citt del Komsomol, della giovent comunista,
l'avamposto sovietico in Estremo Oriente, la citt
del sole nascente e del futuro.
A dire il vero i giovani sovietici restano per lo pi perplessi,
ma un certo numero di entusiasti parte alla volta
della nuova citt sull'Amur. Solo qualche centinaio, ma
abbastanza per alimentare la propaganda e costruire il
mito.
Oggi sappiamo che chi davvero costru Komsomolsk
furono i condannati ai lavori forzati che venivano mandati
a espiare le loro pene in quei luoghi inospitali.
La missione di Marina e delle sue compagne viene preparata
con la massima cura, impegnando ogni risorsa tecnologica
e mettendo in moto un enorme apparato propagandistico.
Sono molte le riunioni in cui se ne discute al
Cremlino. Stalin, Molotov e i pi alti dirigenti del partito
vi partecipano e definiscono persino i dettagli del volo.
Nulla deve sfuggire, ogni particolare deve essere
verificato.
Qualche settimana prima della traversata, le ultime
decisioni vengono prese in segreto nella dacia di Molotov.
Le tre donne avrebbero volato su un Suchoj ANT-37bis
che si chiama Rodina, patria. Polina e Valentina
alla guida e, nel lungo volo, si sarebbero date il cambio.
Marina invece alle carte ed alla strumentazione.
La macchina della propaganda entra in funzione con
tutti i mezzi all'epoca a disposizione. La radio avrebbe
seguito l'impresa con una diretta di circa trenta ore. Il
popolo sovietico sarebbe stato informato momento per
momento, avrebbe palpitato, sofferto, sperato, gioito e,
alla fine, avrebbe vinto insieme alle tre eroiche donne.
Avviene l'imprevisto. Sopra la Siberia il tempo, che quel
giorno di settembre  annunciato bello e soleggiato, si
fa all'improvviso e a dispetto di ogni previsione gelido e
ventoso; le comunicazioni radio si interrompono quasi
immediatamente, la neve cade fitta, il ghiaccio comincia
a pesare sulle ali dell'aereo nuovo di zecca. Le tre donne
sono costrette a salire fino a 7500 metri nel tentativo di
evitare le turbolenze. Al Cremlino il nervosismo si diffonde
di minuto in minuto e il volto del capo lascia filtrare
un pericoloso disappunto.
L'unica cosa che in quelle ore va per il verso giusto 
la reazione delle tre protagoniste. Sono consapevoli di
ci che  in gioco e sanno bene che ogni secondo di resistenza
le avviciner alla vittoria. Per questo decidono di
lottare fino all'ultimo e di mantenere il controllo dell'aereo.
Combattono contro la tempesta, tentano ogni tipo di
manovra, alleggeriscono il Rodina, appesantito dal ghiaccio
sulle ali, gettando nella taiga apparecchiature e rifornimenti.
Dopo quasi venticinque ore di volo,  arrivato il
momento di rischiare un atterraggio di emergenza.
Poi il racconto diventa leggenda. Marina, senza neppure
avvertire le due compagne in un ultimo eroico tentativo
di salvare il volo e il record, decide di aprire lo sportello
e di lanciarsi col paracadute nella taiga innevata.
La realt  meno romantica. Fra le tre donne non occorrono
pi parole, il vento non cessa,  sopraggiunta
una tormenta e il ghiaccio sulle ali pesa in modo insostenibile.
Alle 10:21 del mattino, mentre sorvolano il fiume
Amur, si accende la spia del carburante. L'atterraggio di
emergenza  improcrastinabile.
I codici di volo parlano chiaro. Marina Raskova, che
 la navigatrice e che occupa una cabina separata in coda
all'aereo non comunicante con quella delle due pilote,
per consentire un atterraggio sicuro deve lanciarsi con
il paracadute. Lei non vorrebbe, preferirebbe correre il
rischio fino in fondo, sfidare il destino; scommettere sul
successo dell'impresa, ma Valentina  categorica: Salta e
non farci perdere tempo. A Marina viene voglia di mandarla
a quel paese, ma a una comandante si obbedisce e
basta. L'aereo alleggerito dal suo peso prosegue il volo
per qualche chilometro e poi atterra in una palude.
Fra i volumi delle streghe alla biblioteca Lenin ne troviamo
uno il cui titolo  Appunti di una navigatrice. L'autrice
 proprio lei, Marina Raskova. Il libro  stato pubblicato
nel 1941 in una collana per ragazzi. Ne facciamo una fotocopia,
cos anche noi apprenderemo direttamente da Marina
quel che hanno imparato gli adolescenti sovietici. In un
caff sulla via Tverskaja, di fronte al bel palazzo appena
ristrutturato del Museo della storia della Russia moderna,
passiamo alcune ore sul libro di Marina. La storia  avvincente.
Marina sa bene come affascinare i giovanissimi connazionali,
come soddisfare il loro desiderio di avventura e
appassionarli a una vicenda ai limiti dell'incredibile.
Si lancia con un paracadute militare da un'altezza di
2300 metri e non lo apre subito. All'inizio cade come
una pietra nel vuoto, ma non perde il controllo. Mentre
precipita, si guarda attorno e cerca di memorizzare il territorio:
dove si trova il fiume, dove il lago, dove comincia
il bosco. Intanto la terra le viene velocemente incontro.
Finir in uno stagno? No, finisce su un pino. Atterraggio
pericoloso. Ma lei, cari ragazzi, sa come fare e ve lo
spiega. Bisogna allungare le gambe e coprire il viso con le
mani per non farsi ferire dai rami, poi tagliare le funi del
paracadute e scendere dall'albero.
Intanto il Rodina - racconta - prosegue alla ricerca
di un luogo in cui atterrare. Marina sente il rumore del
motore, poi per lunghe ore il silenzio. Finalmente uno
sparo.  il segnale che ha convenuto con le sue compagne,
significa che Polina e Valentina sono vive. Segna la
direzione da cui viene il colpo di fucile sulla carta in cui
era avvolto un pezzo di cioccolata - non ha niente con
s su cui possa scrivere - dorme qualche ora e il giorno
dopo, aiutandosi con una bussola, cerca di andare nella
direzione dello sparo.
Non  facile, gli stagni e la vegetazione selvaggia la costringono
a deviare e, spesso, a tornare indietro. Si ritrova
al punto di partenza, deve ricominciare tutto daccapo,
continua a prendere appunti sulla carta della cioccolata.
Poi questa finisce e finisce anche la cioccolata. Marina,
stremata ma ancora lucida,  costretta a mangiare funghi
e bacche. Nel tentativo di accendere un fuoco per
scaldarsi, provoca un piccolo incendio nel quale finisce
anche la sua scatola di fiammiferi. Non si abbatte, nel
cielo passano degli aerei, la stanno cercando, allora tenta
di attirare l'attenzione stendendo la biancheria per terra
e sdraiandosi lei stessa. Niente. Solo un ruggito, quello di
un orso minacciosamente vicino. Marina non spara subito,
ha solo tre pallottole e lei sa bene che non vanno
sprecate. Quando scende la notte, comincia a sentirsi debole,
ha una gran voglia di dormire, ma ci pensa l'orso a
tenerla sveglia. Scuro, peloso, ha tuttavia un aspetto pi
dignitoso del suo. Marina spara, l'orso scappa e lei non
sapr mai se l'ha ferito e quanto gravemente.
La neve cade senza sosta e ghiaccia. Nel cielo, non
si sente pi il rumore degli aerei che la cercano. Fra gli
abeti e i larici della taiga non esiste che un'unica possibilit
di salvezza: raggiungere le compagne ed il loro aereo.
Marina cammina, non si ferma e non dubita neanche per
un istante di poter arrivare alla meta.
Intanto la grande macchina del soccorso continua a lavorare.
Ci sono due milioni di metri quadri da esplorare,
ma il Cremlino, come si dice, non bada a spese. Lo Stato
socialista deve dimostrare al popolo che i propri figli e
le proprie figlie in difficolt non vengono abbandonati. I
resti del Rodina, con Valentina e Polina vengono ritrovati
otto giorni dopo il loro atterraggio di emergenza. Le due
donne sono sfiancate ma in buona salute. E Marina?
Marina  dispersa e, dopo pi di una settimana, sono alte le
probabilit che non sia sopravvissuta. Non si pu restare
vivi tanto a lungo nel ghiaccio. I soccorritori sono arrivati
a questa conclusione e sono pronti ad abbandonare la ricerca,
ma le amiche non vogliono saperne di andarsene e
di lasciare la taiga senza di lei. Neanche per un momento
- realt? leggenda? mito? - mettono in conto che la loro
compagna possa non essere viva. La spuntano e il nono
giorno vedono una figurina nera che avanza nella taiga
sommersa dalla neve.  Marina, stanca, ferita, ma intera.
La prima cosa che fa dopo aver abbracciato le compagne 
andare a controllare la coda dell'aereo. Quando vede che 
integra sibila a Valentina: Che ti dicevo? Ce l'avrei fatta.
Qui finisce il racconto dell'eroina.
Il sguito  vissuto da tutto il Paese. L'impresa  un
successo per le tre donne, ma soprattutto per colei che
ha sfidato da sola il ghiaccio della taiga. Tutta l'Unione
Sovietica ha trepidato, non c' persona che non abbia in
cuor suo pregato per lei e che non leghi quel volo straordinario
al suo nome ed alla sua avventura. Pienamente
soddisfatti anche i vertici del Cremlino, che avevano temuto
il peggio. Il popolo non sarebbe stato deluso, la
propaganda avrebbe avuto ancora di che alimentarsi. Il
coraggio e la forza delle tre donne hanno compiuto il miracolo.
Il Rodina ha percorso 5947 chilometri in poco
pi di ventisei ore, il record di volo femminile senza sosta
 stato comunque raggiunto. Lo stato socialista ha mostrato
al popolo e all'Occidente il suo valore.
Quando Marina, Valentina e Polina tornano a Mosca,
le attendono decine di migliaia di persone. Sono ammirate,
acclamate, applaudite, ricoperte di fiori e di affetto.
Alla stazione Bielorussia le accoglie Nikita Sergeevich
Chruscv, allora segretario generale del Pcus ucraino,
e Lazar' Moiseevich Kaganovich, commissario del popolo
dell'industria. Marina scende dal treno portando in braccio
uno scoiattolo:  il regalo per sua figlia. In corteo fino
al Cremlino, sono ricevute da Stalin che pranza con loro.
C' un brindisi solenne in cui l'evidentemente sollevato
capo del Cremlino sentenzia che le tre donne con il loro
coraggio hanno vendicato pesanti secoli di oppressione
femminile. Le aviatrici sono insignite del titolo di Eroine
dell'Unione Sovietica.
L'audace Marina, che resiste da sola nella neve e nel
ghiaccio e non si dispera, rimane pi delle altre nel cuore
delle donne e delle ragazze della Repubblica dei Soviet.
Diventa un simbolo, un'icona; e lei - mostrandosi una
vera leader - risponde al loro affetto e alla loro fiducia.
Decide che non le deluder mai. Resta serena, modesta,
capace di grande disciplina, gentile, piena di tatto e - si
racconta - non alza mai la voce, non interrompe, non 
brusca, non punisce nessuno per rabbia o disappunto. Le
ragazze dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche
l'amano fino all'idolatria, confidano in lei. Andare
in guerra sotto la sua guida significa realizzare un sogno.
Con lei sono pronte a tutto.
...
Numero 43.

 uno stanzone a piano terra, lontano dagli uffici e pieno
zeppo di divise: mucchi di cappotti alle stampelle, pantaloni
ripiegati e ammassati negli angoli, giacche appese
l'una sull'altra, cappelli, cinture. Al centro, una montagna
di stivali. Il tutto in un ordine a dir poco sommario
e senza alcuna indicazione delle taglie. Le giovani donne
appena accolte alla Zukovskij entrano e si guardano attorno
titubanti. Sono l per scegliere la loro uniforme,
non possono certo andare al fronte con i vestiti e le scarpe
indossati fino al giorno prima e, in quel disordine, fra
quel mucchio di stoffa, devono trovare qualcosa di adatto
a loro.
Entrano nello stanzone accompagnate da quattro militari
che, aprendo la porta con un sorriso ironico, esclamano:
Servitevi pure.
Loro, i maschi, si accingono a godersi lo spettacolo: le
ragazze che si spogliano saranno gi di per s una visione
gradevole. I goffi tentativi di indossare quelle divise sformate
la renderanno esilarante.
Irina non sa che fare e vede le compagne incerte ed intimidite.
Chi comincia? Sasha si avvicina ai cappotti e ne
guarda uno.  enorme, adatto a un uomo alto almeno un
metro e ottanta e piuttosto in carne. Ne ha indicato un
altro, che le  sembrato di piccola taglia, all'esile Zenja:
dentro - constatano dopo una rapida prova - ci sta almeno
tre volte. Valentina accosta ai fianchi un paio di
pantaloni e osserva che ne rimane un bel pezzo per terra,
dovrebbe legarlo con la cintura al collo perch diventi
della misura giusta.
I militari sulla soglia cercano di rimanere seri, ma i
loro occhi tradiscono un divertimento infantile. Non
fanno nulla per sollevare dall'imbarazzo le loro compagne
d'armi. Forse basterebbe chiudere la porta alle loro
spalle e lasciarle sole, ma - a quanto pare - non ne hanno
alcuna intenzione, anzi, si mettono in una posizione
che consenta loro di non perdere neppure un particolare
dello spettacolo.  allora, davanti a quell'atteggiamento
prepotente e beffardo, che Natasha alza con un movimento
rapido la testa e urla: Non c' nulla da guardare. Che
cosa fate l? Andate via, non vedete che dobbiamo spogliarci?
Se non volete lasciarci, girate la testa al muro e
rimanete cos finch non abbiamo finito.
I quattro soldati non se l'aspettavano e, a dire il vero,
neppure le giovani reclute avevano messo in conto la reazione
della compagna. Conoscono appena Natasha: sanno
che non viene dall'universit, che non fa parte del gruppo
di studentesse.  sposata, ha due figli che ha lasciato
ai nonni. Il marito  partito per la guerra e lei, che prima
dell'arruolamento, per sbarcare il lunario, allevava polli
e vendeva uova, ha deciso di andare al fronte. Dopo un
corso di artiglieria, si  presentata per la selezione ed 
approdata alla Zukovskij. Ha qualche anno in pi della
maggioranza delle ragazze,  desiderosa di capire e di imparare,
ma  meno timida, pi decisa. D l'impressione di
sapere meglio di altre come va il mondo e, fin dall'inizio,
non si lascia per nulla turbare dalle battute degli uomini
dell'Accademia.
Le sue parole, inaspettate nel silenzio improvviso e
imbarazzato dello stanzone, scatenano la reazione delle
altre. Fino ad allora quasi stordite, ora gridano tutte insieme
ai soldati di lasciarle sole. Che cosa stanno a fare l?
Non hanno bisogno di guardiani! In un attimo la situazione
si capovolge: i quattro prdono quel loro sorriso di
supponenza, non vogliono, forse non possono, andar via,
ma lo spettacolo che attendevano con ansia  sfumato.
Non resta che girarsi di spalle.
Comincia cos il rito della vestizione: senza sguardi
indiscreti, ma anche senza uno specchio che rimandi la
loro immagine. Possono solo riflettersi l'una negli occhi
dell'altra e fidarsi del giudizio delle compagne.
I pantaloni vanno accorciati, e di tanto; per fortuna
nello zaino molte hanno messo ago e filo. Le cinture non
servono a niente, per stringerli in vita meglio una corda.
Poi la giacca coprir tutto.
Le camicie sono un problema: lunghe e larghe, vanno
tagliate e ristrette. Ol'ga, una studentessa di storia che
viene da Rjazan', racconta che sua madre  una sarta,
da lei ha imparato a cucire. Sotto la sua guida potranno
adattare le camicie ed i pantaloni, stringere le giubbe,
accorciare l'orlo dei cappotti. Nel grande stanzone a poco a
poco il clima diventa pi leggero, la prova delle divise pi
divertente. Braccia e mani minute spuntano da maniche
enormi, lunghi cappotti strisciano per terra, impedendo
gran parte dei movimenti, colli sottili emergono da camicie
che possono contenere - ognuna - due di loro. Altro
che divise severe ed eleganti! Altro che abiti militari distinti
e accurati! Quella stanza sembra il retro di un teatro,
nel quale sta per andare in scena uno spettacolo comico.
Poi ci sono i cappelli: come sistemare sotto quei copricapi
le lunghe trecce, dove collocare i riccioli che sbucano
fuori da tutte le parti?
 il turno degli stivali. Misura minima 43, piede massimo
37, la maggior parte 36. Irina ne prova un paio. Per
camminare deve strisciare i piedi. Per Evgenija e Tatiana
 impossibile anche solo muoversi, calzano il 35 e gli
stivali si sfilano dai piedi. Qualcuno indica in un angolo
una montagna di fasce, le lunghe strisce di lana con cui
i soldati si avvolgono i piedi per proteggersi dal freddo
degli inverni russi. Possono essere utili anche a loro. Le
usano per rendere i piedi pi grandi e pi adatti agli stivali.
Anche avviluppare quelle strisce di lana  difficile.
Gli uomini lo fanno abitualmente, ma per loro  la prima
volta e si aiutano l'una con l'altra.
Ljudmila guarda Irina, che finalmente  riuscita nel
suo intento, e scoppia in una risata. Sembri il gatto con
gli stivali le dice.
Allora cominciano tutte a ridere come a scuola,
quando basta un niente perch l'allegria esploda e il riso
diventi contagioso. Si guardano, si scambiano i cappotti
e i cappelli e ridono. Guardano i quattro soldati di
spalle che non possono girarsi e ridono. Mimano una
marcia militare e ridono. Alla fine riescono a mettersi
addosso qualcosa, qualcos'altro lo prendono per portarlo
via e adattarlo con pi calma. Aggiungono le borracce
e le maschere antigas, la fondina vuota di qualche
pistola. Per un pezzo continuano ad andare su e gi per
lo stanzone, esercitandosi, cercando di imitare la rigida
andatura militaresca. Gli stivali continuano a sfilarsi dai
piedi.
Alla fine dicono ai quattro ragazzotti rimasti di spalle
che possono girarsi ed escono dalla stanza. Anche se a
disagio nelle divise tre taglie pi grandi, sono di nuovo
allegre.
Il giorno dopo, vestite di tutto punto, marciano in colonna
verso la stazione dove le attende un treno che le
porter ad Engels, la citt sul Volga a sud di Mosca che
ospita un importante centro di aviazione militare. Qui
comincer l'addestramento.
Devono fare alcuni chilometri a piedi: i tram, bloccati
dalla neve, sono fermi, la metropolitana non  in
funzione: nella notte i tedeschi hanno bombardato e le
stazioni e i tunnel sono diventati il rifugio per migliaia di
moscoviti.
Mentre camminano cercando di tenere il passo di marcia,
la neve continua a cadere e gli stivali strisciano sul
selciato. Vedono le strade vuote, le case disabitate, i tram
fermi, salutano i pochi passanti che le fissano con curiosit
o con preoccupazione, abbracciano una vecchia che fa
un gesto per benedirle. Le allegre ragazze delle ore precedenti
sono diventate molto serie. Orgogliose perch le ha
selezionate Marina Raskova, guardano gi con nostalgia la
loro citt che nelle prime ore del mattino sembra vuota e
triste. Convinte che la guerra durer poco e che il nemico
sar presto sconfitto, sanno anche che per molto tempo
non vedranno chi amano. Si sentono giovani e inesperte e
sono spaventate da quel che le attende.
Ancora una volta interviene Natasha a riportarle con
i piedi per terra. Questa volta intonando una canzone,
che rompe il clima grigio e inquieto del mattino di ottobre.
Dopo la prima, le canzoni si susseguono e regalano
di nuovo energia e buonumore. Il rumore delle borracce
che battono sui fianchi e degli stivali sul selciato scandisce
un ritmo quasi festoso.
Alla stazione hanno la prima occasione di dimostrare
la loro forza. Caricano sui vagoni attrezzature, sacchi,
bagagli. Poi si siedono sulle panche di legno del treno e
attendono. Si muovono solo verso sera, quando il cielo
sopra di loro  di nuovo buio, si sente l'arrivo degli aerei
tedeschi, le sirene e le prime esplosioni.
La regione che devono raggiungere fino a qualche
tempo prima era stata abitata da una vasta comunit tedesca
invitata da Caterina II per coltivare i campi e per
fare da baluardo nel perenne scontro tra i russi e i popoli
orientali. Ora tale comunit - che, conservando la propria
lingua e le proprie tradizioni, aveva condiviso la storia
dell'impero, aveva subto drammatiche persecuzioni
(nella guerra civile si era schierata con i Bianchi) e a cui,
finalmente, lo Stato sovietico aveva riconosciuto l'autonomia,
come Repubblica Socialista Tedesca del Volga
con capitale Engels - non c' pi. Allo scoppiare della
guerra, tutto  cambiato. Stalin, temendo che, con l'avanzata
dei nazisti, i tedeschi del Volga potessero passare
al nemico, alla fine dell'agosto del '41, solo qualche mese
prima dell'arrivo delle nostre ragazze, ha dato ordine di
deportare la popolazione in Siberia, in Kazakistan e in
altre zone dell'Asia centrale. Oggi sappiamo che un terzo
del milione e mezzo dei deportati non  sopravvissuto.
Il ponte ferroviario tra Saratov ed Engels di quasi due
chilometri, di cui i sovietici erano orgogliosi perch univa
le due sponde del Volga consentendo ai treni di collegare
Mosca al Caucaso,  rimasto cruciale ma non pi per
lo sviluppo dell'industria, bens per il trasporto di armi,
soldati e rifornimenti verso il sud e verso Stalingrado, e
perch facilita la strada verso i pozzi di petrolio pi che
mai preziosi. E, naturalmente, ha assunto grande rilevanza
la base dell'aviazione, unico luogo vitale nel deserto
della regione.
A Engels - apprendono le ragazze della Raskova - diventeranno
veri soldati. Ne sono fiere. E tuttavia, quando
il treno lascia Mosca, non possono impedire alla malinconia
di insinuarsi nei vagoni scaldati dalle stufe a legna.
Non possono evitare di pensare: ritorneremo?
Adesso riderete annuncia la vecchia Irina. Il sole freddo
dell'inverno moscovita  scomparso.  una sera di febbraio
molto simile a quella in cui le giovani donne in divisa partirono
per Engels. Ora Mosca  costellata di luci, il ghiaccio
fa brillare il grande edificio dell'universit che confina con
il palazzo in cui abita Irina, i fari delle auto illuminano le
strade innevate. Ma come allora la neve cade fitta rendendo
tutto, anche il rumore dei tram, quasi rarefatto.
 ora di andare via, penso, Irina sar stanca. Il giorno
dopo - ci ha detto - per Vannuale festa delle Forze armate,
verranno a trovarla allievi e colleghi, he porteranno dolci
e fiori, ci saranno, come ogni anno brindisi e auguri. Nella
Russia di Putin la festa delle forze armate  una cosa seria,
si protrae per tre giorni e, come quella della Vittoria, coinvolge
i luoghi di lavoro, le scuole e le famiglie. Lei vorr
essere riposata e in forma. Eppure non pare abbia voglia
di salutarci, un ricordo nuovo  sopraggiunto e deve essere
allegro.
Nel vagone racconta con un sorriso malizioso, non
c'erano sedili, ma lungo i lati due mensole di legno
porta-merci. Al centro di queste, accanto a un catino con l'acqua
per lavarci, c'era un grande vaso bianco: era il nostro
bagno, il nostro Wc. Lo avevamo chiamato Serza (Sergino)
e ci scherzavamo su. Non dimenticate che noi andavamo
a Engels in assoluto segreto. Per ordine di Stalin non
dovevamo rivelare a nessuno che eravamo state reclutate
dall'aviazione, n rivelare la nostra destinazione. Non ci
era quindi consentito parlarne nelle lettere alle nostre famiglie,
ai nostri amici o fidanzati. Io avevo finalmente avuto
l'indirizzo di Dmitrij e volevo scrivergli. Non gli dissi dove
ero, n quello che facevo, maper rassicurarlo raccontai che
ero con gruppo di ragazze, che non c'era con noi nessun
uomo a parte... Serza. Era molto utile e serio, aggiunsi, e
non ci lasciava mai. Lo scrissi pi di una volta. Dmitrij non
cap, si irrit e si ingelos. Se ti piace tanto mi rispose,
sta con lui. Devi deciderti, devi scegliere.
...
Un tappeto di trecce.

Si schierano in fila sul marciapiede, come hanno imparato
a fare nei pochi giorni passati all'Accademia Zukovskij.
Hanno ancora le divise troppo grandi, gli stivali che
sfuggono dai piedi, ma cercano di apparire composte: lo
sguardo alto e severo, il portamento rigido, come ha loro
raccomandato Marina Raskova.
Eppure l'atteggiamento marziale, adottato in fretta
e furia alla discesa del treno, non riesce a nascondere a
chi le attende quello che sono: ragazzine con lo sguardo
ingenuo e imbambolato, che hanno fatto un viaggio lungo
e hanno dormito poco; i capelli faticosamente ravviati,
il volto appena risciacquato da quel po' d'acqua a
disposizione. Non hanno potuto lavarsi molto e quel che
indossano non  propriamente pulito. L'esercito non
fornisce biancheria femminile e, dopo i giorni di viaggio,
i pochi ricambi che hanno portato da casa vanno
lavati. Poi sono affamate. Per quasi una settimana hanno
mangiato pane ed aringhe e bevuto t con un po' di
zucchero. Pi di quello che la maggior parte delle loro
famiglie aveva potuto offrire nei mesi precedenti, ma
meno del loro appetito. Infine sono stanche. Ci hanno
messo quasi dieci giorni per fare poco pi di ottocento
chilometri.
Durante il viaggio hanno studiato, hanno seguito i
consigli di lettura di Marina, hanno raccontato storie,
cantato, parlato della loro vita, si sono fatte confidenze.
Sul treno per Engels sono nate nuove amicizie.
Sono convinte che la guerra durer poco. Questione
di settimane, al massimo di qualche mese. Non appena la
grande patria sovietica metter in azione i piani di attacco,
il nemico sar respinto con il loro contributo.
In fila sul marciapiede si sentono addosso gli occhi degli
ufficiali. Sguardi severi le passano in rassegna una per
una, le esaminano dalla testa ai piedi come fossero animali
strani, venuti da chiss dove e capitati chiss perch
alla stazione ferroviaria di Engels. Non sorridono, non le
prendono in giro come i soldati incontrati in Accademia,
ma negli occhi vedono la stessa diffidenza. Queste donnette
vorrebbero guidare aerei da combattimento? dice
uno dei militari ad alta voce per essere sicuro di essere
sentito.
Irina pensa a Marina Raskova, alle sue parole prima
della partenza. La comandante non aveva nascosto le durezze
della guerra e loro si erano immaginate il peggio.
Il viaggio aveva dato un assaggio delle difficolt, ma non
aveva scalfito entusiasmo e buonumore. L'ostilit degli
ufficiali, l'ironia dei soldati, lo scetticismo dei comandanti,
per, non erano stati messi in conto. Non avevano immaginato
n la derisione, n gli sguardi malevoli da cui
sono accompagnate.
Un ufficiale ha in mano una busta gialla e, dopo aver
lanciato loro un ultimo sguardo diffidente, la apre per
leggerne il messaggio. Contiene la prima disposizione ufficiale.
Il comando ordina che le future pilote si taglino
immediatamente i capelli. Le belle trecce che portano
sulle spalle, incrociate sulla testa o raccolte sulla nuca
non sono adatte ai cappelli militari, alle guerre, agli aerei,
alle battaglie; non si conciliano con i loro nuovi compiti.
Sembra ovvio: si  mai visto un soldato con i capelli
lunghi e intrecciati? Loro sono soldati. Devono accorciare
i capelli fino a met dell'orecchio per essere il pi possibile
simili agli uomini. L'ordine, tuttavia, non  atteso e
appare brutale.
Irina ha una grande treccia bruna come gli occhi e,
come tutte le giovani russe, ne va fiera. La mamma le
aveva insegnato a rifarla ogni mattina e a scioglierla la
sera, prima di andare a dormire. Un rito che, con le sue
compagne, aveva osservato anche in quel lungo viaggio
da Mosca ad Engels: mentre il treno procedeva lento,
quando erano stanche di studiare, avevano passato parte
del loro tempo a fare l'una all'altra nuove acconciature.
Dopo la lettura dell'ordine, con la coda dell'occhio
guarda Katja, una giovane ucraina, abilissima meccanica,
che porta due trecce bionde incrociate sulla testa come se
fossero il diadema di una regina. Durante il viaggio hanno
scherzato su quella sua complicata acconciatura, ma
lei ne era orgogliosissima e rispondeva che Dio le aveva
fatto due doni: mani capaci di riparare ogni cosa e capelli
speciali - folti, forti e dorati.
Quando l'ufficiale finisce di leggere, non hanno il
coraggio di guardarsi negli occhi, si mettono in fila e
si dirigono in silenzio alla baracca dormitorio. Irina ha
l'istinto di carezzare la treccia bruna posata su un lato
della spalla, ma si trattiene. Osserva le compagne e vede
che alcune hanno le lacrime agli occhi. Anche Natasha,
la pragmatica, matura, disincantata Natasha, che durante
il viaggio le ha trattate un po' come bambine inesperte,
 turbata. Due ragazze che Irina non conosce vanno in
fondo al dormitorio e, sedute sul letto, con un paio di
forbici, tagliano alcune ciocche e le infilano in una busta:
le manderanno alla mamma o al fidanzato. Oppure,
forse le terranno come ricordo. Lei  tentata di fare la
stessa cosa - potrebbe inviare una ciocca dei suoi capelli
a Dmitrij - ma non lo fa. Nessuna ha pensato di chiedere
un permesso speciale per tenere la treccia. Eppure, dopo
aver letto l'ordine, l'ufficiale aveva aggiunto che se qualcuna
di loro, per motivi particolari, non voleva sottoporsi
al taglio dei capelli poteva chiedere un permesso speciale
a Marina Raskova. La comandante avrebbe deciso se
fare o meno un'eccezione. Doveva essere stata la stessa
Marina a suggerire questa clausola: lei aveva mantenuto i
capelli lunghi che portava divisi nel mezzo e legati stretti
dietro la nuca per poter infilare bene il berretto militare.
Anche con i capelli lunghi, era curata e in ordine. Ma
Marina  Marina,  un'eroina, ha una libert che le altre
non possono avere.
Nessuno vuole disturbare la comandante per una
sciocchezza. Neppure Katja, che svuota il suo zaino
con gesti veloci e meccanici, come se niente fosse, ma
non osa slegare le trecce per spazzolarle come fa tutte le
sere.
Il giorno dopo, sempre in fila, vanno dal barbiere del
reggimento.  lo stesso a cui si rivolgono gli uomini per
il loro primo taglio da soldato. Una dopo l'altra, le future
pilote si sottopongono a un rito che assomiglia ad un
sacrificio. Non sciolgono i capelli - i tempi del taglio
sarebbero pi lunghi -, si limitano a chinare la testa davanti
al barbiere come se fosse una ghigliottina. Alcune
chiudono gli occhi, come se dovessero sentire un dolore.
Basta un deciso colpo di forbici e la treccia cade
per terra. Poi il barbiere d qualche altro colpo ai lati
per accorciare i capelli fin dove lo esige l'ordine militare,
appena sopra l'orecchio. Nella stanza disadorna e
affollata non si sente una parola, non ci sono lacrime o
lamenti. Regna uno strano silenzio, inspiegabile in un
luogo pieno di giovani donne. Un colpo di forbici dietro
l'altro e il rituale si compie. Le ragazze si aspettano
l'un l'altra ed escono come sono entrate: in fila. Sul pavimento
rimane un tappeto di trecce bionde, castane,
nere, brune, rosse.
Adesso Irina porta sempre un cappello, le piace tenersi calda,
i capelli - mi dice - non li ha pi fatti ricrescere. Sono
rimasti corti come allora, come erano durante la guerra.
Guardate afferma ridendo e togliendosi il cappellino di
lana con un gesto rapido,  ancora il taglio di Engels.
Il colore non  pi, ovviamente, quello di un tempo. Si
alza dal divano con fatica, prende una fotografia e me la
porge. Eccola giovane, in divisa, gli occhi grandi e innocenti,
i capelli bruni, corti, sopra le orecchie. Ha lo sguardo
intenso e dolce, un accenno di sorriso.  una bella foto che
non ha niente in comune -  inutile cercare romanticamente
una somiglianza - con l'anziana signora che ho di fronte.
Il tempo  inesorabile: trasforma, corrode, cancella colori e
lineamenti. Non ha cancellato per il ricordo del giorno in
cui  stata scattata la fotografia.
 il 7 novembre 1941, il ventiquattresimo anniversario
della Rivoluzione sovietica. Le giovani reclute, arrivate
a Engels, hanno appena fatto giuramento, quando Stalin
parla sulla piazza Rossa di una Mosca assediata e, in parte,
evacuata.
Il capo del Cremlino vuole celebrare l'anniversario della
Rivoluzione come sempre, con la parata militare, la musica
e i discorsi, ma  difficile mantenere la retorica solennit
degli anni precedenti.
Il giorno prima della tradizionale parata ha riunito il
gruppo dirigente del partito nell'atrio della stazione Majakovskaja,
a trentatr metri di profondit. La nomenclatura
 arrivata su un vagone che ha percorso una linea segreta.
La riunione in un luogo insolito, sotto terra, il vagone unico
- in cui si ammassano gli uomini che contano nel partito -,
anche solo la semplice rivelazione di una linea segreta lasciano
trapelare i timori che la grande parata sulla piazza
Rossa vorrebbe occultare: il momento  davvero grave.
Le fermate della linea segreta possono servire come rifugio
nel caso che i tedeschi entrino nella capitale. Alla
fermata Sovetskaja, fra il Bol'soj e la Majakovskaja,  stato
attrezzato un locale operativo in caso di invasione. La metropolitana
segreta comprende anche il collegamento del
Cremlino con i due bunker di Stalin, uno sotto lo Stadio,
con una sala riunioni e una postazione radio da cui trasmettere
i discorsi ufficiali, l'altro sotto la sua dacia. Da entrambi
i bunker si pu raggiungere l'aeroporto. Tutto,
insomma, pare pronto per una imminente, possibile disfatta.
Le giovani donne sono per all'oscuro della storia delle
linee segrete della metropolitana: si verr a conoscenza
solo molto dopo.
Loro, il 7 novembre del 1941, ascoltano in religioso silenzio
alla radio il discorso di Stalin. Abbiamo temporaneamente
perduto una serie di regioni; il nemico si trova
alle porte di Leningrado e di Mosca e aggiunge: I tedeschi
calcolavano che sin dal primo urto il nostro esercito
sarebbe stato disperso e il nostro Paese sarebbe stato messo
in ginocchio, ma hanno grossolanamente sbagliato i loro
calcoli. Malgrado gli insuccessi temporanei, il nostro esercito
e la nostra marina respingono eroicamente gli attacchi
del nemico su tutto il fronte e gli infliggono gravi perdite; e
il nostro Paese, tutto il nostro Paese, si  organizzato in un
unico campo di combattimento, per sconfiggere, assieme al
nostro esercito e alla nostra marina, gli invasori tedeschi.
Irina ricorda bene quanto lei e le sue compagne, a cui
in quel giorno importante viene scattata una fotografia, si
sentano orgogliose di far parte del grande esercito che sconfigger
le truppe di Hitler.
...
L'uccello di legno e percalle.

Da lontano assomiglia ad un uccello goffo che si riposa
sulla pista del campo. Da vicino sembra un giocattolo
inusualmente grande. Al reggimento 588  toccato il Polikarpov,
un bimotore semplice ed essenziale che alcune
hanno gi conosciuto nei corsi di volo.
Irina lo guarda con sorpresa e si avvicina con Katja
e Natal'ja per osservarlo meglio. Vedono che  di legno
- proprio come un giocattolo - ricoperto di grossa tela.
Ci sono due posti, uno davanti per la pilota, quello dietro
per la navigatrice. Una volta sedute, le due aviatrici rimangono
col busto fuori. Non  previsto alcun riparo dal
freddo, dalla pioggia e dalla neve. Dobbiamo coprirci
bene sussurra Natal'ja ad Irina; a centinaia di metri dal
suolo, in effetti, il primo pericolo  quello del congelamento.
Forse i guanti, il cappello imbottito, le giacche
foderate non saranno sufficienti. Vedono due leve, una
accanto a ogni postazione: servono a innalzare ed abbassare
il velivolo e due cloche. Guardano ancora, ma non
c' nient'altro. Non c' alcuno strumento tecnologico e
ottico per prendere la mira, come hanno visto su altri
aerei. Non c' posto per i paracadute. Non capiscono
dove vanno piazzate le bombe. La navigatrice - le informano -
sar fornita di una bussola e una mappa. Con
queste, e con molta esperienza, addestramento e fortuna,
potr individuare gli obiettivi da colpire.
Le giovani reclute sono stupite. Sono ingenue, ma non
tanto da non sapere che l'aereo che viene loro fornito, e
con il quale dovrebbero portare a termine le azioni di
guerra,  vecchio, progettato alla fine degli anni Venti,
ed  stato finora impiegato per spargere prodotti chimici
sul terreno agricolo. Un aereo contadino, pacifico, ordinario.
Non a caso i tedeschi lo hanno chiamato aereo da
granturco. Le ragazze apprendono che pu raggiungere
i 150 chilometri all'ora, ma  meglio tenersi sui 120, e che
pu alzarsi fino a un massimo di mille metri. Molto meno
degli aerei nemici che, in quei mesi, hanno attraversato
i cieli. Sanno che l'aviazione sovietica possiede modelli
ben pi sofisticati, capaci di volare ad alta quota, mentre
a loro  stato destinato un velivolo semplice, essenziale,
da bambini, che sembra poter cadere al primo soffio di
vento e prendere fuoco con un fiammifero.
Eppure - viene loro spiegato - quell'uccello di legno
e tela ha molte qualit che, se ben utilizzate, possono tradursi
in innegabili vantaggi. Proprio perch semplicissimo,
si mette facilmente in moto; se qualcosa non va, si
pu intervenire con efficacia;  maneggevole e, di notte,
difficile da individuare. Inoltre  leggero, agile, e per atterrare
non ha bisogno di un aeroporto attrezzato: basta
il terreno pianeggiante di un frutteto, un campo di patate
o una strada. In poche parole, guidato con audacia
da mani abili, arriva dove altri non possono, colpisce e
fugge senza farsi colpire. Le sue potenzialit stanno tutte
nell'esperienza, nel coraggio, nell'intito di chi pilota.
Se le giovani donne diventano molto brave, anche coi
Polikarpov possono provocare seri danni al nemico.
Le ragazze cominciano a studiare e ad addestrarsi senza
tregua. Le notizie che arrivano sono allarmanti: l'Armata
Rossa non si  ancora ripresa dallo shock iniziale
e fatica a rispondere. Le perdite sono enormi. In molte
parti del fronte sud l'esercito  in rotta.
L'addestramento  duro: in tempi normali sarebbe
stato di tre anni, nel loro caso, di fronte all'emergenza
della guerra, non pu durare pi di sei mesi. Per le pilote
e le navigatrici si prevedono 500 ore di volo, dieci volte
quelle degli uomini. Le giovani sono impegnate per 14
ore al giorno, dieci di studio e tre o quattro di esercitazioni
militari. Le meccaniche lavorano fino a 15 ore.
Le condizioni meteorologiche non vengono tenute nella
minima considerazione: le pilote devono abituarsi a tutto.
Decollano, atterrano anche quando il vento sembra
spazzar via i fragili bimotori, con la pioggia e la neve che
impediscono la visione del campo, con la tempesta che
le scuote e le sbatacchia su e gi nel cielo e col gelo che
irrigidisce le dita e paralizza i piedi. Imparano i codici
e le tecniche di navigazione, come orientarsi sulle carte
geografiche, come raggiungere l'obiettivo e come sfuggire
alla contraerea. Imparano a caricare ed a sganciare le
bombe e, nei poligoni di tiro, a usare le mitragliatrici e
le armi di piccolo calibro. Le armiere si devono allenare
a trasportare e sollevare ordigni che pesano fino a cento
chili.
Anche se l'aereo  semplice ed i comandi sono essenziali,
volare nella notte non  per niente facile. Le giovani
donne comprendono che la tecnica, lo studio, la pratica
non bastano. Devono acquisire qualit particolari, affinare
un istinto che consenta loro di muoversi e sentirsi a
proprio agio anche nel buio. Perch senza la luce, senza
punti di riferimento, tutte le sensazioni possono essere
sbagliate. Si pensa di andare a sinistra, invece si va a destra,
si crede di essere in alto, invece si sta scendendo
velocemente. Dopo aver fatto tanta resistenza ad accoglierle
tra le fila dell'Armata Rossa, ora a queste ragazze
viene chiesto l'impossibile. E ognuna di loro risponde
come pu, con tutta se stessa.
Irina ha fatto corsi di paracadutismo e non ha paura
del vuoto e del volo, ma per molte sue compagne l'addestramento
 pi duro delle attese. A Ljudmila provoca
nausee e giramenti di testa, Tanja e Ol'ga alla fine non
si reggono in piedi. La tensione  tale che non riescono
a dormire. Non sono sicure che il giorno seguente ce la
faranno a ricominciare. Devono lottare con le vertigini,
la spossatezza e la paura, devono stringere i denti e continuare
come se nulla fosse. E poi neanche le notti sono
tranquille. Di tanto in tanto Marina Raskova fa suonare
l'allarme pretendendo che si vestano e siano pronte in
cinque minuti. Qualcuna di loro ha provato ad aggirare
l'ostacolo, infilando la divisa sulla camicia da notte, ma,
quando  stata scoperta,  stata costretta a marciare sulla
pista dell'aeroporto col vento ghiacciato a gambe nude.
Una vergogna che tutte loro vogliono risparmiarsi.
Le ragazze del 588 guardano Marina con sempre maggiore
ammirazione, riconoscendo in lei la tempra di un
vero comandante:  presente in ogni circostanza, continua
ad indirizzarle, a correggere gli errori. Non le sfuggono
i momenti di debolezza e di crisi e li affronta apertamente.
Se vede qualcuna di loro spossata dopo un volo
difficile, la guarda dritto negli occhi e le chiede: Allora?
Te la senti di volare? Certo che me la sento!  l'immediata
risposta. Se qualcun'altra mostra segni di cedimento,
domanda senza giri di parole: Sei stanca? Non
siamo ancora al fronte. Poi, ti avverto, sar peggio. Sei
sicura di farcela? Nessun dubbio, ce la far. Hai paura
di andare al fronte? Lo sai che il nemico ti colpir? No,
lo colpir prima io. Sotto lo sguardo di Marina tornano
forza e coraggio.
Evgenija Rudneva, l'amica delle stelle, che sembrava
la pi fragile di tutte, in quei mesi di addestramento appare
completamente a suo agio, felice di volare, a volte
persino euforica. A Irina, che la guarda stupefatta mentre
attende il suo turno per decollare, un giorno sussurra:
 un'emozione che non tento nemmeno di descrivere
perch non ci riuscirei... quando sono tornata a terra
dopo i miei primi cinque minuti di volo, mi  sembrato
di essere nata per la seconda volta, ho guardato il mondo
con altri occhi. Quando l'aereo ha fatto un avvitamento
e si  girato su se stesso, all'improvviso mi sono trovata
la terra sopra la testa e sotto di me il cielo blu, le nuvole
in lontananza... ecco: in quell'attimo ho fatto in tempo a
pensare che, durante un rapido movimento di rotazione,
il liquido non cade dal bicchiere. A volte penso con terrore
al fatto che avrei potuto vivere senza volare.
Irina  ammirata. Per lei, invece, e per molte altre, le
difficolt sono talmente tante che spesso pensa di non
essere all'altezza. Eppure resiste ed ha trovato un modo
tutto suo per tenere a freno il senso di inadeguatezza che
di tanto in tanto la assale: scrive a un amico immaginario
a cui confida emozioni e paure. Lo chiama proprio cos,
amico immaginario; non esiste e, proprio per questo,
pu raccontargli tutto.
Se ci interessano quelle lettere - ci dice Irina - le possiamo
leggere. Le ha conservate tutte in un cassetto della scrivania,
alcune le ha anche pubblicate. No, non  Dmitrij il
destinatario. O forse s, ma a lui, comunque, non le poteva
mandare. Non sapeva dove fosse. Ce ne legge una scritta
nei giorni difficili dell' addestramento.

Mio caro amico immaginario e sconosciuto, ti ho gi
scritto come sono finita nell'Armata, in aviazione e nello
stormo segreto di Marina Raskova.  stata la scelta giusta
in quei giorni terribili. Non volevo pi studiare fisica, n
frequentare la scuola per infermiere: volevo andare al fronte.
Ed eccoci dunque ad Engels, facciamo formazione nel
gruppo navigatori. Dormiamo sui letti a castello nella casa
dello sport. Accanto a me c' Sala Makunina, una dottoranda
della facolt di Geografia, che per non diventer
una navigatrice: ha la pressione alta. Verr assegnata al
comando, ma intanto dormiamo una accanto all'altra,
studiamo insieme l'alfabeto Morse e la sera, prima di dormire,
con un fil di voce chiacchieriamo della vita. Mi sfrego gli
occhi la mattina, e sul letto sopra di me sento un bisbiglio:
Io stanotte ho sognato mamma, e poi un sospiro sommesso:
C' gente fortunata! E poi ancora: Ho speso 11 rubli per
una crema. Perch poi? Se non altro per ricordarmi che
sono una donna...

Guardo Irina che tiene in mano le lettere all'amico immaginario.
Mi chiedo perch voglia mostrarcele. Sono cos
ingenue le parole contenute in quelle pagine, non sembra
che possano essere state scritte dalla vecchia signora dallo
sguardo deciso che ho di fronte, o dalla severa accademica,
la cui foto campeggia sugli scaffali della libreria, che ha
fatto studi e scoperte importanti. Capisco con qualche ritardo
che non c' alcun cedimento alla nostalgia ma, ancora
una volta, la volont di farci capire. Nell'inferno del fronte
sud, pronte a morire, c'erano donne che erano poco pi che
bambine, che si sentivano smarrite e, tuttavia, andavano
avanti. Non dobbiamo dimenticarlo.  questo che rende
straordinaria la loro avventura.
...
Maschi nemici.

Hanno adottato un piccolo cane, lo hanno battezzato
Bobik e fanno a gara nelle coccole e nelle carezze. Bobik
le segue dappertutto, marcia con loro e con loro va in
mensa e nel dormitorio.  dolce, mansueto, ma non pu
sopportare la vista di un essere umano di sesso maschile.
Se vede avvicinarsi un uomo, abbaia e ringhia minaccioso.
L'hanno addestrato a comportarsi cos.
A Engels ci sono istruttori, piloti, giovani reclute,
ufficiali, addetti ai rifornimenti: sono tutti uomini. Ci sono
anche molti studenti che Irina e le sue compagne hanno
conosciuto ai tempi in cui frequentavano le aule dell'universit,
ma le nuove arrivate non mostrano nei loro confronti
alcuna cordialit o amicizia. All'opposto, ostentano
distacco e diffidenza.
Al centro aeronautico, dove stanno imparando a combattere
il nemico, le ragazze della Raskova (cos sono
chiamate) hanno scoperto il volto ostile dei loro compagni
maschi. Agli inizi la malevolenza  sembrata casuale,
legata al carattere di qualcuno od alla sorpresa di fronte
alla insolita presenza di un gruppo di donne in un luogo
fino ad allora tutto maschile. Poi, negli addestramenti,
l'inimicizia  emersa in modo diretto e, talvolta, anche
molto violento.
Le giovani donne sono comprensibilmente insicure.
Non si presentano bene, sono goffe, con le divise troppo
grandi, gli stivali numero 43 che nessuno ha pensato ancora
di sostituire e quei capelli malamente tagliati sotto i
berretti militari. Lavorano sodo, imparano molto, ma gli
sforzi sono ancora insufficienti: non conoscono bene le
regole, le gerarchie, il galateo militare, e collezionano una
gaffe dopo l'altra.
I soldati, gli ufficiali, gli istruttori le osservano senza
alcuna indulgenza, spesso con ingiustificato pregiudizio.
Le considerano frivole donnette con molti grilli per la
testa e non risparmiano scherno, risatine, sguardi di sufficienza.
Le ragazze della Raskova ne soffrono e reagiscono
nel solo modo possibile: evitando con determinazione
ogni contatto con loro; decidono semplicemente di non
frequentarli. Bobik, che ha capito l'umore delle sue amiche,
abbaia a tutti gli uomini che incontra.
Per sentirsi pi forti, stanno sempre tutte insieme,
pronte a ricambiare l'irrisione maschile con la spavalderia.
All'ostilit e all'ironia rispondono con il distacco
e l'alterigia. Vanno in mensa in fila, guardando avanti,
ignorando chiunque le guardi o le saluti, cantando, quasi
urlando, una canzone che Katja intona per prima con
voce squillante. Quando piloti, istruttori o soldati le
vedono passare, ridono e gridano con scherno: Ecco
il battaglione della morte. Loro fanno finta di niente
e cantano a voce ancora pi alta. Ragazze, guardateli
dall'alto in basso! suggerisce Vera Lomako, la grande
aviatrice che insieme a Marina ha guidato un idrovolante
per la prima volta senza scalo da Odessa ad Archangel'sk,
e che, per questo,  ammirata e amata da tutte. Bastano
le sue parole per sentirsi pi sicure. Ce la faranno,
si dimostreranno pi forti di quegli uomini insolenti. Si
ripetono che Stalin non avrebbe certo deciso di istituire
reggimenti tutti femminili se non fosse stato sicuro del
fatto suo. E Marina Raskova, che  rigorosa e severa, ha
un'incrollabile fiducia nelle loro capacit.
La comandante, nel discorso il giorno del giuramento,
ha rammentato il ruolo straordinario che stanno per occupare
nella Storia. Ci sono state negli anni passati - ha
detto Marina - altre donne che hanno combattuto per la
patria: guerriere come Giovanna d'Arco o, nel conflitto
del 1812, Nadja Durova o, ancora, la partigiana Vasilisha
Kozina, che si  battuta contro Napoleone. Ci sono state
tante donne che hanno fatto la Rivoluzione e la guerra civile,
ma erano delle eccezioni e, comunque, avevano sempre
combattuto in reggimenti maschili, con gli uomini o
sotto il loro diretto comando.
Noi, invece ha aggiunto con orgoglio Marina, siamo
donne sovietiche, donne di una libera nazione socialista.
Nella nostra Costituzione c' scritto che le donne
sono uguali agli uomini in ogni campo. Oggi facciamo
un giuramento, giuriamo di difendere fedelmente il nostro
Paese... di resistere fino all'ultimo respiro in difesa
della nostra amata patria. S, pensano le ragazze arrivate
a Engels, per loro  diverso. Hanno un compito importante
e lo assolveranno bene senza lasciarsi abbattere.
Per questo si separano dagli uomini. Se stanno fra di loro
trovano se stesse, riscoprono la forza e il coraggio che le
hanno portate fin l.
Non  facile. Se si possono ignorare le parole offensive
degli ufficiali, se si pu rispondere con rabbia alle
provocazioni delle altre reclute, se si pu dire di no a
un'offerta di amicizia pi o meno sincera degli studenti
ora arruolati, non si possono evitare gli istruttori, con cui
sono costrette a passare molte ore al giorno. Anche loro
considerano le ragazze della Raskova donnette capitate l
per non si sa quale caso o capriccio; un fastidio che ostacola
il normale corso dell'addestramento militare fatto
anche di urla, improperi, parole volgari, ordini dispotici,
punizioni. Con le giovani donne gli istruttori non possono
permettersi eccessi, non  consentito. I comandanti
sono stati chiari: devono trattenersi, devono modificare
il loro comportamento. Allora si vendicano. Le mettono
sotto torchio pi di quanto farebbero con un uomo; non
gliene fanno passare una, sottolineano ogni debolezza,
ogni disattenzione; le piccole mancanze, se commesse
dalle ragazze della Raskova, diventano subito gravi errori.
Cos, durante l'addestramento, il disagio e la diffidenza
aumentano e la tensione si pu tagliare col coltello.
Poi scoppia il caso. Marina Raskova viene convocata
dal capo di guarnigione: il colonnello Bagaev  preoccupato
e si lamenta con la comandante perch le donne
mandate al campo a imparare a volare ed a combattere
minacciano le famiglie degli istruttori. Molte mogli si
sono recate al comando per denunciare il pericolo. Quelle
giovani - hanno detto - in contatto continuo con i loro
mariti, rappresentano un attentato all'unit e all'armonia
della vita coniugale. Lui ne chiede conto a Marina
Raskova. La loro comandante - apprendono le giovani
donne con soddisfazione ed orgoglio - le difende senza
esitare. Risponde al colonnello che le sue ragazze sono l
per imparare e lavorano e studiano duramente. Alla fine,
piazza con calma sprezzante il suo colpo mortale: Siete
il comandante di guarnigione, siete l'ultima persona
dalla quale mi sarei aspettata interesse per pettegolezzi
femminili.
Le ragazze ce la fanno. L'8 febbraio 1942 si costituisce
ufficialmente il reggimento 588 per il bombardamento
notturno. Duecento donne voleranno la notte, tutte le
notti, sui Polikarpov, bombardando le linee tedesche.
Sono pilote, navigatrici e, con loro, ci sono a terra armiere
e meccaniche. Sono solo donne, nessun uomo combatter
al loro fianco, a nessun uomo chiederanno aiuto. 
questo il loro patto, la tacita promessa che si fanno.
Apprendono che avranno una comandante: Evdokija
Bersanskaja, di cui sanno davvero poco: Assomiglier a
Marina? chiede sottovoce Natal'ja alla sua amica Irina,
quando viene loro presentato il nuovo capo. Natal'ja 
una brava pilota, disciplinata e severa con se stessa. 
anche la poetessa del gruppo, e le ragazze ammirano
molto le sue composizioni. Ma  soprattutto una grande
osservatrice e, come lei stessa ha detto una volta, riesce
a vedere quel che gli altri si limitano a guardare. Irina,
che le  diventata amica,  affascinata dalla capacit della
sua compagna di cogliere immediatamente umori, sentimenti,
di capire i caratteri e le situazioni, e cerca spesso
nei suoi occhi la conferma di quel che pensa, di giudizi
e impressioni di cui non  sicura. Natal'ja capisce subito
che, malgrado l'aspetto severo, Evdokija sa essere umana
e accogliente. Ha il sorriso timido delle persone gentili
sussurra ad Irina.
Non sbaglia. Le ragazze apprendono della infanzia di
Evdokija nella guerra civile, della perdita della madre,
della prima parte della sua vita nella quale, come tante di
loro, ha conosciuto privazioni e povert. E della passione
per il volo. Ha volato dieci anni nell'aviazione civile ed ha
una grande esperienza come istruttrice. Ha ventotto anni,
solo qualcuno in pi delle ragazze che le sono state affidate
ed ha affrontato le loro stesse difficolt. Neppure lei,
come loro,  mai stata in guerra: impareranno insieme.
La sintonia  immediata, il filo dell'empatia lega all'istante
le giovani reclute alla nuova comandante. Le obbediranno
come a Marina, la seguiranno ovunque. Sono
orgogliosa del fatto che fra noi non ci siano uomini
sussurra Natal'ja ad Irina.
Quando Irina parla dei rapporti delle streghe con gli uomini
 molto puntigliosa. Dopo ben settantacinque anni
dai giorni di Engels non ha alcuna intenzione di sorvolare
sull'ostilit maschile, non vuole che sia dimenticata,
non la considera un elemento secondario rispetto alle difficolt
incontrate all'inizio del cammino, bens una parte
essenziale della loro storia. Descrive ancora con gusto la
risposta orgogliosa delle ragazze della Raskova. Sono sorpresa.
Sto parlando -penso mentre ascolto - con un'eroina
dell'Unione Sovietica, un'icona della lotta contro il nazifascismo,
l'ultima rappresentante di un gruppo di donne che
ha fatto la grande Storia, e sento parole, atteggiamenti che
appartengono al femminismo radicale degli anni Settanta,
separatismo incluso. Perch-Irina forse non lo sa - il suo
reggimento ha praticato quello che altre donne avrebbero
teorizzato ed esercitato quarant'anni dopo anche se in situazioni
meno tragiche: la separazione dagli uomini, per
ritrovare se stesse e per affrontare meglio un mondo che
sentivano ostile.
Sono sicura che quando ne scriver penseranno che esagero.
Sento gi le obiezioni: Cos femministe? In Unione
Sovietica? Sotto Stalin? Non ti sarai fatta deviare? Non
avrai sovrapposto la tua esperienza e la tua cultura alla
sua? C'era la guerra, non c'era tempo per il femminismo.
Questo mi diranno.
I miei pensieri vengono interrotti da Irina: Vogliamo
prendere il t? suggerisce, come sempre, a una certa ora
del pomeriggio.
Quando andiamo in cucina, solitamente il tono della
conversazione cambia. Mentre nella sua stanza-studio l'anziana
signora parla seguendo un ordine che ha stabilito in
precedenza e non devia mai da una scaletta che, evidentemente,
ha preparato nella sua testa, in cucina si lascia
andare a ricordi imprevedibili. Seduta su una sedia fra il
frigorifero e il tavolo lascia la preparazione del t a me e ad
Eleonora e continua a parlare. In quei momenti la memoria
si libera e segue percorsi meno vincolati. Per questo le
pause per il t mi piacciono molto, ma questa volta avrei
voluto continuare e capire di pi del periodo separatista;
avrei voluto altri elementi per rispondere a chi avesse messo
in dubbio l'esperienza femminista delle streghe. Anche
Eleonora deve essere rimasta colpita dalla antica rabbia di
Irina contro gli uomini. Non dice nulla ma, mentre traduce,
i suoi occhi ridono e la voce non riesce a nascondere
l'entusiasmo.
In cucina mangiamo biscotti e cioccolatini, parliamo dei
suoi figli - uno psicologo e un fisico, due uomini ormai
importanti e affermati nelle rispettive professioni - e poi,
all'improvviso, come se avesse intercettato pensieri e dubbi,
Irina ricomincia coi ricordi di quei primi mesi a Engels.
Una volta un gruppo di nostre ragazze incontr degli
studenti di meccanica e matematica. Avevano seguito i corsi
insieme, alcuni erano loro amici, li conoscevano da tempo,
cos, spontaneamente senza pensarci, uscirono dalla fila
per salutarli e chiacchierare un po'. Il resto del gruppo si 
arrabbiato, le ha accusate di volerle disonorare, ha minacciato
di scrivere al Komsomol per denunciare la loro condotta.
Le colpevoli sono scoppiate in lacrime, hanno dato
ragione alle compagne ed hanno fatto solenne giuramento di
non parlare pi con gli uomini. Ecco, eravamo cos:
intransigenti e decise.
...
Lacrime.

Irina non riesce a trattenere le lacrime. Esce dalla sede
del comando con il viso rigato e la voglia di singhiozzare
come una bambina. Sa che non deve farlo; in quei mesi
passati a Engels non ha mai pianto, neppure quando
l'addestramento era pi duro, gli istruttori pi malevoli, i
voli di prova pi rischiosi. Neppure quando, per settimane,
non riceveva notizie da Dmitrij o dalla mamma. Ora
non riesce a frenarsi.
 stata convocata all'improvviso nelle prime ore del
mattino. Non ha capito perch chiamassero solo lei, ma
non si  posta altre domande; spesso per loro - giovani e
inesperte - le intenzioni dei capi non erano immediatamente
comprensibili. Ha ubbidito e basta.
Nella sede del comando le hanno dato - nel solito
modo brusco e burocratico - alcune rapide informazioni.
Le giovani arrivate a Engels sono state divise in tre
reggimenti; in previsione della partenza per il fronte 
arrivato il momento di nominare i capi e Marina Raskova
lo ha fatto rapidamente, senza esitare. La comandante
del reggimento 588, come gi si sapeva, sar Evdokija
Bersanskaja e lei, Irina Rakobolskaja, ne sar la vice. Da
quel momento, quindi, entrer nello staff dei dirigenti
con compiti di organizzazione e di controllo.
All'annuncio Irina  rimasta senza parole, ha annuito
per una sorta di riflesso condizionato, ha salutato ed 
uscita.
Ora piange perch ha paura di non farcela. Si  arruolata
da soli quattro mesi e ha ancora molto da imparare.
N la rassicura il fatto di essere la seconda di Evdokija
Bersanskaja, una donna che ha molto dello stile di Marina
e che ha gi esercitato il comando di una squadra
di pilote della scuola di aviazione di Batajsk. Evdokija,
nelle settimane precedenti, si era rivelata straordinaria:
aveva dimostrato di saper volare nella notte e di orientarsi
nella pi completa oscurit come poche, impartiva
ordini senza alcuna arroganza, era gi amata e rispettata
e tutte le obbedivano senza riserva. Poi nel reggimento
c'erano altre donne importanti e capaci. C'era Sonja
Ozerkova, l'ingegnera da cui dipendeva il buon funzionamento
degli aerei. Nel suo lavoro era efficiente e
durissima, le meccaniche la temevano e le ubbidivano
senza lasciarsi scappare n un lamento n una protesta,
anche quando imponeva loro lavori e turni impossibili.
E c'era Evdokija Rackevich, la commissaria politica, una
donna che dava l'anima per il reggimento, che era ossessionata
dalla disciplina, dall'ordine, dalla linea del partito
e che controllava ogni loro reazione e sentimento. Le
sue compagne l'avevano soprannominata mamocka,
le obbedivano, ma la tenevano a distanza e ne parlavano
con qualche ironia. A Irina quella commissaria politica
che pretendeva di controllare tutto non era simpatica
e tuttavia - doveva ammetterlo - sapeva esercitare
la sua autorit. Sonja Ozerkova, Evdokija Bersanskaja e
Evdokija Rackevich potevano essere considerate capi.
Ma lei, Irina?
Si sente del tutto inesperta. Ogni volta che decolla i
muscoli le si tendono e il cuore le sale in gola. Quando,
durante uno degli ultimi voli, ha temuto che il motore
del biplano non funzionasse,  stata quasi paralizzata dalla
paura. La notte spesso non riesce a dormire ed ha una
disperata nostalgia della sua mamma. Sa di non avere alcuna
autorevolezza, come si pu pensare che dia ordini e
organizzi le sue amiche?
Irina attraversa di corsa il campo provando a ricacciare
indietro le lacrime. Cerca le sue compagne: come
raccontare la sua promozione? Come la prenderanno?
Ne saranno contente oppure la sentiranno subito diversa
e lontana? Hanno lavorato e studiato sodo in quei mesi,
si sono molto aiutate l'una con l'altra e si  creata tra loro
una straordinaria e solidale unione; spesso, quando a una
di loro arrivava una lettera da casa, la leggevano e la commentavano
insieme. Tutte avevano notizie dei due piccoli
che Natasha aveva lasciato ai nonni e tutte partecipavano
alla contrastata storia d'amore di Ljudmila.
La vita in quei mesi di addestramento  stata sopportabile,
a volte persino piacevole, perch c'erano le sue
amiche. Ripensa alla sera precedente, quando hanno visto
Ol'ga triste, perch da settimane non riceveva notizie
del fidanzato. Un po' per consolarla, un po' perch avevano
voglia di staccare dalla rigida disciplina del campo,
hanno organizzato una piccola festa e hanno ballato e
cantato, fino a quando sono rimaste senza voce. Molte
di loro hanno anche fumato una sigaretta e bevuto un
po' di vodka. Poi hanno visto dei gattini che si erano
avvicinati al recinto del campo, li hanno accolti, nutriti e
consolati. I gattini affamati hanno contribuito all'allegria
della serata.
Sta per diventare la vicecomandante delle sue amiche.
Deve esserci un errore, pensa all'improvviso. Si arresta
nel mezzo del campo e ferma le lacrime: s, ci dev'essere
stato un malinteso, bisogna che ne parli in privato con
Marina Raskova, lei capir e rimedier immediatamente.
Torna indietro, rientra nelle stanze del comando e
chiede un colloquio con Marina. Sa che  molto occupata,
che passa le notti al suo tavolo di lavoro, che da lei
dipendono non solo gli addestramenti, ma anche i contatti
con i generali e le continue trattative con i vertici del
Cremlino. La responsabilit dei tre reggimenti  soprattutto
sua e, chiedendone la formazione, si  assunta molti
rischi. Le ragazze la rispettano e se i problemi non sono
molto seri evitano di disturbarla. Questa, per - pensa
Irina -  una questione importante, riguarda il comando
del reggimento, Marina deve ascoltarla.
La comandante la riceve subito. Seduta alla sua scrivania,
ha lo sguardo sereno, anche se le ombre sotto gli
occhi sono diventate pi scure. Irina si ricorda di salutare
come le  stato insegnato quando  di fronte a un capo
militare, ma parla e, senza alcun preambolo, come una
bambina che vuole spiegare tutto prima che gli adulti
vengano riassorbiti dalle loro faccende.
Non posso diventare un capo dice, non sono capace,
non ho l'autorit.
Marina alza gli occhi dalle carte, la fissa in silenzio; per
un attimo lo sguardo le s'incupisce e il viso mostra una
leggera tensione. Ma , appunto, un attimo, poi il volto si
distende quasi in un sorriso. Scruta la giovane donna che
evidentemente ha pianto, pur avendo il viso asciutto, e con
voce tranquilla le dice: In questo momento non amo le
conversazioni private. Siamo in guerra.
A Irina non resta che salutare, fare dietrofront e lasciare
la stanza. L'incontro  durato una manciata di secondi.
Non c' possibilit di tornare indietro, si deve affrontare
la situazione, ma in che modo? L'unica soluzione
che le viene in mente  di avvertire direttamente ed immediatamente
le sue amiche. Va da Sasha, che nel dormitorio
ha il letto accanto al suo e, dopo averle raccontato
il colloquio al comando, le chiede di fare una prova: la
chiamer con voce severa e autoritaria come fanno i comandanti.
Irina  seria, ma Sasha scoppia a ridere: Non
posso sentirti, sei davvero buffa le dice. Non  una
reazione rassicurante. Entra nello stanzone dove sa di
trovare gran parte delle sue compagne. Vede Ol'ga che
ricama, Elena intenta a restringere un paio di pantaloni,
Zenja immersa nella lettura di un libro; non le saluta e
dice tutto d'un fiato: Sono il vicecomandante, mi ha
nominata Marina Raskova.
Le si affollano attorno sorprese e curiose, non  subito
chiaro che cosa sia successo. Irina  diventata un capo?
Elena non riesce a reprimere una risata. Zenja non smette
di fare domande. Irina, che  riuscita finalmente a ricacciare
indietro le lacrime, sente che deve chiarire subito il
suo ruolo, le amiche devono capire senza fraintendimenti
che cosa  cambiato. Le guarda con tutta la seriet di cui
 capace, fa un profondo respiro e dice: Questo significa
che quando entro in una stanza dovete alzarvi in piedi
e fare il saluto militare. Loro annuiscono.
Quella notte non riesce a dormire. Neppure le parole
di Marina Raskova, che nei momenti difficili Irina e le
sue compagne ripetono come un mantra - Una donna
pu tutto -, riescono a consolarla. Si sente inadeguata e
non sa neppure perch sia stata scelta. Al comando non
le hanno detto che hanno apprezzato la sua resistenza, la
capacit di lavorare, studiare e volare anche con pochissime
ore di sonno, la precisione con cui riesce a fare quello
che le si chiede, la sua innata capacit organizzativa. A lei
non pare di essere molto diversa dalle altre. Per fortuna
le compagne l'hanno presa bene, ma da domani che cosa
succeder? Dovr dare ordini, redarguirle, se necessario.
Dovr organizzare i voli, sar responsabile del buon funzionamento
del campo. Come fa sempre nei momenti di
difficolt, Irina prende carta e penna e scrive al suo amico
immaginario: Ho avuto un grande dolore: mi hanno
nominato responsabile del comando. Ricordo che nel
club di recitazione mi davano spesso parti diverse e non
ne veniva fuori niente. Quale responsabile del comando
volete che riesca a tirar fuori adesso? Ce la far? Ce la
far in fretta? Chi mi aiuter? Sar difficile... Vorrei una
lettera dalla mia mamma, vorrei sapere dov'. Questa per
me  ora la cosa pi importante.
Evdokija Rackevich, la commissaria politica, mi era cos
antipatica. Alla fine del racconto a Irina torna in mente la
figura della governante. Le cpita a volte - molto raramente
a dire il vero - di interrompere il flusso dei pensieri,
il racconto che ha deciso di fare quel pomeriggio, per tornare
su un particolare o su una persona. L'ho incontrata
qualche anno dopo la fine della guerra, per caso, era seduta
su una panchina. Avevo saputo che si dedicava ancora al nostro
reggimento; era tornata sui luoghi in cui le nostre compagne
erano cadute, aveva cercato di rintracciarne i corpi per
dare a ciascuna una sepoltura. Solo allora, dopo tanti anni,
ho capito quanto noi ragazze fossimo state importanti per
lei. E quanto ingiustamente l'avessimo accusata di volerci
solo controllare. Quella sorveglianza non era solo in obbedienza
al partito, lei aveva continuato a seguirci anche
dopo la guerra e aveva cercato di rintracciare anche chi non
c'era pi. Quel giorno anch'io mi sono seduta sulla panchina
e le ho parlato con sincerit. "Non siamo state amiche"
le ho detto, "siamo persone diverse, ma il mio giudizio su
di te  cambiato. Tu in questi anni hai fatto una cosa santa
e ti ringrazio". L'ho abbracciata.
...
Il reggimento delle stupidine.

Ci piace guardare insieme a Irina le foto che ritraggono
le streghe negli anni della guerra. Lei cita nomi, descrive
caratteri, racconta di loro e delle circostanze in cui la foto
 stata scattata.
Molte di quelle immagini sono di Evgenij Anan'evich
Chaldej, uno dei pi famosi fotografi ufficiali dell'Armata
Rossa, l'autore della foto simbolo della vittoria sul nazifascismo:
il soldato russo che, dopo la resa di Berlino, issa la
bandiere rossa sul Reichstadt.
Chaldej ha ripreso le streghe nei ritratti ufficiali e nella
quotidianit della vita in guerra: sotto le ali d un Polikarpov,
quando salutano prima di un volo, a una sfilata davanti
agli ufficiali, mentre guardano una cartina o afferrano la
cloche, oppure nei momenti di riposo, quando ballano il
kazachok, leggono, fumano una sigaretta.
Sono immagini serene, vitali, spesso allegre; negli occhi
di quelle donne brilla la luce dell'entusiasmo, il fuoco
della giovinezza. Il fotografo dell'Armata Rossa non ritrae
sgradevolezze o brutture, non riprende momenti di ansia
o di angoscia, racconta l'amicizia, l'affetto, il cameratismo.
Le donne di fronte all'obiettivo sorridono con orgoglio,
come chi sa che sta facendo qualcosa di speciale, di unico,
di grande.
Irina, mentre guarda le foto, riporta sentimenti positivi,
aneddoti divertenti, anche la sua narrazione ha il tocco del
buonumore e dell'ottimismo eppure... eppure c' qualcosa
che non coincide esattamente fra le sue parole e le immagini
del grande fotografo. Il tono privo di retorica, preciso,
quasi professorale, spesso ironico, della vecchia strega non
occulta nessuna delle verit che le foto invece omettono:
l'inizio, per le reclute del reggimento 588, non  stato esaltante
ed eroico. Certo, erano giovani, esuberanti, spesso
allegre e sorridenti; volevano essere forti e coraggiose,
difendere la patria e diventare in tutto e per tutto uguali agli
uomini. Ma non  stato facile, spesso  stato triste, duro,
doloroso e anche umiliante.
Nel marzo 1942, le streghe sembrano pronte per il fronte.
Possono partire, finalmente, possono affrontare il nemico.
Nei mesi di Engels hanno imparato molto e ora
sono ansiose di mostrarlo. Cos, una sera in cui il tempo
 mite ed il cielo  limpido, alcuni aerei si alzano in volo,
seguendo la rotta indicata per il poligono di bombardamento.
Il decollo  festoso, l'eccitazione grande;  una
sorta di prova generale.
Poi accade quel che  facile accada a marzo in Russia:
all'improvviso aumenta il vento, si abbassa la temperatura
e arriva la neve, che riduce la visibilit, impedisce di scorgere
i segnali luminosi, cancella le luci dell'aeroporto. 
un attimo: la terra diventa buia, l'orizzonte scompare, la
luce delle stelle si confonde con quella dei lampioni delle
strade. Pochi istanti e la rotta non  pi chiara. Sul Polikarpov
non c' alcuno strumento che supplisca alla perdita
repentina della luce e dell'orientamento. Volavamo
come immerse nel latte racconta Evdokija Bersanskaja
quando torna alla base.
Nella tempesta di neve si compie la tragedia. Dal volo
non tornano due aerei, quattro giovani donne, quattro
amiche, sono inghiottite dalla tempesta e scompaiono nel
nulla. Nadja, Lilja, Anja e Marina, che erano fra le pi diligenti
e preparate delle ragazze della Raskova, prdono
la rotta e si schiantano chiss dove. Le altre le aspettano
per ore; con gli occhi puntati in alto - non sono ancora al
fronte, non pensano ancora alla morte - guardano incredule
il cielo che, nel frattempo, si  rischiarato.  caduto
anche un terzo aereo, quello di Ira e Rufina, ma loro sono
miracolosamente salve - se la sono cavata con qualche
graffio - e riescono a raggiungere l'aeroporto.
Due giorni dopo le ragazze ancora intontite accolgono
le salme delle loro amiche nella sala di ricevimento, la
stessa dove appena qualche giorno prima avevano danzato
tutte insieme. I volti di Marina Raskova e Evdokija
Bersanskaja sono scuri, tesi e addolorati, le parole della
comandante che depone un mazzo di fiori sulle bare
ancora una volta vanno diritte al cuore: Riposate, care
amiche dice, noi realizzeremo il vostro sogno.
Al dolore si aggiunge - feroce e crudele - l'umiliazione.
Doveva essere il volo del riscatto, dovevano dimostrare
che avevano imparato, che erano capaci di pilotare, di
bombardare, di tornare alla base. Invece  andato tutto
storto e quattro di loro non ci sono pi.
Dopo quelle morti, il verdetto del comando  drastico:
il reggimento 588 non ha superato l'esame, non  ancora
pronto per il fronte, deve continuare l'addestramento almeno
per altri due mesi.
Alle ragazze non resta che chinare la testa e accettare
il duro verdetto. Lavorano ancora sodo e solo alla fine
di maggio arriva l'ordine tanto desiderato: possono lasciare
il centro di Engels per il fronte meridionale, sulla
linea del fuoco fra Vorosilovgrad e Rostov. Finalmente
sono pronte e questa volta, malgrado la prima dolorosa
e negativa esperienza, si sentono pi sicure. Irina e Ol'ga
precedono il reggimento per prepararne l'arrivo. Gli
aerei si alzano in volo da Engels tutti insieme: guidati da
Marina Raskova, formano uno schieramento geometrico,
compatto, una V che si staglia nel cielo limpido. Cos,
in questo ordine che mostra gi esperienza, disciplina e
controllo, devono atterrare all'aeroporto di destinazione
e presentarsi ai comandanti della quarta armata aerea del
generale maggiore Aleksandr Versinin. Questa volta tutto
andr secondo le attese.
Invece, nell'ultima mezz'ora di volo, avviene l'imprevisto.
Le donne che guidano i Polikarpov vedono alcuni
aerei che si avvicinano. Chi sono? Sembrano aerei sovietici,
hanno sul fianco la Stella rossa. Ma allora che cosa
fanno nel cielo? Perch si dirigono verso di loro? Perch
le affiancano? Li vedono andare prima a destra, poi a
sinistra, e ogni volta si avvicinano un po' di pi, quasi
vogliano spingerle in un'altra direzione. Non ci sono radio
per comunicare con la comandante, non c' modo
di capire che cosa stia avvenendo, si pu solo tentare di
guardare con pi attenzione. Fra alcune di loro si insinua
il dubbio: forse non era la Stella rossa quella che hanno
visto sui fianchi degli aerei, forse era una svastica, s,
doveva essere una svastica, erano i caccia del nemico,
giunti dal niente a minacciarle. Sanno che le truppe tedesche
non sono molto lontane, che stanno avanzando
rapide, non ci sarebbe da stupirsi se quelli fossero gli
aerei della Luftwaffe.
L'ordine, che Marina aveva voluto e che fino ad allora
avevano diligentemente eseguito, si rompe. Due Polikarpov,
ai quali i caccia si erano di molto avvicinati, temono
l'attacco diretto e cercano di schivare il pericolo.
Prendono quota e, quando si accorgono di essere seguite,
ritornano in basso. La manovra impaurita e scomposta
dei due aerei spezza definitivamente la formazione.
Sono minuti di confusione e paura finch avviene un
altro fatto inspiegabile: i caccia, cos come sono arrivati,
si allontanano.
Solo allora le giovani donne comprendono di essere
state oggetto di un brutto scherzo: alcuni compagni,
sapendo del loro arrivo, hanno voluto prenderle in giro,
provocarle, dimostrare quanto siano ancora deboli e
impreparate, incapaci di affrontare il nemico. Loro, che
non si aspettavano di essere affiancate da alcun aereo, in
effetti si sono fatte prendere dal panico e non sono state
capaci di controllarsi. La frittata  fatta, l'arrivo al fronte
 avvilente. Lo schieramento ordinato e compatto voluto
da Marina Raskova non c' pi, atterrano alla rinfusa,
e quando scendono dai Polikarpov, vedono gruppi di
piloti e ufficiali che ridono: Stupide, non sanno distinguere
la Stella rossa da una svastica  il commento pi
benevolo.
Ancora una volta viene loro in aiuto Marina. La comandante,
che le ha guidate fino al fronte, prima di ripartire
per Engels vuole fare un ultimo discorso e, in
un assolato giorno di giugno, le riunisce in una calda e
soffocante baracca. Scandendo le parole - sembra rivolgersi
direttamente a ognuna di loro - incoraggia le giovani
donne: Non permettete che la diffidenza incontrata
finora vi colpisca. Un reggimento tutto femminile non 
mai esistito. Anche se voi e io non ci troviamo niente di
strano, gli uomini ne sono stupiti. Ne  sicura: combatteranno
bene ed avranno i riconoscimenti e gli onori che la
patria riserva agli eroi.
Si sentono di nuovo rincuorate e, quando la comandante
augura loro ogni successo, si lasciano andare a un
urlo di entusiasmo.
Il giorno dopo sono in ordine sull'attenti davanti al
generale Markian Popov, comandante della divisione
aerea di bombardamento notturno 218, che ha combattuto
a Leningrado e a Mosca e ora si trova sul fronte sud.
Sanno bene di aver confermato i peggiori pregiudizi sul
loro conto: che sono donne lacrimose, paurose e prive
di esperienza, che non saranno affatto capaci di affrontare
i riflettori e la contraerea nemica. Sanno che il loro
reggimento  stato gi denominato reggimento delle
stupidine. Non sono a conoscenza - fortunatamente,
altrimenti il loro umore sarebbe sotto i piedi - che gli alti
vertici hanno anche pensato di utilizzarle il meno possibile.
Magari nel bel mezzo di un'azione si mettono a
piangere ed a gridare mamma aveva detto in una riunione
un alto ufficiale. Popov ha comunque deciso di rinviare
di almeno altre due settimane la prima azione di guerra.
Mentre vengono passate in rassegna pensano: possibile
che i generali, che in queste settimane stanno subendo
un attacco dopo l'altro, ritengano inutili le nostre competenze,
il nostro entusiasmo, il nostro patriottismo, la nostra
capacit di fare squadra? Cercano di mantenere un
atteggiamento sereno, ma sono intimidite ed arrabbiate.
Il volto del generale  scuro, la notizia degli avvenimenti
del giorno precedente deve essere giunta anche alle sue
orecchie. Le guarda freddo e impenetrabile e le passa in
rassegna una per una. Poi guarda i Polikarpov, che sono
allineati sul terreno, e si avvicina per esaminarli meglio.
Sembra pi interessato a loro che alle giovani pilote che
rimangono rigide sull'attenti. L'ostilit sul suo volto si attenua,
o meglio, viene sostituita dallo sconforto. Markian
Popov  visibilmente contrariato. Neppure il nome di
Marina Raskova, evidentemente, riesce a fargli cambiare
umore ed opinione.
Qualche ora pi tardi chiama il suo capo, il generale
della quarta armata Versinin: Ho passato in rassegna
112 principessine. Che cosa pensate debba farne? gli
chiede.
...
Ljuba e Vera non tornano.

L'8 giugno 1942  la loro prima azione di guerra. Devono
raggiungere e bombardare una divisione tedesca vicino a
Vorosilovgrad, a circa mezz'ora di volo dall'aeroporto di
fortuna nel quale si trovano; devono distruggere i depositi
di munizioni e carburante, colpire veicoli e soldati.
La Wehrmacht sta conquistando rapidamente l'Ucraina.
 entrata a Char'kov, il grande centro industriale che
produce mezzi militari fra cui i pi importanti modelli di
carri armati e, dopo aver inferto all'Armata Rossa gravissime
perdite, in condizioni che paiono tutte a suo favore,
continua l'offensiva sul fronte meridionale. Ora si dirige
verso Rostov.
Prima della partenza, Evdokija  calma come sempre.
Ha dato le consegne a Irina che, a sua volta, fa di tutto
per apparire serena. Non lo  per niente. La notte precedente
non ha chiuso occhio e ha scoperto di non essere
stata la sola.
Gli aerei in partenza sono tre: oltre al Polikarpov della
stessa Evdokija, c' quello guidato da Ljuba e il terzo pilotato
da Anja. La notte  calma, il vento  leggero,
sicuramente - pensa Irina che ha consultato fino ad allora le
carte ed ha controllato le condizioni del tempo con i pochi
strumenti a disposizione - non turber il volo; i soldati
tedeschi, arrivati fin l, saranno stanchi e non si aspetteranno
un'incursione notturna.
Il piano  stato stabilito con precisione. Per primo partir
l'aereo di Evdokija, dopo un quarto d'ora quello di
Ljuba e infine, per terza, decoller Anja.  stata la comandante
a scegliere con la sua solita fermezza la formazione
per il primo volo di guerra. Sapeva che tutte avrebbero
voluto partecipare all'azione e, senza dire una parola, ha
fatto capire che la decisione spettava esclusivamente a lei.
Si controllano per l'ultima volta i motori, si verifica il
numero delle bombe che le navigatrici possono portare.
Sulla pista, nelle prime ore dopo il tramonto, non c' solo
chi deve partire; tutte le ragazze del 588 sono venute a
salutare le loro amiche ed a osservare i preparativi: i volti
tesi, gli occhi attenti, i sorrisi forzati. Ancora non conoscono
e non sono in grado di prevedere la reazione del
nemico. Ma dall'esito di quella prima missione dipende
anche molto altro: sar vagliata la loro preparazione, la
loro esperienza, il loro coraggio. E i giudici non saranno
certo benevoli.
Il primo aereo parte, dopo circa un quarto d'ora decolla il
secondo, infine il terzo. Quando il rumore del motore del
Polikarpov guidato da Anja si allontana, cala il silenzio.
Ora si tratta di aspettare, si pu calcolare mentalmente
- tutte le ragazze rimaste in attesa lo fanno - il tempo per
arrivare all'obiettivo, quello impiegato per sganciare le
bombe e quello del ritorno: all'incirca un'ora. Sulla pista
si parla poco, gli occhi sono tutti puntati al cielo.
Irina preferisce guardare le carte e controllare i venti
e i tempi. In assenza di Evdokija Bersanskaja  lei la responsabile
e sa che in molte scrutano il suo volto; non
deve dare alcun segno di ansia, continua a mostrarsi sicura
e indaffarata.
Dopo poco pi di un'ora, ecco il rombo di un motore,
e poi tre luci appaiono nel cielo. Un aereo  tornato, e
come ci si aspettava,  quello di Evdokija. La comandante
 arrivata all'obiettivo e l'ha centrato, dopo di lei - ne
 sicura - anche Ljuba, aiutata dalle luci del primo bombardamento,
lo avr colpito. Evdokija  visibilmente soddisfatta.
Passano dieci minuti ed ecco l'altro Polikarpov:
 quello di Anja. Sarebbe dovuta tornare prima Ljuba, ma
non c' ancora da preoccuparsi, ha benzina per almeno
un'altra ora di volo. Pilote e navigatrici scendono veloci,
sorridono, hanno il volto eccitato e sono circondate dalle
loro compagne che chiedono informazioni e dettagli.
Irina, seduta ad un tavolino di fortuna, comincia a stendere i
primi rapporti. Poi tutti gli sguardi si rivolgono di nuovo
al cielo. Si attende l'aereo di Ljuba e Vera, ma nel cielo ci
sono solo silenzio e stelle. Nel campo comincia pian piano
a diffondersi la preoccupazione; Evdokija rassicura o,
almeno, cerca di farlo: le due ragazze avranno avuto un
guasto, avranno fatto un atterraggio di emergenza; non
c' ragione di essere apprensive; se fra qualche ora non
saranno tornate, andranno a cercarle. Nessuno crede alle
sue parole, tanto meno lei.
Passano i minuti, poi le ore, il cielo rimane silenzioso,
la luna comincia a tramontare, gli sguardi si incupiscono
e gli occhi si riempiono di lacrime. Alle prime luci dell'alba
non c' bisogno di parole.
Da quella notte tutto cambia: la guerra  entrata nella
vita delle donne del 588 dalla porta principale, quella
della morte. Il nemico ha ucciso due di loro e questo
modifica nel profondo le ragazze innocenti e allegre che,
solo qualche mese prima, si erano presentate all'Accademia
Zukovskij sperando di essere mandate al pi presto al
fronte per salvare la patria. L'entusiasmo, il patriottismo,
la solidariet acquistano un senso diverso, una dimensione
pi tragica. Ora le ragazze della Raskova non vogliono
solo difendere il loro Paese, vogliono rispondere a chi le
ha colpite, vendicare le loro compagne e bombardare subito
senza tregua chi le ha uccise.
La notte seguente la scomparsa di Ljuba e Vera, il
cielo della parte dell'Ucraina che la Wehrmacht ha gi
invaso  percorso senza tregua dai piccoli biposti di tela;
le luci dei Polikarpov si accendono e si spengono, il silenzio
si alterna al rumore dei motori e al fragore delle
bombe lanciate a intervalli regolari. Tutti gli aerei escono
uno dopo l'altro e, uno dopo l'altro, tornano per rifornirsi
e bombardare ancora. I campi tedeschi nei pressi di
Vorosilovgrad sono colpiti pi e pi volte, tende e depositi
bruciano. La contraerea  colta di sorpresa. Pilote,
navigatrici, armiere, meccaniche si impegnano senza conoscere
stanchezza. Per essere pi efficaci, hanno deciso
di sperimentare un nuovo modo di trasportare le bombe.
Non le porteranno sulle loro gambe, come avevano pensato
e come hanno fatto nel primo volo, saranno invece
in una scatola sotto l'aereo con un'apertura comandata
da una corda: quando la navigatrice la tirer, cadranno
sull'obiettivo. In questo modo potranno trasportarne di
pi e di pi pesanti.  un metodo efficace, va ancora perfezionato,
ma consentir loro di colpire meglio. Prima di
cominciare i bombardamenti, le armiere scrivono su ogni
Polikarpov con la vernice bianca i nomi di Ljuba e Vera.
I nemici, se mai riusciranno a intercettarli, devono sapere
che quelle bombe cadono per vendicare la morte delle
loro compagne.
Nella seconda notte di guerra, il numero dei voli delle
donne del 588  quasi uguale a quello di un reggimento
maschile e, accanto al dolore che rimane profondo, nasce
per la prima volta in ognuna delle ragazze della Raskova
la consapevolezza di possedere una forza e la spinta a
mostrarla tutta.
Un pomeriggio del 1965, ventitr anni dopo quei fatti, nel
suo studio all'universit, Irina riceve una telefonata. La
chiama Natal'ja fdorovna Meklin, la sua amica scrittrice
e poetessa che negli anni di guerra era diventata una delle
pi note pilote del 588 e che al suo attivo aveva ben 980
voli. Irina e Natal'ja sono rimaste molto legate e, proprio
in quei giorni, stanno pensando di scrivere una doppia biografia.
Natal'ja ha la voce che le trema. Hanno ritrovato i
corpi di Ljuba e Vera le dice quasi in un soffio. Li ha scoperti
la commissaria politica del loro reggimento, Evdokija
Rackevich, mamocka.
In un villaggio ucraino  stata rinvenuta la carcassa di
un vecchio aereo. Due anziani abitanti del luogo hanno
raccontato che era un Polikarpov, che molti anni prima,
durante la guerra, era stato colpito dalla contraerea ed era
precipitato al suolo. Nessuno degli abitanti del villaggio
aveva avuto il coraggio di avvicinarsi al luogo in cui era avvenuto
lo schianto. Il nemico era ancora l e si temevano le
sue vendette. Erano stati proprio i tedeschi ad arrivare per
primi e a trovare nella cabina del piccolo velivolo i corpi
di due donne evidentemente morte nell'impatto.
Avevano tolto loro i revolver, i pochi effetti personali e si erano
allontanati. Solo allora, quando i soldati erano andati via,
alcuni contadini avevano trovato il coraggio di avvicinarsi.
Avevano visto una bella giovane donna dai capelli castani
con il volto intatto poggiato sul vetro del piccolo aereo, e
dietro di lei un'altra donna con la carnagione pallida e un
piccolo naso schiacciato. Avevano raccolto i loro corpi e li
avevano sepolti di nascosto.
...
In fuga.

Arrivate al fronte abbiamo visto l'Armata Rossa in fuga...
scappavano. Quando Irina comincia a raccontare l'estate
1942,  brutale. Vladimir Aleksandrovich, il funzionario del
ministero della Difesa che ci ha fatto conoscere la strega e
che di tanto in tanto assiste ai nostri incontri, ha un sobbalzo
che ci stupisce. In genere si comporta con Irina come un
devoto farebbe con il suo santo protettore. Ascolta i racconti
con un misto di adorazione e gratitudine, quasi con deferenza,
ogni volta come se fosse la prima. Quel giorno, in occasione
della festa delle Forze armate, le ha portato un bellissimo
mazzo di tulipani bianchi. Il rispetto quasi adorante del
funzionario ministeriale non deve sorprenderci: la vecchia
signora con gli occhiali spessi e il buffo cappellino che ci siede
di fronte  un'icona, uno dei pochi simboli ancora viventi
della Grande guerra patriottica, fondamento su cui si basa
l'identit della Russia di Vladimir Putin. Le ultime parole
della strega sul fronte sud della Grande guerra patriottica
devono averlo colpito davvero, se il devoto funzionario non
riesce a nascondere la sua contrariet e interviene.
Non eravamo in fuga, Irina Rakobolskaja, lei forse
vuol dire che in quel momento avevamo deciso di ritirarci.
Irina lo squadra interrogativa e severa come si guarda
uno studente che ha l'ardire di interrompere una lezione.
No, Vladimir Aleksandrovich risponde, volevo dire esattamente
quello che ho detto: nell'estate del 1942 noi fuggivamo,
di fronte al nemico i nostri soldati scappavano.
L'affettuoso funzionario ci lancia uno sguardo che vorrebbe
essere d'intesa: l'eroina, la professoressa di fisica,
l'accademica di indiscusso prestigio, la Nachthexen ha pur
sempre novantasei anni, pu avere qualche defaillance,
non usa i verbi con il loro esatto significato, bisogna essere
comprensivi. Certo, le truppe sovietiche nel 1942 si erano
ritirate, avevano dato spazio al nemico, ma nell'mbito di
una strategia militare che prevedeva, a stretto giro, l'attacco
e la vittoria. Si arretrava, insomma, per avanzare di pi,
si faceva un passo indietro per farne due avanti.
Con gentilezza prova ancora a correggerla. Irina Vjacheslavovna,
forse vuol dire che in quel momento arretravamo...
La strega si spazientisce, sbuffa, fa un gesto con la mano
come per cancellare parole inutili e superflue, poi scandisce:
No, Vladimir Aleksandrovich, noi fuggivamo, fuggivamo
proprio. I tedeschi avanzavano, erano vicini all'Elbrus,
stavano per raggiungere le nostre scorte petrolifere e
noi non riuscivamo a fermarli. Questo abbiamo trovato al
fronte nel 1942.
A Vladimir Aleksandrovich non resta che tacere. La strega
ha mostrato le unghie e, con poche frasi, l'ha zittito. La
storia la racconter come l'ha vista e l'ha vissuta lei, e nel
suo racconto non rispetter alcuna liturgia; non terr in
considerazione alcuna revisione ufficiale.
 riuscita ad addormentarsi in un letto, un vero letto, con
un cuscino sotto la testa. Per la prima volta da settimane
 un po' pi tranquilla. Sono atterrate in un piccolo
campo attrezzato accanto a un villaggio ancora abitato:
da quelle parti i tedeschi non sono ancora arrivati, anzi,
secondo le informazioni, sono lontani. Entro qualche ora
l'aviazione invier ci di cui il reggimento ha bisogno:
viveri, benzina, bombe. I voli notturni potranno svolgersi
regolarmente.
Le ragazze del 588 sono fiduciose. Si fermeranno
qualche giorno, possono sperare addirittura nell'arrivo
della posta. Irina ha avuto il tempo di guardare le mappe
ed organizzare i turni. Prima di addormentarsi ha visto
Natal'ja che tirava fuori dal sacco il quaderno sul quale
scriveva le sue poesie. Lo fa solo quando pensa di avere
davanti a s alcune ore di quiete.
Viene svegliata all'improvviso da un rumore confuso,
da voci, grida, parole che non riesce a distinguere. Non
 ancora del tutto in s, quando sente l'urlo di Natal'ja.
Sono qui, sono qui, dobbiamo andare. Non ci sono
aerei, n panzer in arrivo, non si sentono passi, regnerebbe
il silenzio se non ci fossero quelle grida concitate, se le
ragazze non corressero agitate da una parte all'altra.
Irina capisce: il villaggio, che pensavano abitato ancora dai
russi, era gi occupato dai tedeschi, questione di minuti e
sarebbero state scoperte ed annientate. Devono alzarsi in
volo rapidamente e - con il rischio di venire individuate e
scoperte in pieno giorno - andare via per cercare un altro
terreno da adibire ad aeroporto.
Nei primi terribili e disordinati mesi di guerra avviene
spesso che il campo debba essere sbaraccato prima del
previsto, che gli aerei, per sfuggire al nemico, debbano
alzarsi in volo all'improvviso, anche di giorno. Sono momenti
pericolosi, pi di quelli notturni. Nei cieli dominati
dai caccia nemici, senza la protezione dell'oscurit, i
Polikarpov sono particolarmente vulnerabili.
Per le ragazze del reggimento 588 l'aspetto pi sconvolgente
della prima esperienza di guerra non  la durezza
dello scontro, bens la confusione, la disorganizzazione,
le incertezze del comando, lo scompiglio che
le truppe del nemico sono riuscite a portare fra le fila
sovietiche. Quando volano di giorno, vedono quel che
il buio nasconde. Colonne di soldati che si ritirano trascinando
armi e cannoni. Gli abitanti dei villaggi con i loro
carri, donne, vecchi, bambini lasciano le terre occupate
dai tedeschi, portando via quel che possono dirigendosi
verso sud. Vedono la disperazione e la disfatta mentre si
chiedono: "Dove possiamo atterrare?"
Non  un problema di facile soluzione.  quasi inutile,
come Evdokija e Irina tentano ogni giorno di fare, calcolare
la distanza dal nemico, fare piani, individuare zone
pi sicure. Sempre pi spesso sono costrette ad atterraggi
di fortuna, in campi, frutteti, villaggi abbandonati; qui
sfruttano le poche risorse rimaste e, in attesa che arrivino
gli aiuti, fanno tutto da sole: controllo degli aerei, carico
della benzina e delle bombe. Quando non trovano un
campo adatto sono costrette a rimanere sospese in aria
finch non riescono a individuarlo. A quel punto non 
facile comunicarlo alle altre perch non hanno una radio
con cui inviare messaggi. E allora si procede come si pu.
In genere Evdokija atterra per prima e, una volta arrivata,
accende un fuoco sulla pista.  il segnale: le compagne
possono seguirla.
Anche in questi momenti occorre la massima prudenza.
I fuochi accesi per segnalare non devono essere
troppo alti, non devono attirare l'attenzione dei nemici.
Evdokija fa ardere un piccolo fal od usa una lanterna al
kerosene.
Tra un po', per atterrare, ci orienteremo con la luce
delle sigarette del comandante commenta scherzando
Evgenija che, per fortuna, non perde mai il senso
dell'umorismo.
Il fatto  che le ragazze della Bersanskaja sono arrivate al
fronte solo qualche settimana prima del 30 giugno 1942,
quando, con il suggestivo nome di Operazione Blu,
Hitler ha lanciato la sua offensiva nella parte meridionale
ed orientale dell'Unione Sovietica. Partendo dall'Ucraina,
gi occupata, l'esercito tedesco mira a sconfiggere
le truppe sovietiche sul Donech, conquistare il Donbass e
andare a sud verso il Caucaso e a est verso Stalingrado.
Con il petrolio del Caucaso, alimenter una macchina
bellica che comincia ad avere difficolt, assicurandosi
cos il proseguimento della guerra. Con la conquista di
Stalingrado occuper un fondamentale nodo industriale,
ferroviario e fluviale e, soprattutto, stringer nella sua
morsa la citt simbolo del potere staliniano. L'impatto
ideologico e propagandistico sar enorme, pari forse a
quello tentato con l'occupazione di Mosca.
Quando il reggimento 588 comincia a bombardare,
sembra proprio che i tedeschi ce la possano fare.
Sul fronte sud l'Armata Rossa  in rotta. La guerra che
l'ha colta impreparata e che  cominciata male prosegue
peggio e rivela una drammatica carenza di strategia. La
Wehrmacht conquista Char'kov, Rostov e Voronez, si
impossessa di Stavropol', arriva a Vorosilovgrad, con la
sesta armata del generale Von Paulus assedia Stalingrado,
pronta a marciare su Kuban' e quindi a raggiungere
Bodrum. Alle truppe sovietiche il nemico, con i suoi panzer,
i velocissimi caccia, l'inflessibile disciplina, la capacit
di avanzare di oltre trenta miglia al giorno e la lucidit
strategica, sembra invincibile. Le ragazze sanno che, se
raggiungessero gli oleodotti del Caucaso prima dell'arrivo
del grande inverno russo, l'avanzata diventerebbe
incontenibile e l'Armata Rossa subirebbe una sconfitta
catastrofica. Per questo  necessario rallentare quella
marcia travolgente, nella speranza - non infondata - che
la neve ed il ghiaccio possano poi costituire l'impedimento
naturale ed insormontabile per un esercito pur ben equipaggiato
come quello tedesco.
Ma l'inverno non arriva e il Cremlino sembra muto.
...
Non un passo indietro.

Irina ha il volto sporco e nero di polvere. Sta per leggere
alle sue compagne sull'attenti un ordine che viene da
Mosca; le pagine che ha in mano contengono le parole
inviate al fronte dal compagno Stalin.
Erano appena arrivate dopo un volo precipitoso, non
previsto. Era una sera di luglio e Evdokija aveva avvertito
che, in quelle poche ore di buio, avrebbero dovuto cercare
di portare a termine il maggior numero possibile di
missioni. Invece, ancora una volta, erano state costrette a
lasciare velocemente il campo e ad abbandonare la base;
i carri armati tedeschi si stavano avvicinando e non c'era
un minuto da perdere. Quando si sono levate in volo,
non conoscevano neppure la meta. Non importa le incoraggiava
la loro comandante, dei razzi verdi lanciati
nel buio segnaleranno dove atterrare.
Era stato terribile. Prima di salire sull'aereo, Natal'ja
ha fatto un cenno a Evdokija indicandole il cielo. Nella
concitazione della partenza nessuno aveva notato le nubi
fitte e scure, il bagliore dei fulmini all'orizzonte, il boato
cupo dei tuoni in lontananza. Del resto le streghe sono
abituate a volare con i temporali. Sanno bene che non c'
scelta: fra la tempesta e i carri armati della Wehrmacht
vince la prima.
Il tempo  passato, lentamente come sempre accade
quando lo si vorrebbe accelerare, il carburante ha cominciato
a scarseggiare e la tempesta non ha accennato a
placarsi. Solo qualche minuto prima delle luci dell'alba,
hanno avvistato i tanto attesi razzi verdi. Segnalavano un
campo piatto e coltivato. Sono atterrate, un aereo dopo
l'altro, sollevando una grande quantit di polvere. Per
terra c'erano tanti enormi cocomeri. Stanche e affamate,
ne hanno mangiato in quantit, hanno utilizzato il succo
dei frutti rossi e maturi per lavarsi il viso. Il risultato
non  stato dei migliori, ma finalmente erano a terra, la
fame era placata e fra qualche momento sarebbe andata
meglio.
 stato allora che Natal'ja si  accorta che Irina non
era con loro e, proprio mentre la cercava, ha sentito l'ordine
di adunata. Sar corsa avanti prima delle altre per
organizzare il campo, ha pensato, mettendosi velocemente
in riga.
Eccola infatti Irina con un foglio in mano. Natal'ja la
guarda e vede che, sotto lo strato di polvere, il viso  pallido.
Le sono accanto la comandante e la commissaria
politica. Anche loro appaiono turbate. L'amica non le
guarda, gli occhi sono fissi sul foglio di carta, la voce 
piatta, monotona. Troppo uniforme, pensa Natal'ja,
legge come chi deve tenere a bada un sentimento forte, un
dolore, una collera.
Non un passo indietro! (Ne shag naiad!) dice alle
truppe sovietiche il capo del partito e commissario per
la difesa. Il nemico afferma l'ordine 227 che Irina legge
lentamente, scandendo ogni parola, con voce atona,
lancia nella battaglia nuove forze, si intrufola nelle terre
sovietiche, conquista nuove regioni, mette a soqquadro
e distrugge i nostri villaggi, violenta e uccide la popolazione
sovietica... Il nostro Paese ama e rispetta l'Armata
Rossa, ma ora i cittadini sono delusi dal fatto che essa
lasci che i nostri compagni divengano schiavi degli oppressori
tedeschi e che questi ultimi conquistino sempre
pi terreno verso est.
Il capo dell'Urss avverte che il Paese non ha pi alcuna
superiorit sul nemico nelle risorse umane e nelle
forniture di cibo e che continuare la ritirata significa
distruggere noi stessi e anche la nostra Madrepatria.
La conclusione  lapidaria:  tempo di smettere di
ritirarsi dice. Non un passo indietro! Questo dovr essere
il nostro motto d'ora in poi. Dobbiamo proteggere
ogni punto di forza, ogni metro di suolo sovietico ostinatamente,
fino all'ultima goccia di sangue, tener stretto
ogni pezzo della nostra terra e difenderlo il pi a lungo
possibile. Dobbiamo fermarci e poi contrattaccare e distruggere
il nemico. A qualunque costo non arretrare di
un metro di fronte all'invasione.
L'ordine che Irina legge all'alba del 28 luglio non 
stato pubblicato dalla stampa, ma solo comunicato agli
stati maggiori, ai reggimenti, alle truppe, ovunque collocate
sull'immenso fronte che difende l'Urss.  a loro
che  rivolto e non contiene solo parole di condanna o
di esortazione. Nella parte finale ci sono indicazioni precise
contro i timorosi, i codardi, i disertori, i vigliacchi.
Irina le legge piano in un silenzio che diviene sempre pi
cupo. Ogni soldato russo che esiti di fronte al nemico,
che si ritiri, che lasci le sue posizioni, ogni generale che
metta in dubbio con le sue azioni l'ordine di resistere sar
punito. Verranno rimossi dai loro incarichi e inviati alla
corte marziale i comandanti che permettano la ritirata
delle loro truppe. Si costituiranno battaglioni penali per
chi non ha mantenuto la disciplina e i disobbedienti, i
disertori, saranno esiliati nelle situazioni pi difficili. Si
formeranno unit di guardie armate che giustizieranno
immediatamente e sul posto i vigliacchi e i codardi.
Ne shag naiad!, quindi. Resistere comunque. Malgrado
la confusione, le sconfitte, il disorientamento. Questo
dice Stalin alle truppe con un ordine che riprende quasi
letteralmente i codici di guerra tedeschi.
Irina comprende il significato terribile delle pagine
che sta leggendo alle sue compagne. Le parole del piccolo
padre fanno male anche se loro sono volontarie, hanno
chiesto di andare al fronte e di difendere la patria e non
hanno mai avuto dubbi.
Il sole si  ormai alzato, il cielo  rosa, ma l'atmosfera
 pesante. Irina continua a leggere fino alla fine, le parole
di Stalin cadono come macigni sulle ragazze stanche,
affamate, ma in riga e sull'attenti, ...le unit del fronte
sud, guidate dall'allarmismo, hanno lasciato Rostov e
Novocerkassk senza opporre resistenza e senza che nulla
fosse stato ordinato da Mosca; cos si sono coperte di vergogna
dice ancora il capo del partito.
Il fronte sud si  coperto di vergogna pensa Natal'ja
con angoscia. "Il fronte sud siamo anche noi". Cerca lo
sguardo di Irina, ma la sua amica ha ripiegato rapida i
fogli e si  allontanata.
Accade che, quando sono costrette a cambiare velocemente
campo perch i tedeschi sono vicini, alcuni aerei
siano in riparazione e non possano partire. In quei casi,
le meccaniche che provano a rimetterli in moto sono le
ultime a lasciare la base. Se poi non riescono a ripararli,
l'ordine  quello di distruggerli; comunque non devono
cadere nelle mani del nemico.
Sonja Ozerkova  l'ingegnera pi brava, il capo delle
meccaniche del reggimento. Severa, esigente,  temuta
da tutte ma  in grado di risolvere situazioni che paiono
impossibili e, lavorando senza tregua, ripara, sostituisce,
ricostruisce. Tutti concordano nel dire che fa
miracoli.
Un giorno il miracolo non riesce.  stato dato l'allarme,
tutte sono partite e lei  rimasta nel campo con
Irina Kasirina nel tentativo di rimettere in funzione un
Polikarpov particolarmente danneggiato. Passano le ore,
ma il motore non ne vuole sapere e non ci sono pezzi
disponibili che possano sostituire quelli ormai inservibili.
Speravano di non essere costrette a distruggerlo, e, quando
l'ultimo aereo  decollato senza di loro, le due donne
sono rimaste al campo pronte: se fosse arrivato il nemico
lo avrebbero bruciato e sarebbero scappate. A un certo
punto sanno che i tedeschi sono a qualche ora di marcia e
non hanno scelta. Frustrate, arrabbiate, impotenti danno
fuoco all'aereo e poi corrono via per i campi.
Le strade di campagna sono affollate di uomini, donne,
bambini, animali, carri che fuggono. L'avanzata del
nemico  rapida e ogni notte interi paesi vengono
abbandonati.
Sonja e Irina devono raggiungere le loro compagne,
attraversando la zona ormai controllata dai tedeschi.
Sperano di passare inosservate e procedono, evitando i
paesi e scegliendo le zone di campagna che sembrano pi
sicure; quando sono troppo stanche dormono all'aperto,
in un fienile, sotto un albero.
Una mattina vengono svegliate da una vecchia contadina.
Non  meglio che vi togliate le uniformi? chiede
la donna. I tedeschi - le informa - non sono ancora arrivati
nel villaggio, ma potrebbero giungere da un momento
all'altro, meglio non farsi riconoscere. Offre loro
dei vestiti: gonne, vecchie maglie, fazzoletti da annodare
sotto il mento. Sonja e Irina Kasirina hanno fame e sono
stanche, ma resistono, sono sicure che le loro compagne
non sono lontane. Mentre camminano su una strada isolata,
incontrano due motociclisti tedeschi che, non sospettando
minimamente la loro identit e vedendo due
belle giovani donne, provano a molestarle. Sono spavaldi
e sicuri, ma non hanno fatto i conti con le pistole che
Sonja e Irina tengono nascoste sotto i vestiti e dopo qualche
minuto sono costretti alla fuga. Solo verso Mozdok
le due ragazze ritrovano i soldati dell'Armata Rossa e, in
lontananza, vedono atterrare un Polikarpov. Sono arrivate,
finalmente sono a casa.
Irina Kasirina scopre di essere ammalata di tifo e viene
ricoverata, Sonja ritorna al campo, dove le streghe la festeggiano
con gioia, ma non fa in tempo a riprendere il
lavoro: deve essere interrogata al comando dai responsabili
del partito. Gli interrogatori potrebbero sembrare
una procedura formale, ma non  cos, Sonja  la prima a
saperlo. Ha lavorato presso una scuola militare negli anni
pi duri della repressione del regime, ha visto tanti accusati
ingiustamente, mandati da un giorno all'altro in galera
o spariti nel nulla. Sa di aver attraversato la zona occupata
dai tedeschi e sa che chiunque lo faccia  sospettato. Non
le sfugge il significato delle domande e dell'atteggiamento
diffidente dei responsabili del partito. Come ha fatto
a uscire dal territorio nemico? E soprattutto: Dove 
la sua tessera del partito. Che ne ha fatto?  a questo
punto che l'ingegnera capo capisce di non avere via d'uscita.
Non pu dire la verit, e cio che, temendo di essere
catturata dai tedeschi, ha distrutto il prezioso documento
con le sue mani. Sono tempi, e lei lo sa bene, in cui la
tessera del partito  considerata pi importante della vita.
Il tribunale militare la condanna alla fucilazione e da
quel momento viene trattata come una traditrice: le tolgono
i gradi, la umiliano, le rasano i capelli a zero, la rinchiudono
in carcere mettendole una sentinella armata di
guardia come se fosse una prigioniera pericolosa. Ha una
sola speranza: chiedere la grazia. Ma non lo fa.
La storia di Sonja Ozerkova ha un lieto fine. Il comandante
del fronte se ne interessa personalmente, le accuse
vengono riconsiderate, Sonja viene assolta e pu tornare
a lavorare nel suo reggimento, fra le sue compagne. Ci
rimane fino alla fine della guerra e, fino all'ultimo giorno,
fa il suo lavoro con precisione ed impegno. Nel reggimento
588 tutto sembra tornare come prima. Lei riprende a
dirigere in modo rude ed autoritario le sue meccaniche,
queste borbottano ma obbediscono, e continuano ad ammirarla
come prima. Tuttavia, quel che  successo lascia
nella sua vita e in quella delle donne del reggimento il segno
nero, inquietante del dolore, della diffidenza e della
paura. La disciplina militare pu colpire in modo sconsiderato
e ingiusto: la morte non viene solo dal nemico;
il loro patriottismo non  un patrimonio riconosciuto. Le
ragazze di Marina Raskova, che abbracciano Sonja uscita
dal carcere, hanno perso la loro innocenza.
Abbiamo trovato la storia di Sonja in un libro di Natal'ja
Meklin che Irina ci ha regalato e che abbiamo aperto
solo al ritorno dalla Russia. Anche Irina ci aveva parlato
dell'ordine 227, ma senza dilungarsi molto, col tono brusco
e secco che riservava alle parti del suo racconto che pensava
secondarie. A lei stava a cuore parlarci delle sue compagne,
il resto faceva parte di una storia che potevamo trovare sui
libri. , quindi, Natal'ja, acuta osservatrice, che racconta
dello sgomento della sua amica alla lettura delle parole di
Stalin. Nel riferire la storia di Sonja ho usato le sue parole:
sobrie ed implacabili.
...
Ce la faremo?

Polina  una strega speciale. Piccola, minuta, la divisa 
sempre troppo grande per lei ed  stato difficile imparare
a indossarla con la giusta rapidit. C' voluta tutta la pazienza
e l'affetto della sua amica Galja che, per settimane,
l'ha costretta ad esercitarsi a vestirsi e spogliarsi in fretta.
Polina  ammirata dalle compagne perch  un mostro
di volont, il simbolo vivente dello slogan una donna
pu tutto trasmesso al reggimento da Marina Raskova.
La sua vita  stata dominata dallo sforzo di arrivare dove
sembrava impossibile;  riuscita persino nell'impresa,
davvero disperata, di entrare a far parte dell'aviazione
femminile.
All'inizio le scuole di volo l'avevano sempre rifiutata,
perch era talmente piccola da non raggiungere neppure
i pedali dell'aereo. Si era rassegnata e, a malincuore,
quando era scoppiata la guerra, aveva rinunciato anche
solo al tentativo di arruolarsi. Era al terzo anno di Storia
all'Universit di Mosca e, come tanti studenti, per servire
la patria aveva cominciato a frequentare un corso per
infermiere ed a scavare trincee anticarro. Poi, nell'ottobre
1941, aveva deciso di riprovarci e si era presentata
al Komsomol, che cercava volontarie. Era stata accettata
dall'aviazione, ma - un'altra grande delusione - solo per
impacchettare i paracadute.
Chiunque si sarebbe definitivamente scoraggiato, ma
non Polina che persever oltre ogni ostacolo, finch la
commissione medica non le diede l'autorizzazione a essere
arruolata come navigatrice nei reggimenti di Marina
Raskova. Da quel momento divent fra le pi attive
ed intraprendenti del 588, la strega mai stanca, disciplinata
e audace, capace di prendere iniziative autonome e
di risolvere situazioni difficili di fronte alle quali anche i
superiori rimanevano sbalorditi.
Una notte, dopo aver bombardato con le sue compagne,
nel Kuban', la base di un grande contingente tedesco,
di sua iniziativa aveva colpito tre serbatoi vicino alla
stazione, distruggendo migliaia di tonnellate di combustibile.
Un'altra volta aveva preso di mira direttamente i
riflettori della contraerea, consentendo poi ai soldati sovietici
un pi facile bombardamento del campo nemico.
Ora con le sue compagne ha colpito e bloccato una colonna
di carri armati che stavano avanzando velocemente.
Ce l'hanno fatta, hanno interrotto la marcia e adesso
sono sulla via del ritorno. Ci sono tutte, per fortuna
pensa Irina, mentre vede gli aerei atterrare in ordine, uno
dopo l'altro e li conta, come sempre, col cuore in gola.
Il viso di Polina  diverso dal solito, lo sguardo  sconvolto,
i passi frettolosi; vuole correre lontano per nascondere
un'emozione ed un malessere che non ha mai provato.
La causa non  il fumo o la fatica. Di fronte alle difficolt,
ama mostrarsi brusca e ostentare, comunque, sicurezza.
Quel mattino la strega pi spavalda del gruppo piange
senza pudore, con rabbia, mentre racconta alle compagne
che dalla sua cabina di pilotaggio ha visto gli immensi
campi di grano dell'Ucraina bruciati dalle fiamme. I
contadini sono scappati prima della mietitura e le milizie
tedesche hanno appiccato il fuoco. Tutto il raccolto
 andato perduto; dopo il passaggio del nemico nella sua
terra, non ci sar sopravvivenza per nessuno. Il nostro
Paese sta bruciando dice la giovane donna, non sforzandosi
neppure di reprimere i singhiozzi.
La sofferenza di Polina  condivisa da tutte. La Russia
senza grano, senza pane, senza nutrimento,  il dolore
pi forte; il fuoco appiccato ai campi di grano colpisce
il futuro del Paese, la sua possibilit di salvarsi. La terra
bruciata  persino pi sconvolgente delle citt distrutte.
Fa emergere in tutte le ragazze un senso di inadeguatezza
e di fragilit che cercano di tenere a freno con la disciplina
e la determinazione, ma che, qualche volta, le sovrasta.
Ce la faremo? si chiedono sempre pi spesso le giovani
donne reprimendo la desolazione di fronte a una realt
che pare senza speranza.
Anche Irina si sente fragile ed insicura. Ogni mattina,
quando gli aerei sono rientrati, scruta i volti delle amiche
che le sembrano pi forti - quello di Evdokija o di Evgenija,
o di Natasha - per trovare conforto. Evdokija, la
comandante,  quasi sempre calma e sorridente. Nulla
nel suo comportamento lascia sospettare dubbi o paure.
Evgenija mantiene la soavit che la rende cara a tutte.
La guerra non  riuscita a soffocare il suo mondo di
affetti e fantasie. Natasha rimane efficiente, presente a se
stessa, adoperandosi in ogni modo per aiutare le amiche
nelle loro piccole difficolt pratiche: trova del sapone, le
aiuta a mettere a posto la biancheria, fa piccoli massaggi
al collo che alleviano l'indolenzimento provocato dalla
tensione e dalle lunghe ore di volo. Continua a sentirsi
la pi grande e la pi matura, anche se ha solo qualche
anno in pi di loro e in questo ruolo sembra soddisfatta.
Sono donne forti, ma anche loro a volte pensano di non
farcela. Teme che l'entusiasmo, la fatica, l'abnegazione,
la competenza non bastino di fronte a un nemico cos
forte e determinato.
Ogni giorno arrivano notizie preoccupanti. Il generale
Von Paulus e la sua sesta armata hanno circondato
Stalingrado, la Wehrmacht ha occupato Krasnodar', i
tedeschi danno la caccia ai partigiani e agli ebrei per eliminarli
uno per uno. Truppe nemiche hanno raggiunto
la vetta dell'Elbrus, la montagna pi alta del Caucaso,
anzi dell'Europa, una delle sette meraviglie della grande
madre Russia.
"Siamo brave, entusiaste, siamo pronte a tutto,
contrariamente a molti uomini non ci siamo arruolate per obbligo,
ma sappiamo ancora troppo poco di armi, bombe ed
aerei" pensa Irina. La stessa Evdokija, ottima comandante
e pilota, non ha altre esperienze di guerra. Com' possibile
in questa situazione ricacciare indietro un nemico
cos potente? Infatti stiamo subendo una sconfitta dietro
l'altra. E i soldati scappano davanti ai carri armati della
Wehrmacht.
Eppure ogni notte le streghe volano e bombardano.
Senza tregua, ricacciando indietro le lacrime e la stanchezza.
Resistendo ai momenti terribili, quando sono
accecate dai riflettori, assordate dalla contraerea e circondate
dal buio. Quando respirano a fatica, sono scosse
dalla tosse, non riescono a distinguere fra cielo e terra e
non sanno bene dove indirizzare il velivolo. Se si perde
quel minimo orientamento, se l'esperienza e lo spirito di
conservazione non vengono in soccorso, se non ci sono
amicizia, empatia e un rapporto di fiducia fra pilota e
navigatrice, con un aereo come il Polikarpov  facile sfracellarsi
al suolo, prendere fuoco o cadere dietro le linee
nemiche.
Capiscono che la pericolosa routine che hanno studiato
e sperimentato non basta. Devono osare di pi,
rischiare ancora. Nuovi piani vengono elaborati. Il primo
aereo parte, attira su di s l'attenzione dei tedeschi, che
mettono in azione i proiettori, cominciano gli spari della
contraerea. Le due donne alla guida cercano di schivarli
con tutta l'abilit di cui sono capaci: si alzano, si abbassano,
vanno a zig-zag, entrano dalle nuvole e ne escono.
 una danza con la morte, una sfida che non conosce
prudenza n cautela, perch questa volta non devono nascondersi.
Il loro scopo  proprio quello di essere viste e
bombardate, il loro compito quello di distrarre il nemico
dall'aereo che viene dopo. Se il fuoco avversario si concentra
sul primo, le altre possono lanciare le loro bombe.
E se lo fanno rapidamente, la contraerea non riuscir
a colpirle.  una questione di coraggio e di tempismo.
Una tattica di combattimento che sfiora il suicidio. 
terribile dice Tamara ad Irina mente si accinge a salire
sull'aereo, che Katja e Galina debbano rischiare la vita
per me. E tuttavia la saluta e, con un balzo, monta sul
biplano insieme alla sua compagna.
Contano i voli: quanti ne possono fare in una notte?
Quante ore di buio sono loro concesse? Ne fanno pi o
meno dei reggimenti maschili? Sono ancora meno preparate
e meno forti di loro?
Irina non riesce pi a dormire. Troppe sono le cose
da preparare, da controllare e da decidere. Nelle ultime
settimane si  concessa a stento due o tre ore di sonno
al giorno. Sa di non essere l'unica. Le meccaniche non
possono neppure programmare i turni di riposo. La notte
preparano e revisionano gli aerei prima del decollo, il
giorno riparano i guasti. Possono dormire giusto qualche
ora, quando  possibile, avvolte in una coperta vicino al
velivolo.
Quando vanno in missione, pilota e navigatrice si mettono
d'accordo. All'andata dorme una, al ritorno l'altra.
Quei pochi minuti bastano a non crollare ed a reggere tutta
la notte. Irina, impegnata nel lavoro di coordinamento,
vola meno delle altre e scopre di desiderare fortemente
le ore di combattimento che dovrebbero essere le peggiori,
ma che, invece, sono quasi una liberazione. Se vola
non deve stare per ore a guardare il cielo, con il cuore in
subbuglio per ogni ritardo, per ogni rumore diverso da
quello che si aspetta. Non deve attendere il peggio. N
pensare continuamente a che cosa pu aver sbagliato e
se il suo errore sar pagato da una delle sue compagne. Il
pericolo immediato  meno stressante della opprimente
responsabilit che sente sulle sue spalle.  la vicecomandante,
deve mostrarsi sempre forte e decisa anche quando
dentro si sente morire. Non dorme, perch le pare che
nelle ore dedicate al sonno si possano annidare terribili
insidie, che possa accadere quel che temono.
In quei mesi in cui conosce la guerra e la paura di non
farcela, l'unica consolazione sono le lettere che scrive al
fantomatico compagno di penna, che ora - nella sua fantasia -
sta combattendo a Stalingrado. Nei pomeriggi in
cui seduta sul suo divano ci racconta la guerra, continua a
definirlo amico sconosciuto e a parlare di lui con affetto.
In quelle lettere confida i suoi timori, le sue fragilit.
A novantasei anni tiene molto alla sua fantasia ingenua
e infantile, a quelle pagine per lei cos intense che conserva
con cura dopo tanti anni.
Non ho ancora deciso scrive in giorno in cui  particolarmente
sconfortata, se ti amo o no. Probabilmente no.
Non ne ho il tempo. Lavoro e non sono soddisfatta di me.
Forse non ne sono capace, forse non mi riesce ci che faccio.
Non posso spiegarmi tutto questo con la svogliatezza,
mi pare addirittura che il ruolo di comando ora mi piaccia.
Davvero. Proprio per questo  triste vedere che non va,
accorgermi che non so fare andare bene le cose. Entrambi
dobbiamo al pi presto cacciare i tedeschi, per questo devo
lavorare bene... ora vado a dormire, ma prima dimmi:
anche dalla tua vita se n' andato tutto ci che ti era caro in
tempo di pace?  questa la regola?
...
Signorine in volo.

Un giorno tira fuori da un cassetto una sorpresa per noi.
Si tratta del giornalino delle streghe, che ha conservato per
pi di settant'anni. Non vedo, come mi ero istintivamente
immaginata, un severo foglio stampato in bianco e nero
con la foto dell'amato leader e l'incitazione alla lotta contro
l'invasore. Non vedo slogan e foto di carri armati. La
strega ci mostra grandi fogli da disegno, ingialliti, un po'
spiegazzati e occupati da disegni infantili: uomini e donne
che somigliano a pupazzetti, interni ingenui, bozzetti colorati.
In quei fogli - ci spiega Irina - c' la storia del loro
reggimento. Una sorta di graphie novel ante litteram.
Nella prima pagina una bimba con la treccia scura guarda
tre omoni in divisa, seduti dietro una scrivania, ed esclama
con orgoglio: Una donna pu tutto. La seconda  doppia
e contiene un disegno singolare: alcune ragazze con l'aria
allegra fanno il bagno in un fiumiciattolo; altre sono sedute
sulla riva a leggere, all'ombra di un Polikarpov alle cui ali 
appesa ad asciugare della biancheria intima. Sono le streghe,
quello  il loro aereo, ma dove si trovano e che cosa stanno
facendo? E che luogo  quello, cos poco marziale e bellico,
disegnato con i pastelli e con tanta infantile precisione?
Nei pressi di Vladikavkaz, nel Caucaso settentrionale, c'
un villaggio, Assinovskaja, che si estende sulle rive di pietra
bianca, calcarea, del fiume Assa. Accanto al villaggio
scorre un torrente ed al di l del corso d'acqua c' un grande
campo di meli con rami frondosi e carichi di frutti.
Il frutteto  un nascondiglio ideale per i piccoli bimotori
ed  qui che le streghe organizzano il campo base per le
incursioni notturne. Nelle vicinanze del villaggio si sono
accampati anche alcuni reggimenti maschili. Gli uomini,
contrariamente alle donne del 588, preferiscono sistemarsi
al coperto, nelle ben pi confortevoli case del paese.
Nel mattino luminoso, seduta sotto un melo, Irina comincia
a studiare le sue carte ed a decidere i turni di decollo.
La regione dell'Ossezia, in cui si trovano,  uno dei
punti pi caldi del fronte; il nemico, arrivato nel Caucaso
settentrionale,  ormai a buon punto nella sua marcia
verso gli oleodotti. Eppure, in quel momento, il clima
attorno alla vicecomandante  pi bucolico che marziale:
il sole  caldo, le sue amiche hanno approfittato del bel
tempo per fare il bucato e stendere la biancheria ad asciugare
sulle ali dei Polikarpov. Natasha scrive ai suoi bambini,
Ol'ga e Polina si sono tuffate nel torrente e sguazzano
contente, Katja ricama i suoi fiordalisi blu su un pezzo
di stoffa trovato chiss dove, Evgenija chiacchiera con
Dina; sono una coppia molto affiatata, volano insieme e,
anche nei momenti di riposo, hanno molte cose da raccontarsi.
Natal'ja dormicchia; ha lasciato il quaderno su
cui annota versi e appunti e si  distesa sull'erba.
Molte scrivono a casa. Evdokija ha messo da parte gli
impegni di comandante e si gode i raggi del sole. Solo
Irina lavora:  lei che riceve le informazioni sugli obiettivi
da colpire la notte, elabora le istruzioni per gli spostamenti
dei giorni successivi, stabilisce i turni dei decolli
e registra i rapporti degli equipaggi. Ha molto da fare
e, tuttavia,  serena: il mormorio del torrente  allegro,
l'aria  tiepida, le voci delle amiche si rincorrono con toni
spensierati e scherzosi.
L'incanto  interrotto da uno dei comandanti dei reggimenti
maschili che viene dal villaggio - come spesso succede -
per uno scambio di informazioni o - come sospettano
le ragazze - per controllare la situazione. Il suo arrivo non
modifica il clima n cambia l'attivit delle giovani donne.
Lui si guarda attorno e appare infastidito. Da cosa?
Apparentemente non c' alcun motivo di irritazione: anche nel
campo maschile gli uomini stanno approfittando di quelle
ore per sbarbarsi, lavarsi, scrivere a casa. Eppure il comandante
sbotta. Perch avete appeso la vostra biancheria
sulle ali degli aerei? chiede a Irina china sulle carte.
Distratta dal suo lavoro, influenzata dalla tranquillit
del momento, la giovane vicecomandante risponde senza
riflettere: Dove avremmo dovuto metterla? ma si rende
subito conto che la sua risposta pu apparire irriverente.
Convinta di aver commesso un errore, lancia un'occhiata
interrogativa alla comandante.
Evdokija saluta il collega con cordialit, ma rimane
immobile sotto il suo raggio di sole e getta uno sguardo
di complicit ad Irina.  chiaro che non vuole interrompere
quella rarissima ora di quiete, n il buonumore del
campo, e che non ha alcuna intenzione di rimproverare
Irina. Al comandante non resta che girare i tacchi e ritornare
al suo reggimento. Dal torrente arrivano le risate
delle ragazze che hanno assistito alla scena: due di loro si
accingono a descriverla con le matite colorate sui grandi
fogli di carta bianca.
Quando cala la sera, tutto cambia e nel campo riprendono
i movimenti veloci e precisi della preparazione al
combattimento. Fra i rami dei meli, nel buio della notte,
cessano i canti, le battute scherzose; le ragazze indossano
divise e stivali. Quella notte ad Assinovskaja  pi importante
delle altre: per la prima volta proveranno a fare
un numero di voli superiore a quello dei reggimenti maschili.
Per questo non hanno scelto i dormitori gi pronti
nel villaggio, non hanno usato i letti, nei quali avrebbero
riposato pi comodamente, e sono rimaste fra i meli. Il
tempo non  freddo, l'inverno  ancora lontano, anche il
campo  accogliente. Alcune pensano di avvolgersi nelle
coperte attendendo sotto le ali il momento del decollo,
poi cambiano idea e dispongono gli aerei gi sulla pista
costruita nel pomeriggio. Le meccaniche hanno appoggiato
grandi assi di legno sulle rive del fiume, in modo
che i Polikarpov possano spostarsi con facilit dal frutteto
al terreno di decollo. Le ragazze della Bersanskaja salgono
ai loro posti, la pilota davanti, la navigatrice dietro,
con la cartina in grembo e la bussola a portata di mano.
Le bombe sono caricate come sempre sotto la pancia
dell'aereo. Qualcuna prepara una tazza di t e la porta
direttamente nelle cabine di guida. Quella notte vola anche
Irina. Quando ha accettato l'incarico di capo dello
staff, ha chiesto di non essere del tutto esonerata dai voli
notturni e la saggia Evdokija ha acconsentito.
Lo stormo  pronto e, appena scende la notte, le signorine
- come vengono chiamate con un pizzico di ironia -
con le bombe caricate, le paure tenute a freno, le nozioni
diligentemente apprese, si alzano veloci in volo l'una
dopo l'altra, a intervalli regolari. Mentre gli uomini nelle
loro camerate aspettano il segnale per vestirsi, armarsi,
correre agli aerei, metterli in moto e partire, perdendo
minuti preziosi, le donne sono gi sull'obiettivo, pronte
a tornare alla base, ricaricare e ricominciare. Senza interruzione,
fino all'alba, quando la luce del sole le rende
visibili al nemico. Sono sicure che di voli - si dicono l'un
l'altra quando si incontrano all'aeroporto - questa volta
ne hanno fatti pi dei reparti maschili.
La verit  che diventano sempre pi brave. Una notte,
giunte sul bersaglio, Ljudmila e Ol'ga si accorgono
che la bomba non si stacca dall'abitacolo. La corda questa
volta non serve a niente, qualcosa deve essersi incastrato.
L'azione pu fallire, il volo pu andare a vuoto,
oltre al fatto che  pericoloso atterrare con l'esplosivo
ancora sotto l'aereo.
Ljudmila e Ol'ga sono fra le pi giovani del gruppo,
per la prima volta insieme nello stesso Polikarpov.
Entrambe fino ad allora hanno volato con pilote pi esperte,
mentre questa volta la comandante ha voluto che
andassero da sole e loro ne sono state contente. Sedute
l'una dietro l'altra non possono neppure scambiarsi uno
sguardo. Poi Ol'ga, la navigatrice, posa una mano sulla
spalla di Ljudmila e la compagna capisce. Istintivamente,
senza consultarsi, quasi senza pensarci, hanno preso la
stessa decisione. Ljudmila rimane alla guida cercando di
dare al Polikarpov il massimo della stabilit; sa che non
sono ancora visibili, che i riflettori del nemico non sono
ancora in funzione. Ol'ga esce dalla cabina, si aggrappa
all'ala e distendendosi su di essa riesce a raggiungere il
cassetto che contiene le bombe, ad aprirlo e a sganciarle.
Quattro, cinque secondi, forse meno, e Ol'ga con un balzo
rientra nella cabina. Devono riprendere quota, prima
che le bombe tocchino terra e i tedeschi mettano in azione
la contraerea. Ljudmila aziona rapida la leva. Ol'ga,
seduta di nuovo dietro di lei, le mette di nuovo una mano
sulla spalla a dire:  fatta.
Quando lo viene a sapere, il generale della divisione
quasi non ci crede. Solo alcuni, pochissimi, uomini riuscirebbero
a portare a termine un'operazione cos rischiosa
con tanta audacia e precisione.
Il metodo che le streghe sperimentano nel campo di mele
ad Assinovskaja - cio il farsi trovare pronte sugli aerei -
diventa la regola del gruppo, parte di un modello organizzativo
che le rende pi efficienti anche e soprattutto
quando, con l'arrivo dell'autunno e poi dell'inverno,
alzarsi in volo  pi difficile.
Fino a quel momento era d'uso che, nelle notti di
brutto tempo, gli equipaggi rimanessero a terra, mentre
un solo aereo restava di vedetta sulla linea di decollo e,
non appena la tempesta cessava, chiamava gli altri.
 solo a questo punto che piloti, navigatori, armieri
e meccanici cominciavano a prepararsi e a raggiungere
i velivoli. Ma Evdokija ha calcolato che cos facendo si
prdono dai trenta ai quaranta minuti: una decina di voli.
Troppi, di fronte a un nemico cos veloce e preparato. Se
invece gli equipaggi fossero gi pronti sugli aerei e sulla
linea di decollo, i tempi sarebbero ridotti e non si attenderebbe
neppure un minuto. Tanto, nell'attesa, alcune
ne approfittano per schiacciare un pisolino, alcune cantano,
altre ricamano.
Il metodo si rivela particolarmente efficace quando - e
succede spesso in quella terra fra tre mari - la nebbia  impenetrabile.
Le ragazze aspettano che se ne vada gi pronte
in cabina. Non si lamentano per il sonno mancato, sono
orgogliose della loro organizzazione. Non mi addormento
se non sento il fianco dell'aereo sotto il gomito... dice
un giorno ridendo Larissa alla comandante. Evdokija sorride,
anche lei va fiera della loro ottimizzazione dei ruoli.
La comandante Bersanskaja si  rivelata, come Irina e
Natal'ja avevano intuito, una donna speciale. Irina la ammira
profondamente e la ammira anche chi ha molta pi
esperienza di lei. Bocarov, il comandante maggiore dello
stormo maschile di bombardieri leggeri, il cui reggimento
 spesso in contatto con il 588, che ha nei suoi confronti
parole di considerazione e di stima, qualche volta appare
addirittura stupefatto di quello che la comandante riesce
a fare con le sue ragazze.
Evdokija svolge le sue funzioni con uno stile tutto suo,
che non sempre rientra nei canoni classici del gerarchico
mondo militare. Ma proprio il distacco, mai ostentato ma
profondo, dalle regole troppo rigide e spesso inefficaci le
consente di essere rapida e audace nelle decisioni, pronta
ad ogni cambiamento. Parla molto con le sue ragazze e le
ascolta. Come Marina Raskova,  insieme persuasiva e
autorevole.
Non fa alcuna fatica a convincerle a un'altra rivoluzione
organizzativa: basta con la separazione di ruolo
fra pilote e navigatrici. Chi fa la navigatrice dovr essere
anche pronta a pilotare. Pu farlo in caso di bisogno o,
semplicemente, per consentire il riposo della compagna
al ritorno da una missione. D'altro canto, chi fa la meccanica
pu studiare per diventare navigatrice. Inoltre,
stanno per diventare armiere, con opportuni e rapidi
corsi di addestramento, altre giovani donne, quasi prive
di esperienza, appena arrivate al fronte. Non c' bisogno
di ricorrere a istruitori esterni, fra loro c' gi chi  capace
di addestrare le nuove leve. In questo modo tutte
potranno essere facilmente sostituibili. Zenja  incaricata
di condurre un corso per navigatrici.
La rivoluzione non si ferma qui. Evdokija ritiene irrazionale
che ogni aereo abbia il suo meccanico e il suo
armiere, preposti per tutta la notte alle partenze e agli arrivi
del singolo veicolo. Meglio organizzare squadre che,
a turno, pensino a tutti gli aerei; in questo modo sar pi
veloce controllare e caricare le bombe e fare pi voli.
Sotto la guida della loro comandante, le donne del 588
si fanno inventive e creative. Sono loro a capire che mettere
una cassetta sotto la pancia dell'aereo, comandandone
con una cordicella l'apertura,  molto meglio che portare
le bombe in grembo. In questo modo il Polikarpov
ne pu trasportare di pi. Queste piccole innovazioni
rendono le loro azioni pi efficaci, persino leggendarie;
ma soprattutto scongiurano la loro pi grande paura: che
il reggimento non sia esclusivamente femminile.
Dopo oltre un anno di guerra, nei reggimenti 586 e
587 ci sono gi alcune sostituzioni. L si guidano aerei ad
alta tecnologia, occorrono piloti specializzati e, in caso
di morte di pilote e navigatrici,  pi facile trovare fra
gli uomini le competenze necessarie. Il Polikarpov invece
 un aereo che pu essere guidato con facilit. Occorre
personale audace, capace di condurlo in condizioni
estreme, che abbia grande resistenza, ma non necessita di
conoscenze tecniche particolari. Eppure, anche nel loro
caso, le urgenze della guerra potrebbero avere il sopravvento.
Per questo  meglio preparare sostituzioni interne,
meglio addestrare per tempo altre donne.
La sfida silente, non dichiarata ma costante, nei confronti
degli uomini continua. E gli uomini prdono.
Perch loro, le ragazze della Bersanskaja, imparano a trasportare
bombe pesanti, decollano per prime, fanno pi
voli, resistono ore ed ore senza dormire: ogni notte ormai,
i voli delle streghe sono pi numerosi di quelli dei reggimenti
di bombardamento maschile; anche nelle brevi
notti di estate, ogni Polikarpov riesce a farne sei o sette,
complessivamente oltre novanta in una notte.
La vecchia signora ci tiene a essere precisa. Ha insegnato
per anni fisica, per lei i dati e i numeri sono importanti:
Abbiamo fatto un massimo di 325 voli per notte e volevamo
farne sempre di pi. 23000 in tutta la guerra. S,
certo, per patriottismo, ma anche perch volevamo superare
gli uomini. Gli occhi, sotto il buffo cappellino e dietro
le lenti spesse, ridono ancora. Gli uomini combattevano
per dovere e per questo obbedivano ciecamente agli ordini.
Noi non volevamo essere uguali, volevamo essere migliori;
volevamo fare di pi e meglio. Per questo, ogni giorno
aumentavamo il numero delle uscite. Le nostre ragazze
piangevano se venivano esonerate da qualche volo.
Concentrate sull'obiettivo, non ascoltano le voci maschili che
ripetono: Meno voli pi vivi.
...
Tutto inutile?

Le ragazze del reggimento 587 stanno aspettando Marina.
Sono arrivate a Karabidaevka, nei pressi di Stalingrado,
guidando i Petljakov, nuovi moderni aerei dell'aviazione
sovietica, e ora riposano in uno dei profondi bunker di
cui  disseminata la citt e i territori vicini.
Attorno a Stalingrado la battaglia non conosce tregua
e si combatte casa per casa. Ma anche quando le bombe
cadono incessantemente, l'allarme  alto e tutto pu accadere,
ci possono essere momenti di serenit, e persino
di allegria. Le giovani del 587, appena arrivate, ne stanno
assaporando uno.
La stanza sotterranea, poco illuminata,  impregnata
dell'odore della zuppa, delle divise che si asciugano,
del fumo delle sigarette. Eppure, dopo giorni e giorni di
volo, l'atmosfera  rassicurante: le ragazze si trovano finalmente
in un ambiente pi confortevole della cabina di
un aereo, possono rilassarsi e fare due chiacchiere con i
giovani militari che le hanno accolte con cordialit. Basta
un pezzo di cioccolato, una sigaretta, un bicchierino di
vodka e la guerra per qualche minuto si allontana.
Marina arriver da un momento all'altro. Le pilote sanno
che il suo aereo  fermo con altri due in un aeroporto
lungo la strada che porta dal fronte occidentale a Stalingrado.
Sanno anche che la tempesta non la fermer.
La porta del bunker si apre all'improvviso e, insieme
a una folata d'aria gelida, entra il comandante del reggimento
maschile. Il volto serio, l'espressione cupa non
lasciano presagire nulla di buono. Le ragazze del 587
capiscono che ha qualcosa di spiacevole da comunicare.
Sono appena arrivate al fronte, sanno di trovarsi nel punto
pi caldo della guerra. Il nemico ha sfondato qualche
punto importante della resistenza? Ha fatto progressi
proprio mentre l'Armata Rossa aveva deciso di unire a
Stalingrado tutti gli sforzi? Il comandante le guarda muto
per qualche secondo. Ha l'aria di uno che deve parlare
ma non sa da dove cominciare. Fruga nella tasca, estrae
un pezzo di carta, forse un dispaccio appena arrivato, e
lo legge. La comandante Marina Raskova  morta. Il suo
aereo  caduto qualche giorno prima su un argine del
Volga. Gli uomini dell'equipaggio sono morti con lei.
Segue un profondo, tragico silenzio. Poi un urlo,
incontenibile senza fine, e la costernazione si trasforma in
un pianto disperato. Le ragazze del reggimento di Marina
Raskova travolte dal dolore sono incuranti del protocollo
militare che imporrebbe compostezza e pudore.
Ilcomandante lascia la stanza con il foglietto ancora in
mano. Anche lui non sa cosa dire.
 andata cos.
Stalingrado. Qui, nella citt che porta il nome del piccolo
padre, si combatte la battaglia pi lunga e difficile, quella
che decider le sorti della guerra. Qui l'Armata Rossa,
dopo aver resistito per cinque mesi, vuole andare all'attacco
e respingere definitivamente le milizie del generale
von Paulus. Marina lo sapeva, per questo cercava di arrivare
a Stalingrado pi in fretta possibile.
Non pensava che l'avrebbero mandata proprio l. Da
Engels, con il reggimento 587, si stava dirigendo sul fronte
occidentale per unirsi all'ottava armata dell'aria, ma,
all'improvviso, l'avevano convocata a Mosca: non era il
fronte occidentale, nei pressi della capitale, la sua destinazione.
Doveva dirigersi dalla parte opposta, verso sud.
L'aviazione aveva bisogno del suo reggimento perch era
stato addestrato sui Petljakov - aerei da combattimento
sofisticati, difficili da guidare, che trasportano, oltre
il pilota e il navigatore, anche un mitragliere - sui quali
puntava per battere i fortissimi caccia del nemico.
Marina ne era stata contenta. Aveva faticato non poco
a convincere gli alti vertici che le sue ragazze sarebbero
state in grado di guidare anche aerei cos sofisticati.
Ora lo avevano capito e avevano addirittura stabilito di
mandarle nel punto del fronte decisivo per le sorti della
guerra. Com'era sua abitudine, aveva agito rapidamente,
trasmettendo l'ordine agli squadroni: che non attendessero
il suo ritorno da Mosca, ma partissero subito, lei li
avrebbe raggiunti. E loro avevano eseguito, lasciando l'aeroporto
nei pressi di Kirzac e dirigendosi verso sud.
In quei giorni volare non  facile. Pare che l'inverno,
al pari del nemico, non voglia concedere alcuna tregua.
Le tempeste si susseguono, la neve continua a cadere, il
vento rende quasi impossibile decollare ed atterrare. Gi
nelle settimane precedenti, quando dovevano raggiungere
il fronte occidentale, avevano visto l'inferno. Ci avevano
messo quasi un mese per raggiungere la meta; erano
rimaste bloccate per giorni e giorni dal vento, dal ghiaccio
e dalle tempeste. Ora hanno una nuova destinazione.
Ce la faranno, pensa Marina, e lei arriver qualche giorno
dopo. Di ritorno da Mosca andr a prendere i due
aerei che sono rimasti indietro, per un guasto al motore,
e raggiunger gli altri. Dovr fare in fretta, pi in fretta
possibile, a Mosca gli alti vertici le hanno detto che a Stalingrado
possono e devono vincere, che l non si difende
una citt, ma tutta l'Unione Sovietica. Anche loro sono
necessarie per la spallata finale.
Le cose, fino a un certo punto, vanno come Marina
ha progettato. La tempesta non impedisce a gran parte
del reggimento di arrivare a Stalingrado, tuttavia la comandante,
che parte dopo e guida la formazione di tre
aerei,  costretta ad atterrare in un aeroporto intermedio.
Pensa di dover aspettare solo qualche ora, ma il maltempo
imperversa e gli equipaggi rimangono fermi fino al
4 gennaio 1943. Quando finalmente sembra aprirsi uno
spiraglio, Marina d ordine di ripartire. Ed ecco che le
condizioni di nuovo precipitano e una tempesta, inesorabile,
le raggiunge e rende impossibile atterrare. I tre
aerei, che per ordine della comandante non devono rompere
la formazione se non per un guasto tecnico, volano
sempre insieme, anche se la visibilit  pressoch nulla e
il carburante comincia a scarseggiare. Tentano di fermarsi
all'aeroporto di Rabosina, ma non ci sono le condizioni
di visibilit. Proseguono. Per cercare di vedere qualcosa,
sono costrette a scendere al di sotto delle nuvole, fino a
400 metri dal suolo. Capiscono che stanno sorvolando il
Volga.
A un certo punto avviene quello che si voleva evitare:
uscendo da un banco di nuvole le pilote dei due aerei
prdono di vista quello di Marina. Proseguono da sole e
in un campo vicino al grande fiume tentano un atterraggio
che sar cos violento da distruggere i due velivoli.
Ma gli equipaggi sono vivi. Marina prosegue e cerca di
orientarsi tra le nuvole grigie e bianche che avvolgono
l'aereo. Vola basso e sa di trovarsi sul Volga. Neanche
per un momento dubita della sua buona sorte, neanche
quando decide per un atterraggio quasi alla cieca sulle
rive del grande fiume. Fino all'ultimo con la mano ferma,
tenta la manovra che tante altre volte le  riuscita. Ha
ragione: sulle rive del Volga  possibile atterrare, ma l,
nel punto che ha scelto, l'argine  cinquanta metri pi
alto. Se ne accorge solo all'ultimo, quando  ormai troppo
tardi per tentare di risalire. L'aereo si schianta contro
il costone e Marina muore sul colpo, le mani ancora sulla
cloche, lo sguardo fisso nell'ultimo tentativo di salvarsi.
Insieme a lei muoiono il navigatore ed il mitragliere. I tre
corpi vengono ritrovati dopo due giorni di ricerche.
Marina Raskova, la donna che per la prima volta nella
storia  riuscita a creare tre reggimenti femminili, la
comandante del reggimento 587, non c' pi. Aveva 31
anni e una bambina di 12 che, all'inizio della guerra,
aveva lasciato ai nonni.  un lutto inaspettato, un colpo
terribile per le donne che sono andate al fronte e l'ammiravano
senza riserve. Quando arriva la notizia, si fanno
travolgere dalla disperazione. Non provano alcun interesse
per le domande - inevitabili, certo - che i vertici
si pongono dopo l'incidente mortale. Marina  stata imprudente
ed ha osato un volo in condizioni impossibili,
mettendo a rischio la vita dei tre equipaggi? Ha commesso
un errore fidando eccessivamente nelle sue capacit
e nella sofisticata tecnologia dei tre aerei? L'impazienza
di arrivare a Stalingrado, dove si combatteva la battaglia
decisiva, aveva offuscato le sue capacit di controllo e
attenzione? Oppure l'errore era venuto da Mosca, dove
avevano previsto che il maltempo sarebbe cessato dopo i
primi minuti di volo e che gli aerei avrebbero raggiunto
senza grandi problemi la meta?  difficile valutare, ma
alle ragazze della Raskova le domande e i dubbi, in quel
momento, appaiono senza importanza.
I tre reggimenti femminili voluti da Marina, oramai
dislocati in punti diversi del fronte, apprendono che
per la loro comandante  stato organizzato un funerale
di Stato, il primo della guerra, al quale ha partecipato
anche Iosif Stalin; che Marina ha avuto l'onore di una
sepoltura al Cremlino, insieme ai grandi padri della patria;
che i giornali non parlano che della sua vita e del suo
eroismo e pubblicano discorsi, lettere, testimonianze.
Neppure questo alle ragazze della Raskova appare importante.
Il fatto doloroso, disperante  che lei non ci sia
pi. Pensano al suo bel viso incorniciato dai capelli neri,
che non aveva mai tagliato e che teneva legati dietro la
nuca perch non sfuggissero dal cappello militare. Era
stato impietosamente distrutto nello schianto dell'aereo.
La testa si era spaccata in due. Apprendono, e ne sono
straziate, che un chirurgo  intervenuto per ricomporla
prima dell'esposizione della bara. Ora sar possibile
continuare? Pu proseguire il lavoro che lei aveva iniziato?
Nessuno ignora il rapporto particolare che la loro
comandante aveva con Stalin, grazie al quale molto era
stato ottenuto per loro in quei mesi. E se lei, la migliore, il
cui valore era indiscutibile, moriva in un incidente aereo,
schiantandosi sull'argine di un fiume, che cosa sarebbe
potuto accadere a loro? Forse quel che avevano fatto fino
ad allora era stato inutile. Forse tutto sarebbe finito nel
giro di qualche giorno.
Avviene invece che proprio in quelle prime settimane
di gennaio la guerra cambi verso. Ed  proprio Stalingrado
a segnare la svolta.
...
La gonna no.

C' un momento nella storia di ogni emancipazione - personale
o collettiva - in cui si sente distintamente uno scatto
interiore, un clic. Si tratta di un piccolo ma preciso movimento
della mente o dell'anima provocato anche da un
fatto od un episodio irrilevante, da una parola, un gesto, una
sensazione, ho pu identificare, anche a distanza di tempo,
ogni donna che abbia cominciato il suo personale cammino
alla ricerca della parit. E si pu avvertire abbastanza distintamente
negli eventi collettivi che, qualche volta, nella
storia del genere umano, segnalano il cambiamento in direzione
dell' eguaglianza fra i sessi.
 il momento in cui si pensa di avercela fatta, si crede
che una situazione di iniziale diseguaglianza sia stata superata.
Il clic  appena percettibile, ma sprigiona una grande,
immediata e, apparentemente irrazionale, sensazione di
libert. Come se chi lo registra avesse conquistato finalmente
un personale o collettivo diritto di propriet sulla
propria esistenza.
Indagando, si scopre che lo scatto ha avuto origine da
un riconoscimento che fino ad allora non c'era stato: il
mondo degli uomini, percepito estraneo e perfino ostile,
mostra finalmente di aver accettato la presenza della donna,
o delle donne, ne riconosce meriti e qualit e non lo
nasconde. Cos, almeno, pare.
Dopo, la vita e la storia procedono, le contraddizioni e
le difficolt nel rapporto fra i sessi permangono e possono
addirittura aumentare. Una donna pu anche chiedersi se
sia valsa la pena di lottare per raggiungere quel traguardo,
ma qualcosa di irreversibile  avvenuto.
Ascoltando la storia delle streghe, credo di aver compreso
il momento del clic, l'attimo in cui hanno capito che
ce l'avevano fatta. Me lo dicono gli occhi di Irina, che a
un certo punto del suo racconto si accendono di una luce
nuova, me lo dice il tono pi rilassato della sua voce. E
poi scopriamo racconta l'anziana signora, che i tedeschi
ci chiamavano streghe della notte, Nachthexen! Si pu tradurre
anche maghe della notte. Ma mi piace, ci piaceva,
dire streghe e pensare che ci definissero cos perch non
erano in grado di abbatterci. Clic.
Marja e Ol'ga sono eccitate. Rientrano di corsa dopo una
breve passeggiata al vicino villaggio, dove sono andate
per cercare di procurarsi un po' di verdura. Forse qualche
contadino era riuscito a salvare il suo orto e aveva
un cavolo per loro. Forse avrebbero trovato un campo
abbandonato dal quale raccogliere una barbabietola.
I tedeschi non sono ancora arrivati, ma la loro presenza
si sente: gran parte degli abitanti del villaggio se ne
sono andati e nel luogo ora regna una quiete innaturale.
Le ragazze incontrano solo un'anziana donna, che non
ha voluto lasciare la sua izba e si ostina a coltivare un minuscolo
fazzoletto di terra appena fuori del paese. Riconosce
le divise russe, saluta, sorride, sembra incuriosita,
comincia a chiacchierare, poi inaspettatamente chiede:
Siete voi le streghe? Le ragazze sono stupite. Streghe?
Raccontano ridendo alle compagne la loro scoperta: loro,
le ragazze del 588, fanno paura, i tedeschi non hanno capito
davvero chi sono, le loro bombe hanno colpito nel
segno pi di quanto pensassero. Il racconto trasmette euforia
a tutto il campo.
Agli inizi del 1943 le donne del 588 non sono pi fragili
ragazzine, giovani, timide ed inesperte appena uscite
dai corsi di addestramento. Hanno fatto esperienza, sono
consapevoli della propria forza e fiere dell'organizzazione
che si sono date. Dopo il primo volo non hanno avuto
perdite e riescono sempre a raggiungere gli obiettivi.
Sapere che il nemico le teme, che le loro bombe provocano
un terrore e una sorpresa talmente inspiegabili da essere
attribuiti a figure femminili mitiche, cattive e dotate di
poteri soprannaturali, le diverte e le gratifica. Le piccole
donne, che all'inizio non sapevano volare, non conoscevano
la disciplina militare, tornavano da ogni missione
con le gambe tremanti, lo stomaco in subbuglio, sono finalmente
odiate e temute. Sono le Nachthexen.
E non solo i nemici, ma anche i reggimenti dell'Armata
Rossa le guardano con occhi diversi. Gli uomini,
un tempo diffidenti e astiosi, pronti alla battuta ironica
e offensiva, sono diventati rispettosi e persino affettuosi;
le chiamano sorelline e apprezzano la forza con cui
sollevano bombe di decine e decine di chili, la perizia
con cui guidano i piccoli Polikarpov, l'audacia di fronte
alle azioni pi rischiose. Alcuni di loro qualche giorno
prima hanno fatto grandi giri attorno all'aeroporto solo
per salutarle. Un gesto scherzoso e fraterno, un omaggio
al loro arrivo. Persino i comandanti mostrano ammirazione.
Per molte sono arrivate medaglie, riconoscimenti,
decorazioni. Capiscono che ormai anche le loro gaffe
sono guardate con simpatia: nessuno le riprende se non
sono proprio ligie al galateo militare. Siete le donne pi
belle del mondo dice un giorno a Irina il comandante
Versinin, e il fatto che i tedeschi vi chiamino streghe
della notte vi rende ancora pi preziose.
Qualche tempo dopo la morte di Marina Raskova,
proprio nel momento in cui temevano che tutto cambiasse,
che l'avventura del loro reggimento potesse finire, il
generale Markian Popov - quello che al loro arrivo le
aveva definite principessine e aveva chiesto lumi ai superiori
su che cosa doveva farne - in una solenne cerimonia
conferisce al 588 il titolo di 46 Reggimento della
Guardia.  un riconoscimento importante. Le streghe
sono simbolicamente diventate sentinelle della patria.
Durante la cerimonia - solenne e conforme al rito militare
sovietico - nevica e tira vento. Le ragazze in fila e
sull'attenti hanno le guance rosse, gli occhi che bruciano
e si riempiono di lacrime per il freddo e per l'emozione.
Persino Evdokija, in genere compassata, non nasconde
la commozione. Quando il generale Popov svolge la
bandiera con le scritte dorate del 46 Reggimento della
Guardia, le ragazze lanciano un grido di entusiasmo. Poi,
a una a una, come vuole il rito, lasciano la fila e si inginocchiano
nella neve per baciarla.
In quel momento qualcosa si scioglie dentro di loro,
come dopo una riconciliazione insperata, come quando
un rapporto contrastato si ricompone e diventa pi fermo,
pi profondo, pi calmo, e la fatica e i dolori, le mancanze
si trasformano in nuova forza e determinazione.
Quella sera ci sono grandi festeggiamenti. Il cattivo
tempo non permette di volare ed allora le streghe festeggiano
nel campo. Cantano, ballano. Natal'ja a un certo
punto scompare. Quando torna, ha un foglietto spiegazzato
sul quale ha scritto le parole di un nuovo inno:
Stare sulla linea del fuoco non  stato facile per noi. Ragazze,
amiche, combattenti, continuate a battervi per la gloria
del Reggimento femminile della Guardia. Ancora, con
la voce rotta dall'emozione, Natal'ja legge: Noi la parola
Guardia, questa parola gloriosa, la affidiamo alle ali dei
falchi, per il suolo della Russia, per l'amato partito.
Avanti per la patria, Reggimento femminile della Guardia.
La musica - spiega - dovrebbe essere quella
dll'Internazionale. Irina insiste perch lo cantino subito. E tutte
intonano il nuovo inno.
Il giorno dopo c' un'altra novit. Viene loro comunicato
che la divisa cambier. Non indosseranno pi quegli
orribili e informi pantaloni maschili, non saranno pi
costrette ad accorciarli e a restringerli in vita. Avranno
delle gonne, delle vere e proprie gonne, con le pieghe e
la cintura. Saranno blu, da abbinare a camicette marroni.
Insieme a stivali americani di un bel rosso brillante. E
non finisce qui. Saranno addirittura dotate di biancheria
intima. Il generale Versinin se n' occupato e gliel'ha fatta
inviare. Non  regolamentare scrive, ma  tuttavia
indispensabile.
Le sentinelle della patria sono le prime ad avere in
dotazione dei reggiseni, merce rara non solo per chi 
nell'esercito, ma per tutte le donne sovietiche.
Gli stivali racconta Irina, si imbevevano d'acqua come
carta assorbente. E quelle gonne erano scomodissime.
Come si poteva pensare che salissimo e scendessimo da un
aereo come il Polikarpov con un indumento che ci impacciava
pi dei pantaloni? Le mettemmo una volta o due,
poi le riponemmo e riprendemmo a usare le nostre vecchie
divise. Le conservammo per le occasioni ufficiali, quando
c'era qualche sfilata, quando dovevamo comparire davanti
ai grandi generali. Allora, ci mettevamo quella che avevamo
definito scherzosamente fra noi "divisa da parata".
...
Roghi nel cielo.

Poi, un giorno, il racconto della strega cambia tono. Al
nostro arrivo Irina ci mostra una carta geografica:  della
ormai defunta Unione Sovietica, confini e colori diversi da
quelli della Russia di oggi. Un segno nero che taglia in due
l'Urss traccia il fronte del 1943, dove il nemico era arrivato
e da dove doveva essere respinto.
Dal nord la strega fa scorrere il dito fino a sud, dopo la
Crimea, nel Caucaso nella regione di Krasnodar'. Noi ci
dice, eravamo l. Indica una piccola protuberanza stretta
fra il mar Nero e il mar dAzov:  la penisola di Taman.
Piatta e lagunosa, 2000 chilometri quadrati - un terzo del
Salento, penso tra me e me - nel febbraio del 1943  diventata
preziosa. I tedeschi che avevano indietreggiato non
la volevano abbandonare. Dall'altra parte, sempre fra due
mari, c' la citt di Kerc'. Alle spalle, dove scorre il fiume
Kuban', si estende la terra dei tatari e dei circassi. Da l
volavano le streghe per spingere i tedeschi indietro, verso
la Crimea, verso le terre da cui erano venuti.
Il fatto nuovo - dice Irina, questa volta con foga - 
che non arretravamo pi, finalmente andavamo avanti.
 finita la lunga fase della ritirata. Ce lo spiega pi volte, ce
lo ripete, quasi temesse una non comprensione di quel che
era accaduto nei primi mesi del 1943. Ci mostra le freccette
nere sulla carta geografica: sono rivolte verso occidente da
dove il nemico era venuto e dove ora era respinto. Siamo
sicure di aver capito il cambiamento? S, Irina,  chiaro, le
rispondiamo. Il dito della strega indica ancora la penisola
di Taman, i tedeschi ci rimangono fino a ottobre, decisi
a non mollare quel lembo di terra alle porte del Caucaso
e degli ambiti oleodotti; fino a quella data loro - le ragazze
del 588 - li hanno bombardati tanto da costringerli
ad andarsene. Irina ripiega la carta geografica. Adesso che
abbiamo capito pu raccontare che cosa  stato quell'anno
senza correre il rischio di un nostro fraintendimento.
Perch l'inizio della controffensiva  stato anche il momento
pi drammatico della guerra, il periodo pi intenso, quello
dello sforzo che non si pu fermare, della vita che assume
un solo scopo, in cui la morte diviene compagna assidua.
Sono scomparse tante amiche in quei mesi dice, il nemico
ce le strappava una notte dopo l'altra.
 a Stalingrado che la corrente della guerra cambia direzione.
Come se una possente muraglia l'avesse prima
fermata e poi costretta a invertire la rotta; il vento della
guerra non soffia pi da ovest a est ma, al contrario,
dall'Asia fino ai confini con l'Europa.
 a Stalingrado - racconter poi la Storia - che si decide
del conflitto mondiale, qui l'Armata Rossa riesce a
respingere il nemico dopo una battaglia durata sei mesi,
con centinaia di migliaia di morti e feriti.
 a Stalingrado, infine, che l'offensiva cambia soggetto.
Condotta fino allora dalla Wehrmacht, passa ora in
mano sovietica.
Le nostre ragazze nel remoto Caucaso sanno che il
generale Von Paulus  stato costretto alla resa e che Leningrado
continua a resistere al terribile assedio. Sanno
anche - e questo per esperienza diretta - che i tedeschi
non sono riusciti a raggiungere gli oleodotti o li hanno
trovati distrutti. Non  ancora la vittoria, ma  l'inizio
della riconquista delle terre perdute. La vera lotta  solo
cominciata dice con realismo Iosif Stalin al suo popolo.
Le notti di luglio sono brevi. La luna non fa in tempo
a sorgere che gi le luci dell'alba la fanno impallidire. Le
streghe hanno poco tempo per bombardare, ma volano
ogni notte senza sosta.
Seguono lo schema ormai collaudato: decolla il primo
equipaggio poi, dopo cinque minuti, il secondo, quindi il
terzo e cos via. Quando l'ultimo si alza in volo, nel piccolo
aeroporto si sente gi il rumore del primo che torna.
I movimenti del 588 sono diventati rapidissimi: si caricano
le bombe, la pilota e la navigatrice prendono una
tazza di t, si fa il pieno di carburante e l'equipaggio riparte.
Cos fino all'alba.
Il 31 luglio 1943 Larissa sale sul Polikarpov con due compiti:
sganciare una potente bomba sul nemico e addestrare
Nadja, che fino a quel momento ha fatto l'armiera ed 
diventata navigatrice da poco.
La pilota tiene a mostrarsi sicura ed efficiente e, prima
di alzarsi in volo, incoraggia la sua allieva: tutto tranquillo,
le dice, non spira neppure un alito di vento, il percorso
verso l'obiettivo, il villaggio cosacco di Krymskaja, sar
veloce; devono soltanto seguire l'aereo che  partito prima.
Vedi spiega Larissa parlando nel tubo di gomma,
ci siamo quasi. Zenja e Lena sono arrivate prima, ora
scaricano le bombe... i proiettori del nemico non sono
ancora accesi... non si sono accorti di noi, per qualche
minuto andr su e gi, tu guarda con attenzione, appena
siamo vicini all'obiettivo, tira la corda e lascia andare...
non ti preoccupare, ti avverto io. Ma devi essere rapida,
molto rapida... Tutto a un tratto Larissa ammutolisce.
Ha visto una fiamma improvvisa, il Polikarpov davanti a
loro si  trasformato in un fal e sta precipitando. Cerca
di capire da dove  partito il colpo, guarda in gi ma la
contraerea non  in funzione o, almeno, cos le pare. Non
fa in tempo a pensare che un altro aereo va in fiamme,
un'altra enorme torcia si stacca dal buio del cielo e precipita
verso terra. Questa volta  sicura: i colpi non sono
partiti dal basso. Aspetta urla a Nadja, trafitta da un'illuminazione:
possibile siano venuti dal cielo? Da un caccia
tedesco che vola sopra di loro? Non era mai avvenuto.
Ed ecco che un altro aereo, il terzo, prende fuoco sotto i
loro occhi. Non ci sono dubbi: la morte arriva dall'alto.
Il cuore della strega si ferma, le gambe s'irrigidiscono:
le sembra di essere paralizzata, eppure si muove, sa che
deve fare in fretta.
Si butta in picchiata e va gi, ancora pi gi, sotto i
400 metri che sono la soglia minima oltre la quale si 
visibili e le bombe esplose possono uccidere anche chi le
lancia. Solo allora urla a Nadja, che  rimasta sempre immobile
e muta, di liberare la bomba. Sa che  un rischio
mortale, ma non ha scelta, la mano  gi pronta sulla leva
per risalire. Deve virare, risollevarsi, prendere quota alla
velocit del fulmine. Vede un Polikarpov dietro di lei.
Chi lo guida? Non ricorda i nomi delle sue compagne, i
turni di volo, ma spera che la pilota abbia capito, che la
sua manovra azzardata e inusuale serva da segnale. Invece
l'aereo segue la traiettoria prevista, continua a volare
verso l'obiettivo, la pilota - Larissa lo sa - vuole raggiungerlo
a tutti i costi. Anche il quarto Polikarpov in un
attimo diventa un fal, una palla di fuoco che precipita
velocemente verso terra.
La strega riesce a virare per tornare indietro, ma non
parla, non spiega pi nulla alla navigatrice. Nadja osserva
la schiena e la nuca della sua istruttrice: sono immobili,
come quelle di una statua. Nel campo Larissa riferisce al
comando quello che ha visto. Poi si chiude in un mutismo
senza lacrime. Quella sera le missioni vengono cancellate,
le streghe piangono la morte di Zenja, Lena, Anja, Galja,
Sofja, Evgenija, Valentina, Irina Kasirina. Otto di loro
non ci sono pi. Nei cieli del Caucaso  successo qualcosa
che non si aspettavano e con cui ora devono fare i conti.
A meno di ottanta chilometri dal campo delle streghe,
Josef sorride felice davanti al suo caccia; ha chiesto ad
Alexander, il radio-operatore che lo segue, di fargli una
foto. Adesso  in posa. Sembrerebbe uno sportivo - con
il completo cachi, il viso sbarbato e disteso - se non avesse
al collo la Ritterkreuz, la Croce di Cavaliere, il pi alto
riconoscimento conferito dalla Germania nazista a chi si
 distinto in battaglia. Sorridente, con un bastone indica
le tacche sul suo aereo: sono ventisette, tanti quanti i velivoli
sovietici abbattuti fino a quel momento.
 il primo agosto 1943, gli ultimi tre segni sull'aereo di
Josef indicano tre dei quattro Polikarpov, colpiti la notte
precedente. Sono state ore di caccia grossa per il pilota
nazista, che si era specializzato proprio nella battaglia
notturna e nell'intercettazione dei piccoli bimotori delle
streghe.
Per la Luftwaffe, agli inizi del 1943 le Nachthexen
non sono pi un mistero, non sono pi creature magiche
che di notte portano lo scompiglio fra le truppe. La loro
esistenza non  pi tenuta nascosta per timore di abbattere
l'umore dei soldati. Per i comandanti tedeschi sono
diventate un problema da affrontare e risolvere: pilote
nemiche da annientare.
Alla fine dell'anno precedente le streghe avevano colpito
un importante convoglio di munizioni ad Ardon,
nel Caucaso. In sguito all'esplosione, si erano incendiati
altri depositi di carburante. Perdite ingenti, un vero
disastro.
Avevano poi bombardato l'aeroporto di Armavir nella
regione di Krasnodar', dove erano andati distrutti ben
sei aerei, fra i pi moderni, il fiore all'occhiello della loro
aviazione. Era stato a questo punto che la Luftwaffe aveva
organizzato un'unit di caccia notturna speciale, con
gli aerei dotati di riflettori potenti, ancora pi potenti di
quelli di terra, e di tutti gli strumenti possibili per colpire
con sicurezza.
All'alba del primo agosto Polina atterra fra le ultime e
cerca con gli occhi Galja. Incontra lo sguardo disperato
di Natal'ja, poi quello di Irina. Vede Larissa seduta, con
le gambe incrociate, sotto un Polikarpov, il volto chiuso
nel dolore, osserva Evdokija che ordina la sospensione
dei voli e capisce: Galja non  tornata.
Erano amiche da quando frequentavano la stessa scuola
a Gomel'. Galja era gi allora una ragazza speciale, che
amava la letteratura e la musica, ma che, appena aveva
incontrato il volo, se n'era appassionata. E Polina l'aveva
invidiata: la compagna aveva il fisico dell'aviatrice,
mentre lei, cos piccola, difficilmente avrebbe potuto diventare
pilota. Le vicende della vita erano andate in un altro
modo: entrambe erano state accolte nel reggimento 588
ma Polina volava ogni notte mentre Galja era stata destinata
all'organizzazione. Ci aveva sofferto; desiderava
combattere, non le piaceva occuparsi di carte, turni,
approvvigionamenti. Cos supplicava Evdokija Bersanskaja
di lasciarla salire su un aereo di tanto in tanto e, qualche
volta, le veniva accordato un permesso speciale. Ne era
felice, come una bambina che ha finalmente ricevuto il
regalo pi desiderato. Quando tornava, lavorava sodo,
aspettando l'occasione in cui avrebbe potuto fare una
nuova richiesta alla comandante.
Polina  paralizzata dal dolore, non riesce neppure a
chiedere com' successo. Guarda i visi sconvolti delle sue
compagne, che si sono riunite silenziose in un angolo del
campo e rimane muta. Poi sente le braccia forti di Natasha
che la stringono con affetto.
Senza interrompere il flusso delle parole, Irina ci fa un
cenno. Capiamo al volo:  l'ora del t. Il tavolo attorno a
cui ci invita a sederci occupa quasi tutta una piccola anticucina
ed  pieno di ogni tipo di barattolo e di scatola, t,
caff, miele, biscotti, frutta, cioccolatini, caramelle, pane,
formaggi, salami. Non  facile farci stare anche le tazze del
t ma Irina non se ne preoccupa. Si siede, e mentre Eleonora
prepara la teiera e io cerco di farle un po' di posto sul
tavolo, Irina continua a parlare. Da agosto a novembre del
1943 - ricorda - sono morte sedici streghe, otto in quella
terribile notte del 31 luglio.
A Mosca sta di nuovo nevicando,  quasi buio, dobbiamo
accendere la luce. Il lampadario illumina la stanza e
rischiara un piccolo quadro, che nei giorni precedenti non
avevo notato e che raffigura un grande, coloratissimo pappagallo.
La vecchia signora intercetta il mio sguardo. Non
 un dipinto, anche se cos pu sembrare, mi dice, ma un ricamo
a piccolo punto. L'ha fatto lei nel 1943, proprio mentre
volavano e bombardavano. In quei momenti terribili
in cui sapeva che il pericolo era grande, in cui la tensione
era tanta e non si riusciva a chiudere occhio neppure nelle
rare ore in cui era possibile, tutto il reggimento - ci dice -
ricamava.
Non era facile trovare fili o tessuti, ma avevano la biancheria
intima fornita dall' esercito che era di stoffa blu, dalla
quale ricavavano i fili, e poi e erano delle fasce bianche che
mettevano intorno ai piedi prima di infilarli negli stivali,
perch i magazzini dell'Armata non fornivano calzini. E
allora ricamavano fiori blu su fasce bianche. Quando Irina
aveva capito il potere rasserenante del ricamo, aveva scritto
alla madre ed alla sorella perch le mandassero le matasse e
gli aghi, realizzando cos il coloratissimo pappagallo.
S, ripete, davanti alla mia espressione evidentemente
incredula, ricamavamo. Com'era possibile addormentarsi
con le gambe che ancora tremavano, il cuore che batteva e i
polmoni pieni di fumo? Allora prendevano ago e filo e realizzavano
fiori, uccelli, le iniziali su ogni cuscino da campo,
e centrini per quando sarebbero tornate a casa.
Dopo la guerra Irina non ha pi ricamato.
...
Zenja.

La notte del 9 aprile 1944 la luna  una falce ritagliata nel
cielo di Kerc' e l'aria, non pi fredda, segna la fine ormai
certa dell'inverno. Irina, alla guida del suo Polikarpov,
guarda la Crimea dall'alto: martoriata, in rovina, disseminata
di buche aperte dalle bombe e dai proiettili. Quella
notte Evgenija, la piccola Zenja, dal piccolo aerodromo
osserva il cielo, la luna, le stelle e pensa che gli aerei, con
lo sfondo luminoso degli astri, sono perfettamente distinguibili;
un bersaglio chiaro per il nemico che, dopo aver
lasciato Taman, si trova proprio ai primi avamposti della
penisola.
Per fortuna ci sono nuvole all'orizzonte.
Zenja - navigatrice esperta e istruttrice - ha appreso
che non decoller con Dina, la sua amica del cuore, la pilota
con cui da mesi divide la cabina. Questa volta con lei ci
sar una ragazza alle prime armi che deve fare pratica. Ne
 dispiaciuta, Dina  l'unica che sa correggere i suoi errori.
Soprattutto quella notte in cui l'obiettivo da colpire  piuttosto
difficile. Tuttavia non parla; sa che, qualche volta, gli
equipaggi cambiano per fare in modo che le pi esperte
insegnino alle nuove arrivate. Sa che si deve obbedire.
Anche Dina  amareggiata ma, soffocando l'improvvisa
amarezza, il cattivo umore e un brutto presentimento,
sale in silenzio sull'aereo successivo.
Il Polikarpov dell'amica  davanti al suo quando viene
investito dalla luce dei proiettori.  un attimo: l'aereo,
che non riesce a sfuggire ai fasci luminosi,  avvolto dal
fuoco. Dina, nel disperato tentativo di evitare a Evgenija
altri colpi, lancia le sue bombe. I proiettori si dirigono
su di lei, ma la contraerea non riesce a colpirla. Qualche
secondo dopo, i razzi illuminanti, trasportati nell'aereo
della strega astronoma, esplodono e il Polikarpov comincia
a precipitare. Dina - le mani strette sulla cloche,
lo sguardo fisso - vede di fronte a s una palla di fuoco
dalla quale si stacca una grande fiaccola, che attraversa il
cielo come una meteora.  il corpo dell'amica, ridotto a
una torcia, che precipita e si perde nel buio del terreno
sotto di loro. Nel piccolo aeroporto poco distante anche
le streghe seguono impotenti con lo sguardo fisso quella
lingua di fuoco: nessuno pu aiutare Evgenija; neanche
quel che resta di lei potr essere raccolto.
Devo a questo punto fermarmi, cos come si  fermato il
racconto di Irina. Nella stanza di via Leninskie Gory gi
quasi buia nel crepuscolo moscovita, c' un momento di
sospensione.
Nei lunghi pomeriggi passati nel ricordo e nel racconto,
Zenja era stata citata spesso e, sempre, con tenerezza e affetto.
Irina, che non ama i sentimentalismi e i rimpianti e
che ci ha parlato del dolore e della morte senza indulgere in
alcun tono patetico, quando cita la sua giovane compagna
non nasconde l'emozione e l'ammirazione. Del resto in tutto
quello che le altre streghe avevano scritto nei confronti
di Zenja - cos la chiamavano - avevo trovato sentimenti
di tenerezza e di affetto.
Me ne ero spesso chiesta la ragione. Chi era questa giovane
donna che Irina e le altre amavano tanto? Che cosa
aveva di speciale e di unico, da indurre tutte a parlare di lei
con nostalgia e rimpianto?
La strega cerca fra i libri che sono sulla sua scrivania e ce
ne mostra uno. Ha la copertina in cartone verde chiaro, la
foto di una ragazza, i capelli biondi, corti sopra le orecchie,
lo sguardo allegro, il sorriso timido. Contiene il diario e
gli scritti di Zenja dal 1941 al 1944, che Irina ha raccolto e
commentato. La vecchia signora ce lo mostra. Troverete
tutto su di lei.
Prendiamo il libro. Irina ha pensato che lo avremmo
letto con calma a Roma. Ma noi lo facciamo subito la sera
stessa; siamo curiose di conoscere la vita di questa giovane
donna sfortunata, di capire perch fosse cos amata e che
cosa rappresentasse per le donne del 588. Cos Eleonora e
io, in una caldissima stanza di un albergo dell'Arbat,
ancora molto sovietico e quindi non propriamente ospitale,
cominciamo il nostro lavoro. Eleonora traduce, io prendo
appunti. Li riporto cos come li ho scritti quella notte.

Zenja amava molto i suoi genitori, ma non aveva esitato
quando aveva deciso di andare al fronte. Era figlia unica
e non voleva preoccuparli. Solo il 19 dicembre 1941,
dopo due mesi di lontananza, aveva raccontato loro una
parte di verit.
Aveva mandato in una busta una sua foto, raccomandando
di aprirla con precauzione. Si era tagliata i capelli
e sapeva che, vedendo il volto di un ragazzo, forse non
l'avrebbero riconosciuta.
Nelle lettere scritte ai genitori qualche giorno prima di
andare al fronte, Zenja mostra una straordinaria tranquillit.
Offre loro il denaro della sua paga, a lei servivano
soltanto - scrive - il dentifricio e il lucido per le scarpe.
Dipinge la vita militare a tinte serene, quasi allegre,
come potrebbe fare una ragazzina in vacanza. Si sente privilegiata:
ha guanti morbidi come l'ovatta, mangia bene,
il burro  eccellente, gli abiti sono caldi, sta imparando
l'alfabeto Morse. Solo nel febbraio rivela che sta per entrare
nell'aviazione e che presto sar trasferita altrove.
Lo capirete dice ai genitori, perch vi mander una
lettera senza mittente.
Zenja, per difendere la patria, aveva rinunciato alla
grande passione della sua vita: l'astronomia. Amava le
stelle, era affascinata dalle costellazioni che, appena poteva,
descriveva alle sue compagne. Sapeva raccontare
storie meravigliose. Guardo il cielo, guardo Orione e
Sirio e sogno di diventare astronoma, mi vedo in un osservatorio
troviamo nel suo diario di quando era poco
pi di una bambina. Sapeva di avere davanti anni e anni
di studio, ma la sua vocazione era inequivocabile. Quando
a 15 anni aveva visitato una biblioteca dedicata al cielo,
alle stelle ed agli astri, era rimasta senza fiato. Mi si
incrociavano gli occhi per l'emozione annota nel suo
diario.
Al termine della scuola secondaria voleva andare all'universit,
ma aveva dovuto farsi coraggio per inoltrare la
domanda. Temeva di non essere presa, invece era stata
chiamata per un colloquio alla Mgu e, in quello che lei
definisce il secondo pi bel giorno della mia vita (nel
primo era stata accettata nel Komsomol), aveva appreso
di essere stata ammessa alla facolt di Astronomia.
Nelle pagine del diario che Irina ci ha consegnato appare
una studentessa rigorosa, impegnata, che poneva
continue domande che a volte potevano apparire pedanti,
fino a quando era divenuto chiaro a tutti - professori
e studenti - che Zenja voleva studiare ed approfondire
come nessun altro. Nel 1938, a soli 18 anni, era entrata
a far parte della Societ sovietica di astronomia e geodesia,
e l'anno successivo era divenuta responsabile del Dipartimento
per lo studio del Sole, con il compito di tenere i
rapporti ed elaborare i dati di un gran numero di osservatori
sparsi su tutto il territorio sovietico.
Nel suo diario vibra ovunque l'amore per l'Unione
Sovietica: Come posso non amare il mio Paese che mi
d una vita cos felice? scrive. E ancora: Che gioia,
sentirsi parte di un Paese immenso e grandioso e allo stesso
tempo vicino e familiare! Capiamo dai suoi continui
riferimenti che si identificava in Pavel, il protagonista
del romanzo di Ostrovskij Come fu temprato l'acciaio, il
giovane lavoratore e combattente bolscevico che aveva
dedicato la vita alla Rivoluzione.
Nel reggimento delle streghe, Zenja era diventata
un'esperta navigatrice, tanto esperta da guidare lei un
corso di addestramento per le armiere e le meccaniche
che volevano imparare a guidare un aereo. Lei volava,
addestrava e poi, quando c'era qualche momento libero,
guardava le stelle, leggeva romanzi e poesie.
E si innamorava. Perch la disciplinata e ingenua ragazza
del 588, che non aveva mai conosciuto un uomo,
parlava dell'amore con seriet militante e metteva in
guardia, con toni leninisti, dal sesso praticato senza discernimento,
nutriva vere proprie passioni per alcune sue
compagne alle quali chiedeva dedizione ed amicizia assolute.
Galja era stata una di loro. E dopo la sua morte era
subentrata Dina, dalla quale non voleva mai separarsi.
Questo era stata Zenja Rudneva prima di diventare
una fiaccola nel suo cielo tanto amato.

Finalmente capisco: Zenja era il simbolo del reggimento.
Se  naturale che un gruppo affiatato e solidale selezioni
una prediletta, per le ragazze del 588 questa era lei. Erano
tutte incantate dalla sua istintiva estraneit alla bruttezza
e al male; dall'amalgama profondo fra competenza, disciplina,
abnegazione ed il mondo fantastico delle stelle e degli
astri, nel quale continuava a vivere; dalla convivenza nello
stesso carattere di uno spirito romantico e poetico e un patriottismo
ferreo.
Zenja rappresentava per le streghe l'innocenza della
loro giovent, l'entusiasmo che non accettava i limiti della
paura, l'assenza di ogni calcolo. Qualche tempo prima di
morire racconta Irina, mi aveva confessato di non aver
mai baciato un ragazzo. Era quasi una bambina, come del
resto la gran parte di noi.
Come una bambina innocente - racconta con un sorriso -
aveva risposto a un compagno di scuola impertinente
che le aveva chiesto indicando il seno sotto la maglietta:
Che cos'  questo? Una maglia aveva risposto tranquilla
lei. E sotto? aveva fatto l'altro ridacchiando. Il
cuore aveva risposto Zenja guardandolo, calma e seria,
negli occhi.
Zenja era al suo 645 volo ed  bruciata sotto i miei
occhi. Quel che restava di lei  stato scoperto solo vent'anni
dopo nelle vicinanze di Kerc' da un gruppo di studenti che
stavano facendo insieme ai loro insegnanti un viaggio sui
luoghi della guerra. Fu identificata dal numero del motore
trovato su un pezzo della fusoliera. Usuo nome  stato dato
a una piccola stella scoperta di recente dai nostri giovani
astronomi. Ne sono stata contenta. La piccola Zenja continuer
a brillare fra gli astri.
...
Senza paracadute.

Sorridenti, in divisa, con casco e occhiali, Tatjana e Vera
sono contente di farsi fotografare insieme, davanti al Polikarpov,
prima di cominciare la missione. Conserveranno
quella foto e sar un bel ricordo della loro amicizia,
del tempo trascorso insieme. Ne hanno passate davvero
tante e sono sempre riuscite a cavarsela.
Tatjana, prima della guerra, aveva fatto la pasticciera,
poi aveva deciso che la sua vocazione era un'altra e si era
arruolata. I dolci, che pure si diceva sapesse fare meravigliosamente
e che ogni tanto prometteva alle sue amiche,
erano stati dimenticati.
La goffa divisa nasconde un corpo esile, quasi etereo
ma anche forte, i grandi stivali non le impediscono un passo
veloce e leggero, l'umore  in genere allegro. Quando
cammina, sembra danzare commenta Natal'ja, mentre
la guarda scendere dall'aereo dopo una missione. Tutte
ammirano il suo stile di volo. Nessuno - si dice nel reggimento -
vola con tanta grazia e abilit.
Tatjana ha incontrato la sua amica Vera sul treno che
le ha portate a Engels. Vera  paffuta e ha un aspetto severo.
Prende tutto molto sul serio e ama la disciplina,
anche nei suoi lati pi rigidi, quando le altre la sopportano a
stento. Ha insegnato all'Istituto di pedagogia di Mosca e
pensa, alla fine della guerra, di tornare a insegnare a Kerc',
la citt dove  nata.
Hanno fatto il primo volo insieme, per caso, e si sono
piaciute. Quando montano sul Polikarpov non hanno
bisogno di molte parole. L'affiatamento  importante in
missioni in cui contano i minimi gesti e un secondo di
tempo, in pi o in meno, pu costare la vita. Evdokija,
che si  accorta dell'amicizia e della sintonia, lascia che
decollino sempre in coppia e ha affidato loro anche voli
pericolosi alla luce del giorno. Le due amiche sono tornate
sorridenti e hanno scherzato sulle preoccupazioni che
avevano intravisto sul volto della comandante.
Raccontano ancora con orgoglio di quando erano
partite per bombardare uno dei guadi del fiume Terek,
vicino alla stazione di Khamidie. Tutto in quel volo aveva
congiurato contro di loro e non ce l'avrebbero mai fatta
senza il legame che le univa nei gesti e nei pensieri. Si
erano alzate con un cielo tanto nuvoloso che sembrava
di volare nella panna. Poi il tempo era migliorato, ma le
nuvole si erano chiuse ancora e proprio nel momento in
cui dovevano puntare sull'obiettivo, costringendole ad
avanzare alla cieca. Quando il cielo era tornato limpido,
era gi in funzione la contraerea nemica e i riflettori
tenevano imprigionato in una rete di luce il Polikarpov
che era partito prima di loro. Buttando una bomba illuminante,
avevano attirato l'attenzione ed erano riuscite a
far fuggire due compagne. Allora il fuoco nemico si era
concentrato ferocemente su di loro. Ora dobbiamo andare
via aveva gridato Vera, e Tatjana aveva cominciato
le manovre nelle quali era abilissima; aveva inclinato l'aereo
prima da una parte poi dall'altra, aveva cominciato a
fare zig-zag, evitando le luci e riuscendo a sfuggire al tiro
incrociato del nemico. A quel punto un istinto profondo
le aveva detto che doveva allontanarsi pi velocemente
possibile, doveva virare, ma non lo fece. Qualcosa di pi
forte dell'istinto di sopravvivenza glielo imped. Forse
era stata la voce di Vera che aveva urlato Ci siamo,
indicando l'obiettivo. Tatjana aveva diretto il Polikarpov
sul luogo da bombardare, sapendo che da quel momento
lei e la sua compagna sarebbero diventate una preda facile
ed una manciata di secondi avrebbe deciso della loro
vita: la navigatrice doveva prendere la mira e la pilota
doveva mantenere velocit, quota e rotta.
Non si sono scambiate nemmeno una parola. Tatjana
si era concentrata sui comandi, Vera aveva lanciato le
bombe nel momento esatto in cui erano sopra l'obiettivo.
Ce l'avevano fatta, ma non avevano fatto in tempo neppure
a tirare un respiro di sollievo: anche il nemico aveva
colpito, danneggiando un fianco dell'aereo che aveva
cominciato a vibrare e a perdere quota; le leve quasi non
reagivano. Tatjana aveva capito che non sarebbero riuscite
a ritornare in quota alla velocit necessaria, forse non
ce l'avrebbero fatta a superare le montagne ed a tornare al
campo, forse sarebbero precipitate, proprio l, a poche
centinaia di metri dal nemico. Non aveva detto niente a
Vera, non ce n'era bisogno, la sua compagna aveva capito
tutto. Mute, sono rimaste lucide e concentrate e la natura
era venuta in loro soccorso: un'insperata corrente ascensionale
le aveva aiutate a superare la vetta che le separava
dal campo.
Finalmente in salvo? No, non ancora. Era arrivata la
nebbia e l'aeroporto era scomparso dalla vista. Al loro
ritorno Tatjana e Vera erano riuscite a ridere di quelle disavventure
che si erano susseguite senza sosta - s, ce l'avevano
fatta -, ma allora si erano sentite disperate.
Tuttavia erano riuscite ad atterrare e, ancora nella cabina di
guida con le gambe tremanti e gli occhi che bruciavano,
consapevoli di averla scampata per poco, avevano visto
la meccanica Zina che veniva loro incontro. Zina aveva
sorriso, allegra, non aveva prestato alcuna attenzione agli
occhi rossi, ai visi sconvolti. Si era diretta all'aereo, lo
aveva guardato e aveva detto a Tatjana: Non ti preoccupare,
comandante, domani te lo aggiusto, e ti funzioner
bene come da nuovo. Lo faremo guarire. Loro avevano
riso di cuore.
A giugno del 1944, dopo quattro anni in cui i tedeschi
avevano concentrato gran parte del loro sforzo bellico
contro l'Urss, gli alleati americani e canadesi sbarcano
in Normandia, dando inizio a una battaglia che sarebbe
durata due mesi e mezzo. Eppure nell'estate 1944,
mentre le streghe volano senza sosta sopra i cieli di Varsavia
occupata,  difficile pensare che la guerra stia entrando
nella fase finale. L'apertura del secondo fronte non alleggerisce
il primo. L'arrivo dell'Armata Rossa non piega
immediatamente il nemico che sulla Vistola, il fiume che
taglia in due la capitale polacca, si mostra ancora tenace.
La Polonia  in fiamme. La rivolta di Varsavia  soffocata
nel sangue.
Anche il 25 agosto Tatjana e Vera montano sul loro
Polikarpov, di voli insieme ne hanno fatti 700. Quella
volta erano state assegnate ad aerei diversi ma le due amiche
si erano opposte e, alla fine, l'avevano avuta vinta.
Il volo  difficile, devono sorvolare delle montagne e
la visibilit  davvero scarsa. La contraerea nemica entra
in azione immediatamente e punta quattro proiettori
verso di loro. Vera fa in tempo a sganciare le bombe e
Tatjana riesce a riprendere quota, evitare il fuoco nemico
e tornare verso il campo. Tira un sospiro di sollievo ma
non ha fatto i conti col pericolo che arriva dal cielo, con
un caccia tedesco che subissa di colpi il piccolo Polikarpov.
Il serbatoio prende fuoco e l'aereo diventa un fal,
che si accende nel cielo ancora buio. Pilota e navigatrice
non possono muoversi, sono intrappolate nei loro posti
di guida. Bruciano.
Quando, qualche minuto dopo, nel piccolo aeroporto
il primo sole d'estate annuncia che i voli sono finiti e
Irina fa l'appello, Tatjana e Vera non rispondono. Tutte
sanno cosa significa quel silenzio. Devono solo cercare i
resti dell'aereo, che non pu che essere caduto nelle vicinanze:
lo trovano il giorno dopo. Scoprono che, bench
colpite, le due giovani donne avevano cercato ancora
una volta, fino all'ultimo, di tenere la rotta. Questa volta
la fortuna non le aveva aiutate, la loro amicizia e il loro
affiatamento non erano stati sufficienti. Erano morte
bruciate in cielo, mentre sorvolavano terre gi occupate
dall'Armata Rossa, a pochi chilometri dal loro campo.
Un'auto porta nel piccolo e improvvisato aeroporto
quel che resta dei loro giovani corpi e per la prima volta,
Irina e le sue compagne vedono come il fuoco riduce le
streghe che bruciano nel cielo.
Nel 1944 le donne del 588 hanno conosciuto bene
la morte. Il reggimento ha gi sofferto e pianto molte,
troppe perdite. Ogni pudore ed ogni disciplina militare si
sono dissolti di fronte alla scomparsa delle loro giovani
compagne. Fino a quel momento per la morte era stata
una sottrazione violenta, una perdita improvvisa, una
scomparsa ingiusta. Anche quando era avvenuta sotto i
loro occhi, si era manifestata in un fuoco nel cielo, in una
meteora che lo attraversava, nelle fiaccole che precipitavano
dall'alto e cadevano in luoghi imprecisati e irraggiungibili.
Avevano seguito con gli occhi quelle fiaccole,
ma nessuno aveva mai visto come nel rogo volti e corpi si
trasformavano: la carne nera e bruciata, i visi devastati, le
orbite senza occhi, l'odore acre.
Tatjana e Vera invece sono di fronte a loro, riconoscibili
solo dai distintivi sulle uniformi, anch'essi deformati
dalle fiamme.
Al dolore si aggiunge il rimorso. Le due streghe si
sarebbero salvate se avessero avuto il paracadute, ma il
reggimento 588 non lo aveva voluto. E nessuno aveva insistito
perch lo adottassero. Nello stretto abitacolo in
cui sedevano pilota e navigatrice avrebbe occupato troppo
spazio, reso pi difficili i movimenti e, col suo peso,
impedito che l'aereo fosse carico al massimo di bombe.
E poi lanciarsi con il paracadute ed arrivare vive sul territorio
occupato dal nemico, essere catturate dai tedeschi,
diventare loro prigioniere, era peggio che ardere in cielo.
...
Pista da ballo.

Irina si alza quasi di scatto e ci dice che ha conservato per
noi delle mele cotte nello zucchero, sono buone e vuole farcele
assaggiare. Prende il bastone, va verso il frigorifero, lo
apre, afferra il barattolo e ce lo porge. Con un gesto molto
veloce per la sua et, mette la parola fine al racconto della
morte di Tatjana e Vera. Questa volta non me ne stupisco,
ho capito da tempo che la strega s'interrompe sempre quando
teme che le emozioni possono diventare troppo forti.
Nei nostri primi incontri avevo pensato che le pause nel
racconto dipendessero dalla stanchezza o dall'emozione,
ma avevo scoperto che non era cos. Irina, con i suoi novantasei
anni, non  mai stanca o, forse, sa dosare bene le
forze. Ci invita nel pomeriggio perch dopo un sonnellino
si sente pi in forma, i ricordi, anche i pi tragici, dopo
pi di settant'anni, li domina molto bene. S'interrompe -
alla fine l'ho capito - perch non vuole che le sue ospiti
si smarriscano nel racconto del dolore, della morte, della
sofferenza. Vuole evitare che, seguendo una tragedia personale,
perdano il senso dell' avventura delle sue compagne
e il valore della Grande guerra patriottica.
In effetti, le mele macerate nello zucchero servono allo
scopo: il profumo speziato si diffonde nella stanza e il clima
ritorna rilassato e leggero. Non ci vuol niente a farle ci
dice soddisfatta e ci promette la ricetta. Poi ricomincia il
racconto da dove lo aveva interrotto. Indica l'elettrodomestico
da cui ha appena tirato fuori il barattolo. Sapete dove
e quando ho visto per la prima volta un frigorifero? Nel
1944, quando siamo arrivate nella Prussia orientale. Non
era ancora proprio come questo, ma gi gli somigliava.
Le streghe si guardano interrogative e non riescono a
capire che cosa sia la grande scatola bianca che trovano
nelle cucine, l'oggetto che pi le stupisce fra i tanti
che ammirano nelle case del paese dove sono arrivate.
Le abitazioni prussiane, per chi da quattro anni vive in
accampamenti di fortuna, sono davvero un altro mondo:
preciso, curato, lustrato. Vedono giardinetti ben tenuti,
pavimenti tirati a lucido, centrini ricamati sui tavoli,
cucine linde, barattoli di marmellata nelle dispense,
suppellettili di ogni tipo e grandezza, quadri alle pareti. Fuori,
i recinti per le mucche, i frutteti ordinati, gli orti geometrici.
Dopo essere passate per i miseri villaggi bielorussi
e polacchi - dove le case erano poco pi che baracche,
uomini e donne vivevano con gli animali e la povert era
tale che impressionava anche chi, come loro, ci era abituato -
sono colpite dal benessere cos solido e intimo di
quelle abitazioni. Non incontrano nessuno, n uomini n
donne n bambini: sono tutti scappati in fretta e furia.
Le streghe si aggirano per le stanze, camminano quasi
in punta di piedi, guardano tutto, osservano la quotidianit
abbandonata, l'intimit profanata e, nelle case del
nemico, si sentono sommergere da sentimenti che non
avrebbero immaginato di provare, nostalgia, rimpianto,
sconforto: da anni non conoscevano pi la sicurezza accogliente
di una casa. L'odio per il tedesco invasore si
stempera in una malinconia che nasce nel profondo di
ciascuna di loro e si estende agli oggetti, ai quadri, alle
poltrone, alla tazza lavata e lasciata nel lavello, allo scialle
abbandonato su una sedia. Irina vede fuori da una casa
una carrozzina. Il bambino lo avranno preso in braccio
- pensa - e l'angoscia si mescola alla tenerezza.
Poi arriva il crepuscolo e tutto si trasforma. La pace
domestica, che per un momento hanno visto nelle case
prussiane, la grazia dei giardinetti e dei frutteti scompaiono
dagli occhi e dalla mente. La guerra va avanti ed 
ancora feroce, un'altra quotidianit occupa i loro gesti, i
pensieri cambiano direzione, ritorna la determinazione
ad arrivare fino in fondo, a non lasciare al nemico neppure
una minima possibilit di risollevarsi. I bombardamenti
riprendono e sono intensi e numerosi. Nelle
lunghe notti dell'autunno-inverno 1944, ogni aereo del
reggimento riesce a fare fino a sedici voli. Sono difficili
come quelli nella penisola di Taman e nel Caucaso perch
le streghe sono di nuovo vicino al mare e la nebbia
si alza fitta, impedendo di riconoscere gli obiettivi,
rendendo pi complicato partire e tornare negli aerodromi.
Talvolta i piccoli Polikarpov sono costretti ad atterrare
nei boschi perch prdono la rotta. Da quelle manovre
improvvise, pilote e navigatrici escono con braccia e
gambe rotte. Vengono recuperate dopo qualche ora dalle
loro compagne e spedite negli ospedali. Altre prendono
il loro posto e, instancabili, continuano a bombardare.
Dall'estate del 1944 la forza sovietica dispiega tutta la
sua potenza e la sua voglia di rivincita. Con l'operazione
Bragation -  questo il nome in codice che Iosif Stalin d
alla grande controffensiva in Bielorussia e nella Polonia
orientale - per le forze armate tedesche  la disfatta; in
termine di perdite umane, la pi pesante sconfitta della
Wehrmacht, superiore persino a quella subita a
Stalingrado.
Dalla Bielorussia alla Polonia, poi alla Prussia, i sovietici
non danno tregua al nemico, che tuttavia continua a
resistere. Le prove per il 588 sembrano non finire.
Quando nel febbraio 1945 la strategia del Cremlino prevede di
alleggerire il secondo fronte bielorusso e di potenziare il
terzo - che insieme al primo, deve penetrare sempre pi
in territorio nemico - il reggimento delle streghe  continuamente
impegnato.
In Prussia trovano la pioggia e il fango. Il decollo 
impossibile perch le ruote degli aerei scivolano e i Polikarpov
sono costretti a rimanere fermi fuori dalle piste
di lancio. Le salva l'inventiva di Sonja, l'ingegnera che il
regime aveva ingiustamente perseguitato e che era tornata
a lavorare con le sue compagne.  sua l'idea di costruire,
per il decollo e l'atterraggio, una pista di legno di
duecento metri per trenta.
Ancora una volta le nostre ragazze ce la fanno da sole,
lavorando con le mani e con i pochi mezzi a disposizione:
smontano capanne e recinti che trovano l attorno e, con
i legni ricavati, mettono su la corsia progettata da Sonja.
Quando l'hanno terminata, la guardano: assomiglia ad una
pista da ballo e in questo modo continuano a chiamarla.
Accanto alla corsia fabbricano delle piazzole, su cui
depositano gli aerei dopo averli sollevati uno per uno dal
fango. Aerei piccoli ma certo non leggeri. Ci si mettono
in tante: meccaniche, pilote, navigatrici, armiere. Dopo
un Uno, due, tre! Via! le mani fanno forza sui lati della
carlinga, la spingono in alto, la alzano quel tanto che
basta a tirarla fuori dal fango e a poggiarla sulle assi di
legno. Allora, ancora tutte insieme, senza distinzione di
ordine e grado, corrono a riempire le taniche di benzina
per rifornire i serbatoi. Infine le armiere piazzano le
bombe.
L'aereo  pronto per il decollo, ma a questo punto
comincia la parte pi difficile. Il Polikarpov deve partire
da una pista che  comunque corta; i motori, quindi,
devono raggiungere la massima potenza prima di arrivare
in fondo ai duecento metri della pedana. L'operazione 
rischiosa; se non riesce, se il piccolo aereo non ce la fa
ad alzarsi in volo prima del termine della pista, ostacola
il decollo degli altri. Tutto  affidato all'abilit e alla
fortuna.
Eccole di nuovo intorno all'aereo, questa volta sulla
pista da ballo. Irina si fa il segno della croce e molte la
seguono. Pilota e navigatrice entrano nella cabina, mettono
in moto il Polikarpov e attendono che i motori entrino
in piena funzione. Le altre lo tengono fermo: l'aereo non
deve muoversi finch i motori non hanno raggiunto la
massima potenza. Poi la comandante grida Via! e, a
quel segnale, le mani si staccano, il Polikarpov affronta la
pista e si leva in volo. Il tempo per un sospiro di sollievo,
un altro segno della croce, e si ricomincia. Per tutta la
notte, per tante notti.
Natal'ja guarda Irina con occhi sgomenti. Fra loro si capiscono
al volo. A pochi chilometri dal campo in cui sono atterrate
c' un gruppo di case divise da qualche staccionata
e da orti, giardini e viottoli. Le porte sono state sfondate,
all'interno le suppellettili sono in frantumi, con i mobili 
stato acceso il fuoco, le poche cose di valore - si intuisce -
sono state portate via. Quasi niente  rimasto come era.
Alle streghe cpita di arrivare nei villaggi prussiani
dopo i soldati sovietici. Allora, nei luoghi di cui hanno
ammirato la grazia e l'ordine, vedono solo distruzione
e sentono l'odore forte del legno bruciato. Per Irina 
insopportabile.  lo stesso puzzo che ha sentito quando
i tedeschi, ritirandosi da Taman, avevano incendiato
i campi e i vigneti e quando la Wehrmacht aveva ricostruito
a Krasnodar' le camere a gas nelle quali venivano
uccisi i deportati. La guerra si  capovolta, ma  rimasta
la stessa.
Per gli uomini dell'Armata Rossa - per i loro compagni -
l'ingresso in Prussia non  solo il momento della rivincita:
 anche quello della vendetta. Le case, che per le
ragazze del 46 Reggimento della Guardia sono oggetto
di ammirazione, motivo di amarezza e nostalgia, negli uomini
provocano ben altri terribili sentimenti e reazioni.
Prima di arrivare in terra tedesca hanno attraversato
i Paesi occupati fino a poco tempo prima dalla Wehrmacht
e hanno visto con i loro occhi la devastazione nemica.
Quando sono entrati nella Prussia orientale, sugli
alberi vicini al confine hanno trovato i cartelli scritti dai
prigionieri russi. Dicevano: Vendichiamoci. E loro
stanno obbedendo. Molti hanno in tasca i nomi e gli indirizzi
dei tedeschi che durante l'occupazione avevano
distrutto le loro case, ucciso e violentato. Ora vogliono
trovarli. Vogliono restituire la paura, l'orrore subiti dal
loro popolo, cos saccheggiano e bruciano le case abbandonate,
colpiscono tutti coloro che incontrano, stuprano
le donne dell'odiato nemico. Alla violenza si pu finalmente
rispondere con la violenza e questa - constatano
le streghe - aumenta di giorno in giorno, mentre ci si
avvicina alla capitale tedesca e la supremazia dell'Armata
Rossa in fatto di uomini e di armi diventa schiacciante.
Non c' da stupirsene. Il grido uccidi il tedesco,
lanciato dallo scrittore e poeta Il'ja Grigor'evich Erenburg
nei suoi articoli sulla guerra,  diventato la parola d'ordine
dei soldati entrati in Prussia.
Se hai ucciso un tedesco aveva scritto Erenburg su
Stella rossa, il quotidiano dell'esercito sovietico, uccidine
un altro. Nulla ci rende pi felici del cadavere di un
tedesco. Non contare i giorni, non contare le distanze,
conta solo questo: i tedeschi che ammazzi. Uccidi il nemico.
Questo ti chiede la tua vecchia madre. Uccidi il
nemico, questo ti chiedono i bambini. Uccidi il nemico,
questo ti chiede la patria. Non sottrarti, non tirarti indietro.
Uccidi.
Il veleno si  diffuso rapidamente ed ora non  facile
eliminarlo. Quando si era compreso quanto fosse dannosa
la propaganda, quando Stalin aveva emesso un ordine
in cui diceva che la popolazione dei Paesi occupati non
doveva essere soggetta a violenza, che le relazioni sessuali
con le donne dei territori liberati non erano permesse e
che gli stupratori sarebbero stati fucilati, era oramai difficile
porre qualunque argine. Le streghe, persino loro,
erano state avvertite: non dovevano andare in giro da
sole, anche loro rischiavano di essere aggredite. La violenza
sulle donne non conosceva confini.
Gli occhi di Irina diventano cupi come non li avevo mai
visti. Il tono della voce  intransigente, la condanna  senza
appello. In Prussia i soldati dell' Armata Rossa hanno
stuprato le donne del nemico. Si sono comportati come i
tedeschi in terra russa. Non  un'invenzione o un'esagerazione.
 inutile la dissertazione che per anni gli storici
hanno fatto sui numeri di quegli stupri. Io li ho visti con
i miei occhi e non lo dimentico ci dice. A settant'anni di
distanza,  ancora infuriata. Con gli uomini, col suo Paese,
con chi ha permesso che quei crimini fossero compiuti. Con
chi li ha giustificati.
...
Urla sul Baltico.

Chiasso, urla, spari squarciano all'improvviso il silenzio
grigio e piatto delle rive del Baltico. Irina si sveglia senza
capire bene quel che accade attorno a lei. Non  allarmata;
 insonnolita, ma intuisce che le grida non sono di
terrore e non segnalano alcun pericolo.
L'atmosfera negli ultimi giorni era stata dominata dalla
routine della guerra. Le streghe avevano continuato a
bombardare tutte le notti o quasi. Quella sera, invece, non
dovevano volare, cos erano rimaste a guardare il mare,
avevano bagnato per gioco i piedi nelle acque ancora fredde
del Baltico e poi si erano ritirate nei rifugi sulla riva in
attesa di nuove indicazioni. Nei giorni precedenti erano
arrivate nel cuore del Paese nemico, fino alla capitale.
Irina ha in mano una foto. Vediamo la porta di Brandeburgo
e sullo sfondo Berlino in rovina, a destra nel cielo grigio
vola un piccolo Polikarpov. Lo guidavano Natal'ja e Irina
Sebrova racconta, ma tutte noi avevamo sorvolato la
citt distrutta, ne avevano individuato i focolai di guerra,
i punti in cui ancora infuriava la battaglia. La resa era vicina,
la guerra stava finendo, ma non sapevamo quando.
Ed ecco un'altra fotografia. Questa volta c' la data: 7
maggio 1945. Ancora la porta di Brandeburgo, sotto, in
posa, con altri comandanti, c' Evdokija Bersanskaja.
Sorride, in divisa da parata.
Mentre si trovavano a Berlino, era sopraggiunto l'ordine
di andare al nord della Germania, con un compito preciso:
perlustrare la costa nei pressi di Amburgo e colpire
una fabbrica segreta in cui - si diceva - si producevano
missili speciali e potentissimi con i quali i tedeschi avrebbero
potuto tentare un colpo di coda e radere al suolo, in
pochi minuti, interi paesi.
Irina, a dire il vero, ne dubitava; la propaganda nazista
faceva spesso circolare voci di nuove armi segrete,
che avrebbero annientato l'Armata Rossa e gli alleati occidentali.
Il comando, tuttavia, aveva dato l'ordine; cos,
in lunghi voli di ricognizione, avevano osservato attentamente
il territorio, scoprendo il cantiere di una base
di lancio dall'aria abbandonata. Le coste erano deserte e
silenziose, non c'erano armi, non c'erano soldati, non si
sentiva volare un aereo.
Negli ultimi giorni Irina aveva avvertito un cambiamento,
una mutazione non facilmente descrivibile, eppure
concreta. La guerra, che continuavano a combattere,
non era pi quella di qualche mese prima quando avevano
bombardato in Polonia e nella Prussia orientale. Non
solo perch l'esercito sovietico era arrivato nel cuore del
Terzo Reich e la sconfitta definitiva pareva certa, ma perch
qualcosa si era modificato negli animi e nel rapporto
con il nemico. Il cambiamento si percepiva nell'aria, nelle
piccole esperienze quotidiane, negli umori, nelle reazioni
che ciascuno registrava negli altri e in se stesso, pur
nell'mbito di una vita militare che rimaneva dura e regolata
da priorit indiscutibili.
I tedeschi che s'incontravano nei paesi, per esempio,
non erano per niente aggressivi, la popolazione pareva
collaborativa e, perfino, gentile. Quando loro ragazze si
avventuravano nelle campagne e nei villaggi, Irina avvertiva
una minore ostilit, un'avversione pi contenuta,
una curiosit non sempre paralizzata dal timore. E loro
- le streghe - erano diventate meno guardinghe, meno
diffidenti. Forse un comune senso di stanchezza era prevalso
sull'odio per il nemico, oppure pi semplicemente
i tedeschi avevano capito di essere stati sconfitti e volevano
evitare motivi di scontro e di ulteriore, inutile,
sofferenza. Era possibile che il dolore prodotto dalla lunga
guerra avesse alla fine portato in tutti una saggezza dei
sentimenti, una maggiore disponibilit a comprendere il
dolore degli altri.
Solo qualche tempo prima, proprio mentre l'Armata
Rossa sferrava il suo attacco e la resa della Wehrmacht
era questione di giorni, un Polikarpov era caduto in un
campo. Era stato un incidente. In sguito a una violenta
per quanto tardiva nevicata, aveva deciso di atterrare e,
nel tentativo di raggiungere il suolo, si era scontrato con i
cavi elettrici, era precipitato e le pilote, ferite e prive di conoscenza,
erano rimaste incastrate nei rottami dell'aereo.
Sarebbero morte se il mattino successivo alcune donne
tedesche, che passavano con i loro bambini, non le avessero
estratte dai rottami e riconsegnate alle truppe russe.
Irina se n'era stupita, qualche mese prima non sarebbe
accaduto, il nemico le avrebbe lasciate l per odio o per
paura. O forse le avrebbe uccise.
Era anche accaduto che un giorno, mentre le streghe
preparavano il pranzo, alcuni tedeschi affamati si fossero
avvicinati per chiedere del cibo e loro glielo avessero
offerto, semplicemente, come se fosse normale e naturale
farlo. In quel momento non li avevano considerati nemici
e non avevano temuto alcuna trappola.
Ora esplodono quelle grida, quel baccano senza ragione.
Irina esce dalla baracca, in cui si  sistemata con
il resto dello staff, e intuisce che le voci vengono dalla
costruzione di legno di fronte, dove dorme il resto del
reggimento. Vede le ragazze - pilote, navigatrici, meccaniche,
armiere - uscire dalla baracca seminude, vede
razzi colorati che attraversano il cielo. E abbracci e baci e
un'euforia, una gioia incomprensibili.
A Irina si avvicina correndo Marja, una giovane armiera
grande e grossa, capace di alzare da terra decine
di chili, che per tre anni aveva sistemato le pesantissime
bombe sotto le ali dei Polikarpov. In genere  silenziosa,
composta, disciplinata, addirittura - come la definiscono
le sue compagne - un po' musona. Ora pare aver dimenticato
qualunque gerarchia, abbandonato ogni controllo.
Abbraccia Irina, la solleva da terra e le urla: La guerra 
finita! Allora, in tutto quel chiasso, Irina ed Evdokija riescono
a distinguere le parole, a capire le ragioni dell'incontenibile
esplosione di gioia che, in un attimo, contagia
anche il gruppo di comando: la Germania ha firmato la
resa.  la pace.
Nei minuti successivi, in un clima di entusiasmo e di
eccitazione, la notizia si precisa: dopo la morte di Hitler,
avvenuta qualche giorno prima, i nazisti hanno capitolato;
il lungo conflitto cominciato nel giugno del 1941 
finito, l'Armata Rossa ce l'ha fatta. Loro ce l'hanno fatta.
L'annuncio non  ufficiale, ma la notizia  certa. La responsabile
delle comunicazioni del reggimento, l'unica
che possiede una radio - anche il comandante e lo staff
ne sono privi - l'aveva appresa solo qualche minuto prima.
La pace era stata firmata a mezzanotte: l'8 maggio
per l'Europa, gi il 9 per l'ora di Mosca.
 il momento di festeggiare, di preparare una lunga tavolata,
con una cena come non se ne vedeva da tempo, di
non lesinare sul cibo e sulla vodka. Arrivano anche gli uomini
degli stormi accampati poco lontano dalle baracche
delle streghe, che vengono accolti con cameratesca allegria.
Con la fine della guerra, termina, senza bisogno di parole,
la separazione ed anche l'ostile competizione tra loro.
In realt il separatismo delle streghe aveva gi registrato
qualche crepa nei mesi precedenti. E la prova inequivocabile
arriva qualche giorno dopo, quando il Reggimento
della Guardia viene trasferito ad Alt Rehse per un
periodo di riposo.  qui che vengono organizzati i festeggiamenti
ufficiali ai quali partecipano gli stormi maschili,
gli alti gradi dell'aviazione ed addirittura Konstantin
Konstantinovich Rokossovskij, uno dei generali che aveva
accerchiato le truppe tedesche nella sacca di Stalingrado,
aveva gestito il comando del fronte bielorusso ed era entrato
in Prussia occupando Danzica e Stettino.
Mentre si canta, si balla e le razioni di vodka superano
di gran lunga il consentito, mentre i comandanti propongono
continui brindisi alla vittoria, a Iosif Stalin, alla grande
patria sovietica, i discorsi diventano sempre pi trionfalistici
e decisamente retorici, ecco, proprio nel mezzo di
una festa militare e patriottica, nasce un bambino. Un bel
bambino, biondo, in buona salute, persino un po' grassoccio.
Anja, la madre, pilota del reggimento delle streghe,
aveva violato con tutta evidenza ogni disciplina militare
e non aveva tenuto conto della scelta separatista del suo
reggimento. Soprattutto, era riuscita a nascondere fino
a quel momento la gravidanza. Nessuno, neppure le sue
compagne, l'aveva sospettata. Ora che il bimbo  di fronte
a loro avvolto in fasce di fortuna, le streghe ricordano che
Anja vomitava spesso, eppure - questo lo rammenta bene
Irina - faceva il possibile per essere chiamata come pilota
di turno. E non voleva rinunciare a nessun volo, anzi, si
mostrava seccata quando, per qualche motivo, le veniva
ordinato di rimanere a terra. Nelle ultime settimane aveva
coperto almeno cento turni. A un certo punto era ingrassata
un po' troppo. E loro - lontane mille miglia dalla verit -
l'avevano obbligata a fare ginnastica. Se continuava a
prendere chili - le avevano detto - non sarebbe riuscita ad
entrare nella stretta cabina di un Polikarpov. Anja, obbediente,
aveva fatto gli esercizi che le avevano assegnato e
aveva continuato a volare ed a vomitare.
Ora Evdokija  imbarazzata. Per la prima volta, in
quattro anni di guerra, non sa come comportarsi. Non
 certo il caso di punire una puerpera, con il bambino
appena nato in braccio, dopo l'annuncio della vittoria e
della pace; non pu ricorrere alla disciplina militare di
fronte a quello che tutti salutano come un miracolo, per
non pu neppure congratularsi, mostrare la felicit - che
pure le si legge in faccia - se una pilota di un reggimento
di bombardiere infrange tutte le regole. Sulle norme
militari non si pu soprassedere neppure in una notte
di festa, neppure di fronte a un avvenimento inaspettato
e gioioso che tutti interpretano di buon auspicio. Cos
Evdokija e Irina si recano dal generale Versinin per riferire
l'accaduto. Non sanno da dove cominciare, si aspettano
una risposta severa, un ammonimento, forse una
punizione, pensano gi a come mitigarla, a come fare in
modo che Anja non ne sia immediatamente colpita. Non
si aspettano la risata fragorosa del generale. Non fate le
sciocche dice loro Versinin, Anja  un'eroina.  riuscita
a volare con il bambino in grembo. E ora che la guerra
 finita, dobbiamo decorarla, non rimproverarla.
La risposta del generale  una liberazione. Le streghe
cominciano a cucire fasce e camicette. Tutti - uomini e
donne - vanno a salutare il bambino biondo che riposa
tranquillo accanto alla mamma. Il nuovo nato  il primo
maschio del reggimento, il segno che, dopo la guerra,
tutto pu ricominciare.
Irina avrebbe molte cose da dire sui primi momenti straordinari
che seguono l'annuncio della fine della guerra e sulle
sue conseguenze immediate nella vita di ciascuno di loro.
Ma non le va di raccontare episodi che altre - ci dice - hanno
narrato meglio di lei. Possiamo leggere insieme che cosa ha
scritto la poetessa Natal'ja. Eleonora tradurr per me. Cos
anche lei ascolter il bel suono della lingua italiana - aggiunge -
mentre, golosa, scarta un cioccolatino.

Ad Alt Rehse si festeggiano le nozze di Masha, una delle
pilote del 588, con un suo collega del reggimento maschile.
La sala  piena di fiori, si susseguono brindisi, auguri,
canzoni.
 successo quel che era prevedibile. La guerra - racconta
Natal'ja - era piombata nelle loro vite e, come una
tempesta, ne aveva bloccato il corso, poi la tempesta si
era chetata e la vita, a poco a poco, era ricominciata. Le
ragazze della Raskova avevano saldato il loro debito con
la patria e ora meritavano di essere felici.
Subito dopo Masha, infatti, si sposano Katja, Larissa e
Irina Sebrova. Nella maggior parte dei casi le nozze sanciscono
legami che si erano stretti al fronte e che, fino a
quel momento, non si erano potuti vivere con pienezza.
Durante le nozze di Masha, Natal'ja ha ascoltato un dialogo
fra Evdokija e il comandante maggiore dello stormo
maschile di bombardieri leggeri, Bocarov, che le siede
accanto. Fra i due c' simpatia e, durante il conflitto, c'
stata collaborazione, ora sono visibilmente molto allegri.
Il nostro reggimento dice ridendo Bocarov a Evdokija,
ha ridotto le file del vostro. Evdokija lo ascolta, come
al solito calma, ma questa volta pi sorridente e disponibile
allo scherzo. Il maggiore la guarda con malizia e
comincia un conto con le dita della mano: I miei Pljats,
Michail e Leonid si sono presi due delle vostre eroine,
la Gaseva e la Aronova. Nikolaj Zitov vi ha rapito Raja
Jusina. Il mio Akimov si  preso Zoja Parfnova. Semirecenskij
vi ha portato via la Chudjakova, e Rosin la Burzaeva...
Altro che separatismo! Ride di cuore, Bocarov,
elencando i flirt, i fidanzamenti, gli amori nati fra i due
reggimenti, gli piace poter finalmente provocare quella
collega cos austera, che durante la guerra  stata cordiale
ma tenendolo sempre a distanza.
Questa volta Evdokija accetta lo scherzo. S, ha ragione
risponde, ma  proprio sicuro che le cose siano
andate cos? Chi pu dire davvero chi ha preso chi, quale
reggimento ha sottratto forze all'altro?
Ora  la comandante delle streghe a ridere e, mentre
guarda il maggiore negli occhi e tocca il suo bicchiere
per un brindisi, aggiunge: Credo che nessuno di loro
comander sull'altro. Sono cresciuti al fronte e, in tempo
di guerra, si sono abituati a collaborare nella parit.
La competizione fino ad allora silenziosa fra Evdokija
e il comandante maggiore Bocarov durante le nozze di
Masha diventa allegra e, senza che nessuno dei due se ne
renda pienamente conto, pi intima. Si sposeranno qualche
mese dopo.
...
Donne inutili.

La mattina fa una lunga passeggiata, il pomeriggio si
chiude nella piccola casa che le  stata assegnata e, per
qualche ora, esamina le carte del reggimento. Dopo l'annuncio
della pace, Irina con un paio di compagne  rimasta
a Schweidnitz, una piccola citt polacca che era stata
tedesca, mentre le altre streghe, allegre ed in festa, sono
tornate nella capitale per partecipare alla grande parata
della vittoria voluta da Stalin e organizzata dai generali
vincitori Zukov e Rokossovskij. Il 24 giugno 1945 anche
il 46 Reggimento della Guardia  presente sulla piazza
Rossa. Non si  mai vista una parata cos grandiosa.
Irina  rimasta per custodire le carte e la bandiera del
reggimento. Nei documenti sono contenuti i loro anni di
guerra: volo per volo, ora per ora, notte per notte, citt per
citt, bomba per bomba. Hanno fatto 23000 voli, 1100
notti di combattimento. Una documentazione precisa:
nomi, presenze ed assenze, e poi note di merito, segnalazioni.
Pilote, armiere, navigatrici, meccaniche: Irina conosce
tutti i nomi e i volti. Guarda la scheda di Irina Sebrova,
1100 uscite, una strega da record. Quella di Polina: fino a
dieci voli nella stessa notte. E Natal'ja, la sua cara Natal'ja,
di voli ne aveva fatti 980. Sono tanti i riconoscimenti, le
onorificenze: nel Reggimento della Guardia ci sono ventitr
eroine dell'Unione Sovietica, anche se quel titolo 
stato loro concesso solo dopo un numero di missioni ben
superiore a quello degli stormi maschili.
Nelle carte, che ogni giorno esamina e controlla, c'
la vita di tutte e la fine di alcune; troppe di loro non ci
sono pi, sono sparite nel cielo. Sono morte in trentadue.
Nessuno - pensa Irina - potr dire che la guerra abbia
fatto sconti alle donne. Anche sul numero delle cadute in
battaglia  stata raggiunta la parit.
Lei ricorda e attende. Un giorno scriver tutto, racconter
la guerra e le mie compagne promette a se stessa.
Nel periodo di congedo a Schweidnitz, a tutte era
stato concesso di invitare la famiglia per festeggiare la
fine della guerra. Irina, per la prima volta, si era sentita
sola; non aveva marito n fidanzato, da mesi non sapeva
pi nulla di Dmitrij. Cos era andata al comando e aveva
chiesto di invitare la sua mamma. Permesso accordato.
La madre di Irina, che non aveva mai volato n viaggiato
fuori dal suo Paese, aveva raggiunto la figlia entusiasta e
insieme avevano visitato la Polonia, la Cecoslovacchia e
la Germania. L'Unione Sovietica vincitrice sembra non
rifiutare nulla ai figli e alle figlie che avevano combattuto
ed erano riusciti a sopravvivere.
Poi per Irina comincia il tempo vuoto dell'attesa, i
giorni in cui il futuro appare nebuloso e sospeso e pochi
e formali obblighi sostituiscono le tensioni e le paure della
battaglia.
Aspetta che le dicano che cosa avverr del reggimento
delle streghe, quale futuro aspetti lei e le sue compagne;
in realt, anche se non ne parla, ha gi capito tutto.
Le decisioni sulle donne combattenti sono gi state
prese. Le ha anticipate Michail Kalinin, presidente del
Presidium del Soviet Supremo, solo due mesi dopo la
fine del conflitto, al raduno di un gruppo di donne militari
che, come si dice in gergo, stavano per essere
smobilitate.
Kalinin si era rivolto a loro con toni garbati, gentili,
riconoscenti. Oltre a tante altre cose che avete fatto aveva
detto, ce n' una che voglio ricordare. L'eguaglianza
per le donne  esistita nel nostro Paese fin dai primi giorni
della Rivoluzione di ottobre. Ma voi l'avete conquistata
in un altro campo: nella difesa della vostra patria, armi
in pugno. Avete conquistato uguali diritti in un campo
nel quale prima non avevate avuto alcun ruolo diretto.
La patria - aveva precisato il presidente del Soviet Supremo -
era loro riconoscente e le ringraziava per il duro
sacrificio. Poi aveva aggiunto con diplomatica cortesia:
Permettetemi, dall'alto dell'esperienza maturata negli
anni, di dirvi: non datevi arie nel vostro futuro lavoro,
non parlate dei servizi che avete reso, lasciate che siano
gli altri a farlo per voi. Sar meglio. Le donne - questo
il consiglio - dovevano al pi presto mettere da parte il
recente passato di combattenti. Dimenticarlo.
Non erano le sole a doverlo fare; il presidente della
Repubblica dei Soviet chiedeva a tutti di cancellare quel
che la nazione era stata obbligata ad accettare durante il
conflitto: famiglie abbandonate dalle madri e dalle mogli
che non avevano potuto occuparsi del marito e dei figli,
uomini costretti a condividere con le donne i pericoli e
le glorie di una guerra che fino allora era stata solo loro.
Era arrivato il momento di mettere da parte un'esperienza
eccezionale e dolorosa per tutti, ora le combattenti
avevano un nuovo compito: servire la patria come mogli
e come madri nonch - ovviamente - come forza lavoro
nei tanti luoghi della produzione che la guerra aveva privato
di uomini.
Nello Stato socialista, dopo la vittoria e nella nuova
ra di pace, c'era bisogno di far crescere natalit e produzione.
Gli uomini avevano bisogno di ritrovare una moglie,
una casa, una famiglia. I ruoli andavano ripristinati
e ricostruiti. Alla donna sovietica si proponeva una parit
sul lavoro che non cancellasse i compiti antichi nella famiglia,
ma li affiancasse e li esaltasse.
Naturalmente, al termine della guerra, nessuno dice
alle donne che non possono continuare a volare o rimanere
nell'esercito perch non sono capaci di assolvere i
compiti richiesti.  impossibile disconoscere l'eroismo
mostrato sul campo e rappresentato dalle tante medaglie
sulle uniformi; poi  dannoso per la stessa immagine del
Paese socialista rinnegare il loro ruolo patriottico. Cos,
sono rimandate indietro con affetto, rispetto e paternalistica
protezione. Si dice che hanno gi dato tanto, che la
patria non vuole che si affatichino ancora in compiti che
sono stati - ed  bene che tornino a essere - degli uomini.
Insomma - questo  ci che vogliono trasmettere le
autorit - la guerra con il suo dolore ed il suo disordine 
stata una parentesi; la pace, finalmente raggiunta, ricondurr
la vita al suo ordine naturale.
Non  difficile convincerle. La falsa certezza di una
raggiunta eguaglianza rende agli occhi delle donne la
proposta dei dirigenti sovietici semplice, coerente e perfino
gentile. La gioia per la vittoria, la soddisfazione per
quello che si  compiuto, la stanchezza, il desiderio di
tornare alla quotidianit offuscano la reale comprensione
di quel che nelle parole dei vertici dello Stato stride,
mostra ambiguit, indica doppiezza. La necessit di ricostruire
un Paese distrutto e le nuove e diverse priorit del
tempo di pace vincono su ogni possibile rivendicazione.
Avviene cos che nessuno indaghi sul senso profondo
e intimamente discriminatorio delle parole di Kalinin e
della decisione del gruppo dirigente sovietico.
A Irina, invece, quel discorso non piace fin dal primo
momento. Certo, anche lei vuole tornare alla vita normale
- forse riprendere a studiare e poi, chiss, sposarsi e avere
dei bambini - ma l'esperienza di quegli anni di guerra
tutti al femminile l'ha dotata di uno sguardo differente.
Sola tra le sue compagne, intuisce il vero significato delle
parole del presidente del Soviet Supremo, comprende la
discriminazione contenuta nel suo discorso,  consapevole
- la guerra le ha insegnato a essere realista - che il
futuro sar quello deciso dai capi. Lei, per, pu dire la
sua, pu proteggere il passato, fare in modo che il ricordo
degli anni in cui le sue compagne hanno combattuto
contro il nemico non sia consegnato all'oblio. Pu conservare
i documenti e la bandiera del reggimento delle
streghe fino a quando passeranno nelle mani pi sicure
della Storia. L'ha fatto fino a quel momento, portandoli
da un aeroporto all'altro, da un lato all'altro del fronte, e
ora decide di farlo fino alla fine.
C' una domanda alla quale i vertici dello Stato e
dell'esercito oppongono un imbarazzato silenzio: che
cosa avverr del glorioso Reggimento della Guardia,
quando tutte loro saranno tornate a casa? Si possono
mandare a casa le singole combattenti, ma non azzerare il
loro corpo militare, il nome, le onorificenze. Il reggimento
delle streghe potrebbe rimanere parte dell'aviazione
anche in tempo di pace perch nuove leve - almeno in
teoria - potrebbero occupare il posto delle vecchie aviatrici.
Altre donne? Impossibile, a quanto pare l'eccezione
si  conclusa con la fine dell'emergenza. Subentreranno
allora degli uomini? Avverr quello che per gli anni di
guerra le streghe avevano impedito con perseveranza e
orgoglio? Non pu essere. La loro esperienza e la loro
storia - decidono insieme - non devono essere consegnate
a nessun altro, il reggimento deve rimanere com'
stato fino a quel momento: solo femminile. E allora, a chi
lasciare la bandiera del 46 Reggimento della Guardia?
Il 15 ottobre 1945 Evdokija Bersanskaja riunisce le
ragazze e legge l'ordine di scioglimento. Molte non riescono
a trattenere le lacrime. Irina si impone di dominare
ogni emozione: lei ha un compito preciso che altre, di
comune accordo, le hanno affidato. Cos chiude in una
scatola la bandiera, i timbri, i documenti dei voli, il piccolo
archivio di cui  stata custode, controlla che ogni
cosa sia in ordine, poi va a Mosca e consegna la scatola al
Museo dell'Armata Rossa dichiarando, in questo modo,
senza parole, conclusa la loro epica esperienza. Nessuno
si oppone: nella Storia rimarranno un reggimento di sole
donne, il reggimento delle streghe.
In sguito, Irina non  mai andata al Museo dell'Armata
Rossa, non ha mai visto com' stata organizzata la parte
riservata al Reggimento della Guardia, in che modo sono
stati ordinati ed esposti i documenti da lei gelosamente
conservati. Non m'interessa ci dice con piglio secco
e deciso, ostentando un distacco strano in una donna che
per anni, in libri, articoli, incontri, ha lavorato per tenere
vivo il ricordo delle sue compagne. Capisco che non devo
insistere, che devo evitare di indagare sui motivi di quel
suo apparente disinteresse. C' un'amarezza evidente nelle
sue parole, c' un dolore di cui non vuol dare spiegazione.
Intuisco che lo devo rispettare.
Sono curiosa, per, di vedere che cosa  rimasto del glorioso
passato delle streghe ed il giorno dopo Eleonora ed io
andiamo in via Sovetskoj Armii, al grande Museo dell'Armata
Rossa, per vedere come e dove la nuova Russia ha
collocato il reggimento di Irina.
Superata la scalinata, dominata ai lati da due enormi
carri armati, dobbiamo chiedere pi volte informazioni e,
ad onor del vero, il personale del Museo, alla nostra richiesta,
non mostra alcuno stupore: tutti sanno chi sono le
streghe.
Eppure trovarle non  facile. Le sale del museo, com'
ovvio, esaltano la potenza militare a cui i russi, come si sa,
sono particolarmente sensibili. Basta uno sguardo per capire
che  molto visitato.  sabato, ci sono le scolaresche con
gli insegnanti, famiglie intere che portano i figli a conoscere
la storia del loro Paese ed ad ammirare medaglie, plastici,
aerei, uniformi, missili, proiettili. Grandi video propongono
parate, discorsi e panoramiche della piazza Rossa invasa
da uniformi, carri armati, cannoni. Si susseguono le
immagini di Lenin, quelle di Stalin sorridente e gioviale
che saluta i soldati, e poi quelle dei pluridecorati generali
e di una nomenklatura compiacente e soddisfatta. Tutto,
insomma, secondo copione.
Le streghe, malgrado le indicazioni precise, riusciamo a
trovarle con grande fatica. In realt, al reggimento 588 
dedicato lo spazio di una teca e di due bandiere. Nella teca
qualche foto, fra cui quella di Marina Raskova, un paio di
occhiali da pilota, una bussola, alcuni documenti, medaglie.
Non  facile individuarlo.  una teca anonima, solo
la bandiera del 46 Reggimento della Guardia ci fa capire
che siamo di fronte alla sua memoria. Che sia stato un
reggimento solo femminile non si arguisce in nessun modo.
Anche nel Museo dell'Armata Rossa - dobbiamo constatare -
l'eguaglianza livellatrice ha avuto la meglio su una
esperienza unica e diversa. E, infatti, nessuno si ferma a
guardare una teca uguale a tante altre. Sia per i grandi sia
per i piccoli visitatori, l'enorme missile, che si erge in tutta
la sua potenza occupando la stanza centrale,  di gran lunga
pi affascinante.
...
Aspettando Dmitrij.

Finch rischiavo di morire, ero adatta all'aviazione ed alla
vita militare. Ora, con la pace, non hanno pi bisogno di
me. Irina e la madre sono sedute nella cucina della casa
dello zio, dove la strega  tornata ad abitare. La guerra 
finita solo da qualche mese ma Irina  gi molto diversa
dalla giovane donna che, in divisa, saliva su un Polikarpov,
organizzava i voli del reggimento e attendeva con gli occhi
al cielo e il cuore in subbuglio il ritorno delle amiche.
Indossa una gonna e un golf che la madre ha lavorato ai
ferri; i capelli scuri, che sono rimasti corti, cadono intorno
al viso in modo impercettibilmente pi femminile, ma 
soprattutto lo sguardo a essere cambiato: meno deciso,
pi interrogativo, mutevole, e di tanto in tanto, istintivamente
diffidente. Come se la pace e l'ambiente casalingo,
lungi dal tranquillizzarla, l'avessero resa meno sicura.
Racconta alla mamma che quella mattina, mentre
camminava per le strade di Mosca - una passeggiata senza
meta, come le capitava spesso in quel periodo -, aveva
deciso di prendere la metropolitana e di scendere alla
stazione Dinamo. Era stata guidata da un pensiero che
aveva preso forma nei giorni di riposo forzato, e che poi
si era progressivamente consolidato: avrebbe potuto tornare
all'Accademia Zukovskij, chiedere all'aviazione di
rimanere una militare e di continuare a volare. La guerra
era finita, ma la difesa della patria era necessaria, i nemici
c'erano ancora, anche se non erano gli stessi che avevano
combattuto negli anni precedenti. Lei sapeva di essere
diventata molto esperta e pronta ad impegnarsi di nuovo.
Com'era avvenuto qualche anno prima, si era diretta
dalla fermata della metropolitana verso la prestigiosa Accademia;
qui erano stati cordiali e affettuosi - conoscevano
bene le imprese delle streghe e, tuttavia - racconta
depressa e arrabbiata a sua madre -, le avevano risposto
con un rispettoso e deciso no. Sapevano quel che aveva
fatto per la Russia ma, per fortuna, non c'era pi bisogno
che le donne sacrificassero la loro vita nell'aviazione; il
tempo dell'emergenza era passato, Irina poteva dimenticare
la fatica e le brutture sopportate negli anni della
guerra e costruire una nuova vita.
La strega si sente offesa. La verit - spiega stizzita
alla madre -  che gli uomini della patria socialista non
vogliono pi donne nei ruoli che hanno avuto durante
la guerra. Anche se hanno combattuto in modo straordinario,
anche se molti le hanno elogiate, anche se
sono state insignite della pi importante onorificenza,
si preferisce che tornino al loro posto. Neanche il Geroj
Sovetskogo Sojuza il titolo di eroina dell'Unione Sovietica,
che nel suo reggimento avevano ricevuto in tante,
ha alcun valore.
Irina si sente abbandonata, il suo futuro appare incerto.
Ogni giorno pensa con tristezza che lei sa fare solo la
guerra: attaccare il nemico, difendersi, volare, organizzarsi,
bombardare, impartire ordini, riceverli. Dopo gli
anni al fronte, gli studi di fisica sono belli e dimenticati e
le sue passioni, il teatro innanzitutto, sono state messe da
parte. E ora? A Mosca c' sua madre, povera come l'aveva
lasciata: con lo stipendio da insegnante ha a stento
di che vivere e non pu certo mantenerla a lungo. Ogni
giorno possono concedersi una zuppa di cavoli e qualche
fettina di salame. Niente di pi.
Quando pensa alla vita passata - e ci pensa spesso -
si rende conto di un paradosso: durante la guerra
era stata dura e terribile ma in fin dei conti pi facile. In
quegli anni aveva avuto tutto o quasi, cibo, vestiti, orari,
compiti, amiche, superiori e, soprattutto, un ruolo e un
progetto cui dedicarsi. Ora la quotidianit senza guerra
contiene problemi che non aveva supposto, anche le cose
pi semplici sono cambiate.  stato difficile rimettere gli
abiti di una volta, quelli ai quali durante il conflitto aveva
rinunciato. Si era abituata a pantaloni sformati, stivali al
ginocchio, cinturoni e cappelli da uomo; ora nei vestiti da
ragazza non  a suo agio, le gonne sono scomode, non sa
che fare delle sue gambe scoperte, il paio di scarpe nuove
che la madre le ha fatto trovare e che hanno persino
un po' di tacco, pare non appartengano ai suoi piedi. Di
denaro, ne possiede poco, ma si accorge di non essere
pi abituata a pagare. Al fronte tutto le era fornito, non
aveva maneggiato banconote, solo documenti e moduli;
non sa nemmeno dove mettere quelle poche monete che
qualche volta le cpita di avere.
Irina prova a camminare per le strade di Mosca, cerca
di rintracciare le compagne, torna all'universit, nel giardino
accanto alla statua di Lomonosov dove un tempo
dava appuntamento ai suoi amici, s'informa dei corsi di
fisica. Poi rincasa nella stanza che divide con sua madre
e nella solitudine trova ancora una volta conforto come
quando era al fronte, scrivendo al suo amico immaginario.
Il ritorno alla pace mi fa paura gli confessa.
Aspetta il buio con apprensione: fino a qualche mese
prima segnava l'inizio della battaglia, mentre le ore del
giorno erano dell'attesa e della preparazione. Le streghe
vivevano la notte, quando montavano sui loro aerei e cominciavano
a volare. Quante volte al fronte aveva pensato:
quando questa maledetta guerra sar finita, chiuder
gli occhi col buio e, almeno le prime settimane, rimarr
sotto le coperte fino a quando ogni traccia di sonno sar
scomparsa e finalmente le notti saranno notti e i giorni
torneranno giorni.
Scopre invece che i ritmi della guerra vincono ancora:
la mattina, all'improvviso e senza motivo, le cpita
di essere stanchissima e le basta sedersi per crollare in
un sonno buio e profondo. Quando torna all'universit,
provando a seguire qualche lezione di fisica per vedere
che cosa ricorda e se pu ricominciare a studiare, dopo
qualche minuto la testa ciondola e, sotto gli occhi allibiti
dei compagni e dei professori, deve appoggiarla sul
banco. Capisce subito che non  pi in grado di studiare
fisica come in passato, che deve ricominciare in un altro
modo, che ha bisogno di aiuto.
La notte non c' riposo, ritorna la guerra con i suoi rumori,
i suoi odori, le sue paure. Irina ha un sogno ricorrente:
deve trasferirsi in fretta, molto in fretta, da una base
aerea all'altra, e l'ansia le attanaglia lo stomaco perch sa
che il nemico sta arrivando, anzi  vicino. Deve dare l'allarme,
chiamare le ragazze, organizzare la partenza, portare
via aerei, auto, bombe, benzina, ma le manca la voce, non
riesce a dare gli ordini. Poi si accorge che non ci sono le
auto necessarie al trasferimento, trova nel campo, accanto
a un Polikarpov, due bambini abbandonati e non sa che
cosa farne di loro. Si sveglia con le mani tremanti, il respiro
affannoso, il cuore impazzito: il silenzio notturno di Mosca
le sembra minaccioso come i cieli del Caucaso.
Ha raccontato il sogno a Natal'ja, che abita anche lei
a Mosca e le  rimasta amica. Natal'ja ha sorriso e le ha
detto di non preoccuparsi, non  la sola a temere l'arrivo
della notte, cpita anche a lei continuamente, ma per
fortuna ha aggiunto ironica, le mie sono visioni luminose,
splendenti. I raggi dei proiettori mi colpiscono il
viso, attorno a me c' il fuoco violento e accecante degli
aerei in fiamme.
Irina scrive ancora al suo amico immaginario: Mosca
ha buttato all'aria tutto quanto avevo costruito dentro di
me in questi anni nell'esercito. Mi ha restituito la vecchia
vita, ha cercato di fare di me quello che ero una volta, ma
c' riuscita solo in parte, perch  impossibile che torni a
essere quella che ero... Cinque anni della mia vita sono
passati. Sono rimasti ricordi caldi e luminosi e, per me,
vitali e importanti. Addio anni miei, miei pensieri, amiche
mie, addio, proviamo a iniziare di nuovo, come si
deve, secondo le regole, come una volta.
Affido a te - conclude Irina - la ragazzina del passato
che non sapeva quel che voleva. Oggi so quel che voglio:
la pace, Mosca e l'amore.
Per il momento ha trovato Mosca e la pace. Per l'amore
dovr aspettare, ma solo per poco.
Un giorno incontra Dmitrij.
Ce lo racconta all'improvviso, alla fine di una delle nostre
visite, prima del rito del commiato. Quando stiamo
per andare via, la strega si alza dal letto-divano, prende il
bastone ed arriva fino alla fine del corridoio dove, in un minuscolo
ingresso, lasciamo abitualmente cappotti, cappelli
e scarpe. Qui c' anche uno sgabello dove lei - facendo
sempre gli stessi gesti - si siede ed assiste alla complessa
vestizione cui l'inverno di Mosca obbliga le sue ospiti. Sar
anche - come dicono - un inverno meno gelido degli altri
anni, ma  sera, c' qualche grado sotto lo zero e noi nella
vestizione siamo particolarmente goffe e lente. Ci togliamo
le ciabatte che ci ha prestato perch non portassimo la fanghiglia
gelata in casa e infiliamo le nostre scarpe pesanti, il
golf di rinforzo, il cappotto, la sciarpa, il cappello. Irina ci
osserva divertita, ogni tanto nello sguardo balena un'allegra
ironia: il nostro rapporto con il freddo russo la diverte.
Ci vediamo domani - dice - alla stessa ora. he pare di averci
raccontato gi tutto, ma se vogliamo... Certo ci farebbe
piacere - rispondiamo - ci sono ancora cose in sospeso: lei
subito dopo la guerra  diventata una fisica importante, ha
avuto un marito, due figli...
Allora la strega dimentica che siamo nell'angusto spazio
dell'ingresso, che lei  seduta su uno scomodo sgabello che
noi, in piedi, siamo gi imbacuccate nei nostri cappotti, con
la sciarpa stretta al collo, scorda che il registratore  spento
e dentro una borsa, cos come il quaderno degli appunti e
ricomincia a raccontare.
Rivede il suo vecchio amico in uno dei primi giorni del
1946 all'universit, s proprio in una di quelle aule della
Lomonosov che avevano entrambi lasciato oltre quattro
anni prima. Anche lui aveva ripreso a studiare fisica, Irina
sapeva e sperava di incontrarlo. Dopo la lezione decidono
di andare a fare una passeggiata in un bosco vicino a Mosca.
Avevano camminato tanto in quei primi mesi di guerra,
attraversando la citt da una parte all'altra, e adesso,
contrariamente ad allora, possono anche avventurarsi un
po' fuori. Dmitrij non  cambiato, la guerra non ha modificato
lo sguardo che  sempre calmo, non ha rovinato la
sensibilit del suo carattere, la gentilezza dei suoi modi.
Parlano di Michail, il vecchio amico che non vedono da
tanto perch  stato mandato in carcere per tre anni. Ne
sono addolorati, ma lo avevano previsto e temuto, era inevitabile
che le sue idee fossero considerate eversive e disfattiste
e che la Lubjanka prima o poi intervenisse. Parlano
della guerra. Nessuno dei due rivela i sentimenti che hanno
provato prima dipartire, nessuno dice quanto l'altro sia
stato presente nei suoi pensieri.
Nel bosco Dmitrij la bacia e Irina non se ne stupisce.
Sapeva che sarebbe accaduto. Cos gli prende la mano e,
quando tornano in citt, lo presenta alla mamma dicendo
semplicemente: Mi sposo.
...
Anche le streghe muoiono.

Di fronte al teatro Bol'soj c' un piccolo giardino. D'inverno
si stenta a riconoscerlo, sommerso dalla neve e dal
ghiaccio; in primavera si riempie di fiori, a maggio  coloratissimo.
 qui che, dopo la fine della guerra, ogni anno
- nel secondo giorno del mese che segna in Russia l'inizio
della stagione mite, sette giorni prima dell'anniversario
della vittoria della Grande guerra patriottica - s'incontrano
le streghe.
 il nostro ultimo appuntamento, il giorno dopo Eleonora
e io torneremo a Roma. Nella casa di via Leninskie Gory
continueranno le visite degli studenti e dei docenti della vicina
universit, Irina continuer ad occuparsi delle sue compagne
e della loro memoria anche se molti anni - ammette
con rimpianto - ormai sono passati e non  sempre facile
tenere vivo il ricordo nelle nuove generazioni.
Nei mesi iniziali del conflitto ci racconta, quando
ancora combattevamo nel Caucaso nei pressi del fiume Terek,
Anja Elenina, la responsabile operativa dello staff che
lavorava con me, mi fece una confessione: "Quando finir
la guerra, sar un giorno felice, ma io rimpianger il nostro
reggimento, le ragazze, il lavoro fatto insieme, i canti,
l'amicizia... " Rimasi stupita da quelle parole. Erano vere,
ma suonavano strane in bocca ad Anja, un donnone alto e
forte che, a qualche metro di distanza, si poteva scambiare
per un uomo, instancabile nel suo lavoro e poco propensa
ai rimpianti sentimentali.
Anja aveva ragione: gi nei primi mesi di guerra nel
nostro gruppo era nata un'amicizia e una solidariet che
si rinforzavano ogni giorno. Con la fine del conflitto le
streghe sarebbero tornate alla loro vita, alle loro famiglie,
si sarebbero disperse nel territorio del loro immenso Paese,
forse non si sarebbero pi viste e questo ci dispiaceva.
Anch'io provai una stretta al cuore ma, come avrete capito,
mi piace risolvere i problemi e allora ebbi un'idea e la comunicai
subito ad Anja. Quando fosse arrivata la pace, le
streghe avrebbero continuato a incontrarsi, una volta l'anno,
in un giorno di primavera, alla fine del grande freddo,
solo per stare di nuovo insieme come nel Reggimento della
Guardia. Ecco, si sarebbero ritrovate ogni anno a maggio,
il 2 maggio. Anja ne fu contenta. " una bella idea" disse
sorridendomi prima di correre a controllare che fosse arrivato
il carico di benzina.
Erano ancora giovani quando si erano riviste per la prima
volta in tempo di pace. Alcune si erano fatte ricrescere la
treccia, altre avevano mantenuto un taglio corto. Tutte
esibivano le loro divise e le loro medaglie. Poi, nei giardini
del Bol'soj, si erano incontrate signore pi mature con
una professione e con figli; negli ultimi anni donne anziane
con gli occhi lucidi dall'emozione di ritrovarsi ancora
e di poter ricordare insieme.  difficile che qualcuna
rinunci all'appuntamento proposto da Irina e deciso da
tutte alla fine del conflitto, quando il loro reggimento era
stato smobilitato.
Ogni anno qualcuna manca: anche le streghe invecchiano
e muoiono. Chi  rimasto le ricorda con affetto e,
anche in loro nome, rinnova il rito. Non sono mai sole: ci
sono i figli, i nipoti e chiunque voglia celebrare il passato
e festeggiare l'amicizia. Nel giardino fiorito si leggono
poesie e lettere di chi non ce l'ha fatta a venire, si ricorda
chi  scomparsa, si cantano le melodie tristi della guerra
e quelle pi allegre della giovinezza. E, naturalmente,
come in ogni festa che si rispetti, si va poi a pranzo tutti
insieme e si brinda al passato e al presente.
Irina, andr quest'anno all'incontro nei giardini del
Bol'soj? Dopo aver fatto la domanda mi mordo la lingua.
Sono una stupida, il mio  un quesito senza senso. So che
Irina  l'ultima strega ancora in vita, vedo con i miei occhi
che non  in grado di muoversi dalla sua stanza. Ver fortuna
lei non  turbata e risponde con la tranquillit di chi ha
accettato da tempo che le cose, anche quelle cui si tiene di
pi, finiscano. Quest'anno mi dice, non ci sar nessuna
celebrazione. Che senso avrebbe? Le mie compagne non ci
sono pi. Sono rimasta sola.
Irina  morta un giorno di settembre. L'ho appreso da un
necrologio del Guardian e ne sono rimasta colpita e addolorata.
Nei mesi precedenti era entrata nella mia vita;
dopo il soggiorno a Mosca e i lunghi pomeriggi d'inverno
passati insieme, anche a Roma avevo trascorso molte
ore in sua compagnia, leggendo quello che aveva scritto e
quello che altri avevano detto di lei, riascoltando le registrazioni
delle nostre conversazioni nell'appartamento di
via Leninskie Gory, guardando le sue foto e quelle delle
sue compagne. Eleonora, instancabile, mi aveva tradotto
testi, lettere, diari e aveva ripercorso con me gli incontri,
i racconti, le chiacchiere. Avevamo rivissuto molte volte
la sorpresa dei pomeriggi passati con la strega e avevamo
ricordato la sua vitalit, il suo umorismo, la sua voglia di
raccontare. E le emozioni che i suoi racconti ci avevano
regalato. Giorno per giorno avevamo cercato di ricostruire
la sua vita e quella delle sue compagne.
La morte di Irina mi ha addolorato, ma me l'aspettavo,
era, in qualche modo, nell'ordine delle cose: il 22
dicembre del 2016 la strega avrebbe compiuto 97 anni.
Non pensavo per di venirne a conoscenza quasi un mese
dopo e da un giornale inglese.
I necrologi del Guardian non sono mai rituali e spesso
sono sorprendenti: celebrano e raccontano la vita di persone
che, anche se non sono famose in Gran Bretagna o
nel mondo, anche se non sono presenti sui mass media,
hanno vissuto una vita che merita di essere ricordata. La
vita di Irina Rakobolskaja per il quotidiano inglese era
evidentemente una di queste: sconosciuta ai pi fuori
dal suo Paese e tuttavia straordinaria. Il necrologio era
stato scritto da Roger Markwick, uno storico che aveva
pubblicato il libro Soviet Women on the Frontline in the
Second World War, un volume che Irina aveva molto apprezzato
e che ci aveva pi volte citato.
A Mosca - apprendiamo dalle molte telefonate fatte
per capire di pi sulla fine della strega - non pare che i
grandi giornali abbiano dato rilievo alla sua morte; i funerali
erano stati celebrati all'universit, la notizia era stata
riportata dai siti e dai giornali online della Mgu.
Anche di questo non mi stupisco. Il prestigio di Irina
all'Universit statale di Mosca era indiscusso e lei considerava
l'imponente edificio a qualche centinaio di metri
dalla sua abitazione la sua seconda casa. Suo padre e suo
marito erano stati due fisici ed  un fisico importante, studioso
dell'inflazione cosmica, il suo primo figlio Andrej
Dmitrievich Linde. Quanto a lei, era stata professoressa
incaricata di fisica nel 1977 e, a ottant'anni, era diventata
professoressa emerita. Aveva fatto ben trecento pubblicazioni,
fra cui sei libri di fisica nucleare, aveva studiato
i raggi cosmici. Era stata anche a capo dell'Unione delle
donne dell'Universit, nonch membro del Consiglio accademico
e dell'Accademia russa delle scienze sui raggi
cosmici.
Sono stati funerali solenni, con tanta tanta gente - mi
riferisce la nipote di Irina, Elena, che vive in Italia da
molti anni e che, per la morte della nonna, era tornata a
Mosca.
Elena non se l'aspettava ed era rimasta colpita dalla
folla che era accorsa per l'ultimo saluto, dai numerosi ricordi,
dalle parole pronunciate sulla nonna, sul suo passato
di accademica, di combattente, di donna coraggiosa.
In molti - mi racconta - hanno ricordato le sue straordinarie
capacit organizzative. Qualcuno ha detto
ricorda, che le aveva esercitate fino all'ultimo, che era
riuscita a morire quando entrambi i figli erano con lei a
Mosca, esattamente a tre anni e tre mesi dal suo centesimo
compleanno.
Apprendiamo dal figlio Nicolaj che lo Stato russo aveva
concesso alla strega l'onore della sepoltura a Novodevicij,
nel prestigioso cimitero degli eroi, in cui riposano
Cechov, Ejzenstejn, Gogol', Chruscv, Majakovskij, Sostakovich.
Tutto, insomma, si era svolto secondo le regole e
come tutti si attendevano: l'accademica e la combattente
erano state adeguatamente ricordate e celebrate.
Eppure, mentre apprendo i particolari del funerale,
sento crescere un'amarezza e un'inquietudine di cui fatico
a comprendere immediatamente i motivi. Sono le
stesse che assalgono Eleonora, che non riesce a farsi una
ragione del fatto che i giornali non abbiano riportato la
notizia della morte della strega. Deve esserci qualche
errore nella nostra ricerca continua a ripetermi, non
 possibile che i giornali russi non abbiano parlato della
morte dell'ultima strega. C' solo un trafiletto nel sito degli
studenti della Mgu.
Solo dopo qualche giorno vengo a capo della mia
amarezza. Per mesi, lavorando su queste pagine, avevo
cercato di rendere vicina alle donne di oggi la vita ormai
lontana delle streghe e di restituire all'esperienza di Irina
e delle sue compagne la forza, l'intensit e l'eccezionalit
che il tempo inevitabilmente tendeva ad offuscare. Non
avevo voluto raccontare la loro storia per celebrarle o per
rendere omaggio a un passato glorioso, ma perch l'affermazione
provata sul campo, che le donne possono
tutto aveva un valore nel presente, anzi, soprattutto, nel
presente.
I funerali di Irina mi avevano mandato un messaggio
scoraggiante. Il rito, cos simile a quello che la Russia aveva
organizzato per tanti veterani, la celebrazione solenne
ma limitata all'accademica e alla combattente, l'occasione
mancata dalla grande stampa di raccontare di nuovo
la grande avventura delle streghe, stendevano un velo di
oblio su una parte importante, forse fondamentale, del
romanzo della sua vita e di quella delle sue compagne.
Non ho potuto fare a meno di chiedermi: anche la straordinaria
storia delle streghe finir per essere un episodio
come tanti della Grande guerra patriottica? Anche loro
diventeranno soltanto delle combattenti, e l'orgoglio
di donne che possono tutto si ridurr alla fierezza dei
difensori della patria?
Avevo l'impressione che sarebbe andata cos e questo
mi rattristava persino pi della morte della strega.
Mi confermava che le donne possono essere tradite dalla
Storia, anche quando ne hanno preso attivamente parte ed
hanno contribuito a darle un corso.
Quando avevo iniziato a scrivere queste pagine speravo
che Irina facesse in tempo a leggerle. Forse, anzi quasi
sicuramente, avrebbe mosso delle critiche - era rimasta
un'accademica esigente - ma le avrebbe fatto piacere sapere
che avevo raccontato le Nachthexen. Avrebbe capito
quanto la sua storia e quella delle sue compagne mi
avessero conquistato, l'emozione che mi aveva guidato
nella ricostruzione del romanzo della loro vita e lo sforzo
che avevo fatto per far comprendere la loro anima, i loro
sogni e la loro ambizione.
Ora che Irina non c' pi, per rimuovere la delusione
e l'inquietudine non posso fare molto. Posso solo sperare
che questo libro contrasti, almeno in parte, la forza omologante
della Storia scritta dagli uomini e portarlo sulla
sua tomba a Novodevicij.  una strega, sono sicura che
riuscir a leggerlo.
...
FINE.